Un processo che appassionò milioni di italiani, un intrigo che aveva tutti gli ingredienti del grande “noir. Una tenebrosa vicenda alla George Simenon
Gli anni ’50 e ’60 vengono ricordati anche perché furono la stagione dei grandi delitti in Italia. Quello che, forse ancora oggi, i meno giovani ricordano meglio è il “caso Fenaroli”, vero segno dei tempi: accanto alla 600 e al centro-sinistra ha rappresentato il punto di passaggio dall’Italia contadina a un’Italia moderna. Un paese in cui si diffondevano i frigoriferi e le utilitarie di massa si americanizzava anche nei delitti. Non più faide contadine, omicidi per gelosia, mostri come la “saponificatrice di Correggio”. Un delitto “raffinato” che non era il prodotto della miseria o delle faide politiche dell’immediato dopoguerra, ma si svolgeva in un ambiente borghese e presentava particolari romanzeschi che avremmo letto volentieri in un giallo di George Simenon o di Agatha Christie. Per la prima volta compariva la parola alibi e poi tutti quegli elementi: la polizza assicurativa, il biglietto verde del treno, il vagone letto, la corsa in auto tra il centro di Milano e l’aeroporto della Malpensa, i gioielli della vittima, il personaggio del mandante, un imprenditore, che facevano pensare a un ambiente benestante…infine la figura del killer, che non era un picciotto mafioso assoldato magari a Palermo, ma un giovane per bene, un elettrotecnico milanese, incensurato. Dettagli mirabili.
La domestica suonò a lungo, invano. Era perplessa: che la signora Martirano dormisse ancora, alle nove, era impossibile, non era mai accaduto in precedenza. La domestica chiese inutilmente notizie alla portinaia, poi decise di telefonare al fratello della signora. Altre scampanellate che risuonarono a vuoto nell’appartamento, quindi l’intervento di un fabbro che scardinò la porta. Maria Martirano, 49 anni, venne rinvenuta cadavere sul pavimento della cucina. Era in vestaglia. Un medico, accorso con la polizia, stabilì che era stata strangolata e che la morte risaliva alla sera prima, approssimativamente tra le dieci e trenta e la mezzanotte. Era l’11 settembre 1958, un giovedì, a Roma era ancora estate. Prendeva così l’avvio un giallo destinato a occupare le prime pagine dei giornali. Una tenebrosa vicenda, alla George Simenon, che per anni fece discutere gli italiani, quasi equamente divisi fra innocentisti e colpevolisti. Grazie alle indicazioni del fratello della vittima, la polizia accertò che dalla casa mancavano dei gioielli.
Quindi, delitto a scopo di rapina: era l’ipotesi più attendibile. Nei giorni successivi, però, gli inquirenti cominciano ad avere dei dubbi. Sono scomparsi i gioielli, è vero, ma perché il rapinatore ha trascurato un pacco di banconote, un milione? E come ha fatto l’assassino a introdursi nell’appartamento, visto che la serratura non mostrava segni di effrazione ed essendo nota la diffidenza della Martirano ad aprire a sconosciuti? L’indagine si allarga: punta sul marito, l’imprenditore Giovanni Fenaroli. Subito appare che il menage dei due coniugi era per lo meno ambiguo: lei a Roma, lui a Milano, dove non si era preoccupato di nascondere una lunga relazione sentimentale.. I rapporti tra i coniugi consistevano in telefonate, visite saltuarie. Niente altro. Però esisteva una cospicua polizza di assicurazione sulla vita della donna. Ben presto gli inquirenti puntarono il dito sul marito.
Grazie alla confessione di un ambiguo dipendente di Fenaroli, Egidio Sacchi, emersero particolari inquietanti: a decidere la fine della Martirano sarebbe stato il marito, titolare di un’azienda in crisi, che voleva incassare i 200 milioni della polizza di assicurazione sulla vita di cui lui era l’unico beneficiario. Le clausole della polizza, sottoscritta dai coniugi nel febbraio 1958, erano state cambiate ai primi di agosto dello stesso anno dal Fenaroli che aveva contraffatto la firma della moglie.La sera del delitto l’imprenditore aveva un alibi di ferro: era nel suo ufficio milanese e continuava a telefonare ai suoi dipendenti romani e alla moglie, cui avrebbe raccomandato di consegnare ad un suo amico, quella sera stessa, una busta con documenti riservatissimi..
“L’amico”, secondo quanto stabilirono poi i giudici, era in realtà il killer, Raoul Ghiani. Nel pomeriggio del 10 settembre Fenaroli col Ghiani raggiunsero la Malpensa, Ghiani salì su un aereo sotto il falso nome di Rossi e arrivò a Roma, dove ebbe tutto il tempo di raggiungere via Monaci, soffocare nella micidiale morsa delle sue grosse mani la povera donna, rubare i gioielli per confondere le acque, arrivare alla stazione Termini, salire su un treno e tornare a Milano in tempo, il mattino dopo, per riprendere il lavoro. Questo fu quanto stabilirono i giudici.
