VANFROG.ART è un gioco digitale inventato da un insegnante Renato Basteri per far riavvicinare le persone alla storia dell’arte in modo divertente.
Il meccanismo è simile a “Trova Waldo” (o “Dov’è Wally?”): l’autore usa l’intelligenza artificiale come se fosse un pennello per inserire due personaggi animati dentro i quadri più famosi della storia.
I protagonisti sono René (una rana verde con gli occhiali) e Julie (un’anatroccola timida che si nasconde tra i dettagli del dipinto).

I passaggi chiave del progetto sono:
- Il gioco sui social – Gli utenti su Instagram devono zoomare sul quadro e trovare dove si nasconde Julie. Chi ci riesce per primo sceglie il quadro successivo.
- L’obiettivo educativo – Per trovare il personaggio, le persone sono costrette a fermarsi, osservare i dettagli e non “scivolare via” subito come si fa di solito sui social. Dopo il gioco, l’autore spiega la storia, i segreti e le curiosità di quel quadro (“L’Angolo del Prof”).
- Il successo – Nato come esperimento, il progetto è diventato un fenomeno internazionale, finendo sui maxischermi di Times Square a New York e in mostre a Milano, Tokyo e Londra.
Fermare lo “scorrimento infinito” dei social e costringere lo sguardo a posarsi, davvero, sui dettagli di un capolavoro della storia dell’arte. È questa la sfida, decisamente vinta, di VANFROG.ART, il progetto artistico e narrativo italiano ideato da Renato Basteri. Un’iniziativa che fonde la gamification, lo storytelling e l’intelligenza artificiale per trasformare la divulgazione culturale in un’esperienza attiva e interattiva.

Al centro della scena ci sono due simpatici compagni di viaggio: René, una rana verde con gli occhiali blu, e Julie, un’anatroccola grigio scuro incredibilmente timida. Il gioco, che viaggia su Instagram, è tanto semplice quanto magnetico: Julie si nasconde tra le pieghe dei quadri più famosi del mondo e i follower devono aguzzare la vista per scovarla. Chi ci riesce per primo ha il potere di scegliere il dipinto successivo. Ma non si tratta solo di un passatempo: superato lo scoglio del gioco, si entra ne “L’Angolo del Prof”, uno spazio di approfondimento che svela tecniche, aneddoti e segreti dell’opera e dell’artista.
Con oltre 8.000 follower, una fortunata trasposizione in un libro cartaceo bilingue e tappe espositive che hanno già toccato Milano, Tokyo, Londra e persino i mega-schermi di Times Square a New York, VANFROG.ART si prepara a sbarcare ad Amsterdam e Madrid. Abbiamo fatto una chiacchierata con l’autore per capire come l’intelligenza artificiale possa diventare, finalmente, un alleato della bellezza e della memoria storica.
Dietro questo universo giocoso, però, c’è una riflessione molto più ampia sul nostro modo di osservare l’arte, sul rapporto tra educazione e nuovi linguaggi digitali e sulle possibilità creative offerte dall’intelligenza artificiale. Con Renato Basteri siamo partiti proprio dall’origine di VANFROG.ART, per capire come una rana innamorata e una timida anatroccola siano riuscite a trasformare i grandi capolavori della storia dell’arte in un’esperienza di scoperta, partecipazione e meraviglia.

