Nella Milano degli anni ’30 alcuni giovani intellettuali meridionali, ancora sconosciuti, si fecero strada, si riconobbero e divennero protagonisti della vita intellettuale di una città che mostrò, forse per la prima volta in modo così prepotente, una sua spiccata vocazione europea e una prodigiosa attitudine all’integrazione. Si chiamavano Elio Vittorini, Leonardo Sinisgalli, Alfonso Gatto, Salvatore Quasimodo, Edoardo Persico.
Gatto si era trasferito nel capoluogo lombardo dopo aver vissuto a Napoli, nel periodo degli studi universitari mai conclusi. In quegli anni aveva frequentato un gruppo di intellettuali che erano soliti riunirsi al Caffè Gambrinus, in Piazza del Plebiscito: Giorgio Amendola, Paolo Ricci, Carlo Ternari, Carlo Muscetta e altri. Nel 1932 aveva pubblicato nel capoluogo partenopeo, grazie all’aiuto economico della famiglia Muscetta, la sua prima raccolta di poesie: Isola. Poco dopo tentò l’avventura milanese con il suo libro fresco di stampa e con due lettere: una per Cesare Zavattini e un’altra per Titta Rosa: il primo lavorava alla Rizzoli, il secondo presso l’editore Carabba.
Gatto era attratto dal miraggio di quella che ancora non si chiamava industria culturale, che ancora si limitava a figurare come una concentrazione di case editrici, di possibilità di far pubblicare quanto si scriveva e di speranze di campare con quanto veniva pubblicato di ciò che si scriveva. Lo dirà sempre, lui che veniva dal Sud: Milano era la «sua» città. La città delle invisibili bellezze e degli amori struggenti, dei desideri e degli «astratti furori», o delle inquietudini fugaci e improvvise.
In attesa di una definitiva sistemazione in città, collaborò a L’Italia letteraria e alla rivista genovese Circoli. Nel maggio 1934 visse stabilmente nel capoluogo lombardo. In quel primo periodo milanese alloggiò in pensioni modeste o in camere d’affitto della periferia più umida e nebbiosa, cambiate di mese in mese per costante insolvenza. Frequentava i bar degli operai, affumicati di nicotina già all’alba, con i biliardi sempre in funzione: stecche levate al cielo come alabarde trafitte da volute di fumo, sguardi intenti, espressioni pensose, commenti gravidi di consumata filosofia da tappeto verde con gesso.
Sui tavolini di quei bar Gatto scriveva versi, prendeva appunti per i suoi articoli. Forse, talvolta, mentre rifletteva e scriveva, si trovava davanti il mare della sua Salerno e quasi lo accostava al volto mentre sorbiva il caffè dalla tazzina. Forse avvertiva nell’orecchio il sospiro delle chiglie quando si insabbiavano sulla spiaggia di Santa Teresa.
Allora si usava così: nessuno si chiudeva in casa o nelle camere ammobiliate, rifugio notturno degli artisti squattrinati, dove le padrone in ciabatte tenevano sempre la stufa al minimo. Gli inverni di Milano sembravano più gelidi e nebbiosi, forse perché non c’era mai una stufa più calda del palmo di una mano, o forse perché tutti erano pedoni che intirizzivano alla fermata dei tram.
Per i pasti bastavano latterie o modestissime trattorie: celebre, in quegli anni, quella delle sorelle Pirovini. Qui il giovane poeta consumava i suoi frugalissimi pasti. Magri, patetici, i piatti della latteria-trattoria Pirovini: due cucchiai di riso in bianco, un ovetto pallido e, raramente, molto raramente, un’ala di pollo. Quel locale aveva due enormi vantaggi: il conto aperto e la modica spesa. E poi c’era Maria a dare una mano, un’allegra ma inaccessibile ragazzona di paese, tanto inutilmente insidiata dalla maggioranza degli avventori che finì per rimanere zitella.