D- Renato, partiamo dall’inizio. Com’è nata l’idea di inserire una rana e un’anatroccola nei capolavori di Munch, Vermeer o Van Gogh? C’è stato un momento preciso in cui hai capito che questo format poteva funzionare?
Tutto è nato per gioco, quando ho deciso di trasformarmi in una rana. In realtà René VANFROG sono io: mi sentivo un po’ solo e, almeno nella fantasia, cercavo il bacio di una principessa per vedere se sarei riuscito a diventare un principe. Gestendo un laboratorio artistico presso la scuola Fieri Bertagnini di Massa, mi sono reso conto che spesso i ragazzi, anche durante le visite ai musei, si annoiano di fronte a spiegazioni troppo frontali, dove qualcuno parla e manca una vera interazione con il quadro. Così ho cominciato a chiedermi come rendere l’arte più dinamica e capace di entrare davvero in contatto con le persone.
René aveva però bisogno di un altro personaggio con cui costruire una storia, una sorta di controparte narrativa. È nata così Julie, l’anatroccola timida. René è innamorato di lei, ma Julie, proprio perché timida, continua a scappare e a nascondersi. All’inizio si nascondeva nei prati e nei giardini; poi, una sera mentre passeggiavo con il cane, è arrivata l’idea: perché non farla nascondere dentro i grandi capolavori e trasformare tutto in un gioco interattivo con l’arte?
Da lì ho trasformato anche il mio profilo in VANFROG.ART. Julie ha iniziato a nascondersi nei quadri, René a cercarla senza riuscire mai a trovarla e, quindi, a chiedere aiuto al pubblico. È nato così il gioco: le persone devono osservare attentamente l’opera per scoprire dove si è nascosta Julie.

Non seguo volutamente un ordine cronologico della storia dell’arte: un giorno possiamo incontrare un’opera antica, quello successivo Van Gogh, Vermeer o Munch. Non voglio creare un libro di storia dell’arte sui social, ma un gioco. E proprio cercando Julie le persone cominciano a vedere dettagli che prima sarebbero passati inosservati: un piccolo cane sotto un tavolo, una spilla, un riflesso in uno specchio. Imparano a osservare.
Ho capito che il format poteva funzionare quando ho visto che, appena pubblicavo un gioco, le persone erano già pronte a cercare e rispondere. Mi è capitato perfino di essere fermato al supermercato da persone che mi dicevano: “Finalmente si può giocare con l’arte, finalmente ci racconti curiosità sui pittori, sulle tecniche e sui movimenti artistici”. Siamo partiti pochi mesi fa da circa 200 follower e abbiamo già superato gli 8.000, con visualizzazioni in continua crescita. Da quel momento ho capito che non era più soltanto un esperimento. Le opere sono diventate prima un catalogo e poi un libro, e oggi anche la stampa italiana e internazionale sta mostrando un interesse crescente verso il progetto.

D- Oggi si parla molto di Intelligenza Artificiale, spesso con la paura che possa distruggere il lavoro degli artisti o la creatività umana. Tu invece la definisci un “nuovo pennello creativo”. In che modo la utilizzi e perché non dobbiamo vederla come una minaccia?
Questa domanda tocca il vero focus del mio lavoro. Per me l’intelligenza artificiale è un nuovo pennello creativo perché permette di costruire una realtà parallela partendo da una visione umana molto precisa.
Prendiamo un capolavoro come L’Urlo di Munch: nessuno oserebbe toccare o alterare l’originale, e neppure io voglio farlo. Il mio obiettivo è esattamente il contrario: valorizzarlo. Lavoro su una riproduzione digitale dell’opera e chiedo sempre all’intelligenza artificiale di rispettare il quadro, le sue forme, i colori, le proporzioni e i personaggi. A quel punto inserisco René e Julie e costruisco una piccola storia: René può essere seduto sulla cornice, osservare l’opera dall’esterno, entrare nel dipinto, salire sulla spalla di un personaggio oppure, davanti a una figura triste e malinconica, avvicinarsi per abbracciarla. Cerco sempre un rapporto umano e narrativo con ciò che già esiste nell’opera.
L’intelligenza artificiale, però, da sola non crea la mia idea. Sono io a doverle spiegare esattamente ciò che ho in mente attraverso i prompt, e molto spesso il risultato non mi soddisfa e viene scartato. Julie, per esempio, può diventare un piccolo orecchino, un anello, nascondersi nel paesaggio o mimetizzarsi attraverso velature che riprendono i colori del dipinto. Deve essere difficile da trovare, ma non impossibile, perché il pubblico dei social ha tempi di attenzione molto brevi e il gioco deve dare anche la gratificazione della scoperta.

Ogni giorno chi trova Julie per primo riceve un piccolo premio: può scegliere, fra due opere che propongo, quella che diventerà protagonista di uno dei giochi successivi. Anche questa idea è nata durante i miei briefing serali con l’intelligenza artificiale, che faccio spesso mentre passeggio con il cane. Utilizzo sia ChatGPT sia Gemini come strumenti di confronto, per discutere idee, cercare soluzioni e sviluppare il progetto.
Per questo non considero l’AI una minaccia alla creatività. Se utilizzata in questo modo, può ampliarla. L’idea, la scelta, il giudizio e la direzione rimangono umani. Per me è diventata davvero un pennello nuovo con cui sviluppare una fantasia che prima non avrei potuto trasformare nello stesso modo in immagini.
D- Il meccanismo del gioco è geniale: per trovare Julie, l’utente deve fare zoom sul display, rallentare e guardare il quadro per minuti, l’esatto contrario di ciò che facciamo di solito scrollando i social. La gamification è davvero l’unica via rimasta per salvare la nostrasoglia di attenzione?
Viviamo nell’epoca dei nativi digitali. A scuola mi capita persino, quando ho un problema con una digital board, di chiedere aiuto agli alunni, perché hanno una naturalezza incredibile con questi strumenti. Allo stesso tempo, però, vedo quanto sia difficile convincerli a fermarsi e ragionare davvero su ciò che stanno guardando. Scorrono gli schermi a una velocità impressionante e, paradossalmente, possono trascorrere ore davanti a un display quando stanno giocando.

Mi sono chiesto allora: perché non trasformare anche l’arte in un gioco? Perché non imparare giocando?
È una delle cose di cui sono più orgoglioso: essere riuscito, almeno per qualche momento, a rallentare quel gesto dello scroll. Tra i miei follower ci sono anche molti alunni ed ex alunni. Quando vedo un loro cuore sotto una storia, un reel o un quadro, per me significa che per un attimo si sono fermati. Dico sempre ai ragazzi che “un cuore fa bene al cuore”: è un piccolo gesto, ma vuol dire che qualcosa li ha raggiunti.
Credo che il gioco sia stato decisivo. Se avessi semplicemente inserito una rana e un’anatroccola nei quadri, probabilmente dopo poco sarebbe diventato ripetitivo. Invece ogni giorno cambiano l’opera, il nascondiglio di Julie, la posizione di René e la piccola storia che si crea. Il pubblico osserva, cerca, si sfida e partecipa.
Da questo piccolo gioco è nato un mondo narrativo sempre più ampio. René e Julie hanno anche due amici, Stella, un beagle che è il mio vero cane, e Alex, una volpe. Nel pomeriggio questi quattro personaggi accompagnano il pubblico alla scoperta delle città e delle bellezze italiane, anche per ricordare quanta meraviglia abbiamo vicino a noi.
Quindi non so se la gamification sia l’unica strada possibile, ma nel mio progetto è stata certamente la chiave che ha trasformato l’osservazione da gesto passivo a partecipazione attiva. E se una persona, per trovare Julie, rimane qualche minuto davanti a un quadro invece di scorrerlo in un secondo, per me abbiamo già ottenuto qualcosa di importante.