Le sorelle Pirovini avevano un cuore d’oro, trafitto dal dolore di trovarsi tra due casini: fuochi del peccato e del vizio. Così cercavano di convertire la tribù dei loro clienti affamati e talvolta ci riuscivano. Attorno ai tavolini di quel locale fervevano le discussioni fino a tarda sera. Chi entrava in quelle sere d’inverno, tra un fumo di sigarette da mozzare il respiro, trovava, oltre a Gatto, altri giornalisti e intellettuali bohémien. Tra i più assidui, Elio Vittorini e Salvatore Quasimodo; quest’ultimo parlava poco e fumava come un turco: ogni sigaretta sembrava essere l’ultima della sua vita. Per questi giovani intellettuali la sola possibilità di campare era trovare collaborazioni, e Dio sa quanto fossero allora rare e mal pagate.
Finalmente, nel giugno 1934, Alfonso Gatto trovò lavoro all’Ambrosiano, quotidiano del pomeriggio, la cui terza pagina accoglieva le firme più significative della cultura italiana di quel periodo, probabilmente grazie all’interessamento di Guido da Verona, suo caro amico. Il lavoro all’Ambrosiano consentì al poeta di frequentare locali più in vista: il notturno «Savini» e il pomeridiano «Le tre Marie» o il Caffè Craja, dove erano frequentatori abituali anche Cesare Afeltra, Domenico Cantatore, Carlo Carrà, Francesco Messina, Francesco Flora, Leonardo Sinisgalli, Quasimodo, Edoardo Persico.
Il Caffè Craja era particolarmente caro al poeta: era il luogo dove l’arte, la letteratura, la poesia venivano rivelate nei loro aspetti nuovi. Vi si respirava aria d’Europa; i suoi frequentatori potevano sembrare degli utopisti, ma la loro intelligenza non si arrendeva mai. «Noi del Craja», scriveva Gatto, «quelli che sono morti e quelli che vivono ancora, fummo uomini di uno strano destino… su quei divani i sogni attesero il domani…». Il poeta si riferiva probabilmente a Edoardo Persico, carissimo amico morto da poco, che aveva illuminato con il suo ingegno, nella sua breve vita, il futuro dell’architettura. Il Caffè Craja, ancora oggi, appartiene alla leggenda.
Quella fu una stagione felice per fervore di idee e fermenti culturali: non c’è più stata una generazione più bella e più viva. Sui divani di pelle rossa del «Craja» passò gran parte del talento italiano di quella stagione. Chi conobbe Gatto in quel periodo sostiene che il poeta salernitano era un artista di grande charme: affascinava al primo incontro; colpivano soprattutto la sua fantasia, il gusto per una cultura e una poesia nuove e diverse, e sapeva trovare immediatamente un rapporto di fiducia con il suo interlocutore. Un vivacissimo e spericolato intellettuale.
Il nuovo lavoro all’Ambrosiano, più redditizio, consentì a Gatto anche di metter su casa. Sposò, in un giorno d’estate, nella chiesa di Sant’Agnese, Jole Turco: testimoni furono Arturo Tofanelli e Domenico Cantatore. Festeggiarono con Zavattini, Quasimodo e Vittorini: un «pranzo» improvvisato sulle panchine di Piazza Piola.
Nel 1936 finì in galera, a San Vittore, per «cospirazione sovversiva»: aveva ospitato in casa l’amico Guglielmo Peirce, tornato da Parigi con materiale di propaganda antifascista. La detenzione durò sei mesi e quei giorni gli dettarono le pagine di Giorni a San Vittore. Quando uscì, schedato e senza una lira, lottò per la sopravvivenza. Dopo un po’ l’amico Silvio Negro, ma secondo Gaetano Afeltra grazie anche alla generosità del direttore Aldo Borelli, gli trovò un lavoro di correttore di bozze al «Corriere della Sera». Visse di questo lavoro fino all’autunno del ’37, quando decise di trasferirsi a Firenze. Tornerà, in seguito, in quella Milano a lui tanto cara, dove «non faceva mai freddo» grazie al calore dei suoi abitanti.