D- “L’Angolo del Prof” è la parte in cui il gioco si trasforma in divulgazione pura. Qual è la curiosità o il dettaglio di un quadro che ha stupito di più la tua community durante i giochi?
“L’Angolo del Prof” è una parte del progetto a cui sono molto affezionato. Per un periodo avevo provato a toglierlo perché non sapevo quanto potesse interessare; sono stati proprio i follower a scrivermi chiedendomi di rimetterlo. Lì ho capito quanto fosse diventato importante.
Nel gioco principale la descrizione dell’opera deve necessariamente essere breve. Nell’Angolo del Prof, invece, posso approfondire il quadro e soprattutto raccontare curiosità sul pittore, sulla tecnica, sull’opera o sul movimento artistico. Ed è proprio la curiosità ciò che il pubblico ama di più.
Non c’è un singolo dettaglio che abbia stupito tutti più degli altri: ciò che mi sorprende è vedere che ogni giorno una curiosità diversa riesce a catturare l’attenzione. Mi piace pensare che una persona possa poi raccontarla agli amici durante una cena, sotto l’ombrellone o davanti a un aperitivo: “Lo sai che quel pittore faceva questa cosa?” Se anche una sola persona, fra gli oltre 8.000 follower, comincia a parlare d’arte con qualcun altro grazie a una curiosità scoperta da noi, per me è un obiettivo enorme.
Nei musei vedo spesso persone passare velocemente davanti a opere meravigliose perché il museo viene percepito come qualcosa di noioso.
Io sto cercando, nel mio piccolo, di fare l’opposto: far giocare le persone con l’arte, incuriosirle e poi accompagnarle un passo più in profondità. È questa la funzione dell’Angolo del Prof.

D- Da un piccolo esperimento social a Times Square, passando per Tokyo, Londra e le prossime tappe di Amsterdam e Madrid. Ti saresti mai aspettato questo successo internazionale? Qual è il sogno nel cassetto per il futuro di VANFROG.ART?
No, non me lo sarei mai aspettato. Ogni giorno per me è una sorpresa e ogni risultato è come un grande abbraccio dopo tutta la fatica dedicata alla costruzione di questo mondo parallelo attraverso l’intelligenza artificiale.
Una delle cose che desidero dimostrare, soprattutto ai miei alunni, è che l’AI non deve essere un oracolo al quale chiedere semplicemente di fare le cose al nostro posto. Proprio in questi giorni ho tenuto a scuola lezioni sul mio modo di fare arte con l’intelligenza artificiale. Dobbiamo essere noi a guidarla, non farci guidare da lei.
Finché abbiamo una visione lucida di ciò che vogliamo ottenere e siamo capaci di comunicarla, l’AI può diventare uno strumento straordinario per aiutarci a realizzare idee e sogni.
Pensare che tutto è cominciato da un piccolo esperimento social, da un momento in cui mi sentivo un po’ triste e mi sono trasformato in una rana alla ricerca del bacio di una principessa, e che poi quella stessa rana mi abbia portato a Times Square, Milano, Tokyo e Londra, con Amsterdam e Madrid davanti a noi, mi fa ancora stentare acrederci.
Dietro, però, ci sono anche tanta costanza, tanto lavoro, tanta voglia di crederci e tanti briefing serali con l’intelligenza artificiale.
Sono momenti che mi aiutano a chiarire le idee, discutere quello che voglio fare e trovare nuove soluzioni.
Questo successo internazionale per me è soltanto un primo gradino. Ho grandi sogni per il futuro di VANFROG.ART, ma preferisco non svelarli ancora, un po’ per creare aspettativa e un po’ per scaramanzia. In questo momento siamo in una fase di forte espansione: aumentano i follower, crescono le visualizzazioni e sempre più testate stanno raccontando il progetto.
Io continuo come una formichina: ogni giorno aggiungo un piccolo mattoncino. Anche questa intervista, per la quale vi ringrazio davvero con tutto il cuore, è un altro mattoncino che aiuta René VANFROG e Julie a farsi conoscere da nuove persone.
Il mio sogno è arrivare al punto in cui, sentendo il nome VANFROG, le persone pensino immediatamente a quella piccola rana simpatica dagli occhi azzurri e dagli occhiali blu, innamorata e alla ricerca della timida Julie. Chissà se un giorno Julie riuscirà finalmente a vincere la sua timidezza e a dare a René quel bacio tanto sospirato: forse il brutto anatroccolo diventerà un meraviglioso cigno e la nostra rana, come sperava fin dall’inizio, diventerà finalmente il suo principe.
Per il resto non voglio svelare altro. Posso soltanto dire: continuate a seguirci, perché VANFROG.ART ha ancora molte sorprese da raccontare.