Il primo processo per l’omicidio di Maria Martirano fu celebrato in corte d’assise a Roma tra il febbraio e il giugno 1961. Difensore di Fenaroli e Ghiani era un maestro come Francesco Carnelutti, a sostenere le tesi della parte civile, Adolfo Gatti. Era il primo grande processo indiziario del dopoguerra che aveva diviso come mai l’opinione pubblica in innocentisti e colpevolisti. Durante le fasi del processo più volte avvengono vivaci tumulti. Rappresentanti e fautori delle due tesi, colpevolezza e innocenza, vengono alle mani e il processo deve essere più volte momentaneamente sospeso. Tutte le udienze furono seguite da un foltissimo pubblico come un evento imperdibile; grandi personaggi del cinema, tra cui Anna Magnani e Vittorio De Sica, vi assistettero con appassionata partecipazione.
Alfonso Gatto, inviato del “Giornale del mattino” di Firenze, segue il processo dal 18 febbraio all’11 giugno 1961: variegate cronache raccolte in volume nel 1996 dall’editore Avagliano (a cura e con un saggio di Luigi Giordano e con l’introduzione di Fruttero e Lucentini). Inizialmente il nostro poeta sembra non tener conto degli aspetti “spettacolari” del delitto, vi accenna solo per deplorare “l’interesse morboso e la curiosità insana” del pubblico. Poi, man mano che il processo va avanti, al di là della colpevolezza o no degli imputati, ha l’impressione che sia il delitto a “non quadrare”.
Uno strano delitto che definisce “telecomandato”, ideato, pensato “da una società anonima più che da un uomo”. E, accennando alla causa del delitto, la polizza di assicurazione, non può fare a meno di sottolineare che una cosa simile “appartiene a una civiltà che non è la nostra.” Questo delitto, definito “moderno” dalla parte civile, il poeta lo definisce “straniero, di importazione”. Insomma, è un delitto che sembra non appartenerci. Probabilmente Gatto si riferiva a un certo genere di film (o di romanzi) di importazione, soprattutto americani: un genere che Gatto non amava particolarmente. Il poeta, intellettuale civilmente impegnato, preferisce soffermarsi sulle “ragioni ultime” che hanno portato al delitto: il danaro, la società corrotta…
Frequentando per quattro mesi il Palazzaccio, Gatto, che non si mostrò né innocentista né colpevolista, fu avvinto soprattutto dal “mistero dell’umano” e, su quell’umano, costruì il suo lungo racconto, distinguendo la “colpa” dall’”innocenza”, la giustizia dall’arbitrio, il lavoro dal danaro: in riferimento soprattutto alla figura di Ghiani. Al di là delle verità processuali ci sono gli interrogativi di Gatto: si chiede come quel giovane dall’aria qualunque abbia potuto evadere dalle abitudini della sua vita, volare a Roma in tempi stretti, diventare strumento quasi gratuito di un delitto a distanza. Un delitto senza gesti, senza passioni, senza grimaldelli, perché basta una telefonata per aprire la porta all’assassino di Maria Martirano e due mani robuste per strangolarla. Quell’uomo che è sotto accusa non è un relitto dei bassifondi, non è nemmeno un tipo chiuso che covi nel cuore oscure vendette. E allora, come è stato possibile?
Gatto seguì quotidianamente il processo, spesso si aggirava pensoso per le aule del Palazzo di Giustizia, tormentato da dubbi che non riusciva a sciogliere. Sicuramente la storia, il “caso” lo coinvolse e lo appassionò fino in fondo, scrisse decine di articoli, raccontò fatti, sospetti, personaggi: una sorta di “inutile romanzo”. Perché inutile? “Gatto aveva perfettamente intuito che nella robustissima e travagliata trama di quella storia c’erano i presupposti naturali di una narrazione aperta e imprevedibile”, scrive Luigi Giordano. “Romanzo inutile” perché nessuno, da quelle pagine, potrà farsi un’idea, potrà stabilire se Fenaroli e Ghiani fossero colpevoli o innocenti.
Non c’era una prova regina, gli accusati si erano sempre dichiarati innocenti. L’avvocato Carnelutti era riuscito a capovolgere ogni indizio, aveva insinuato molti dubbi, ma non aveva trovato la prova dell’innocenza. Il 10 giugno, poco prima di mezzogiorno, dopo aver fatto capannello con altri giornalisti intorno al pubblico ministero, ai difensori, agli accusatori, ai parenti degli imputati e della vittima, il poeta torna al suo posto nella tribunetta riservata alla stampa “con gli ultimi appunti, con le parole gravi e ammonitrici di Carnelutti, con le parole appena mormorate degli imputati, ai quali il Presidente ha rivolto l’ultima domanda di rito. Niente, Sono innocente, hanno risposto, senza trovare la voce…chissà a che ora si avrà la sentenza: nella tarda sera, a notte, forse all’alba…” La giuria rimane in camera di consiglio tutta la notte, e con essa vegliano in ansia migliaia di italiani. La sentenza viene pronunciata alle 5,15 dell’11 giugno 1961. L’aula, i corridoi, le scalinate del Palazzo di Giustizia sono gremite come le gradinate di uno stadio.
L’inviato della RAI, Lello Bersani, annuncia la sentenza in diretta televisiva, e il traffico intorno al tribunale impazzisce. Per Fenaroli e Ghiani è l’ergastolo, che viene confermato sia dalla Corte di Appello il 27 luglio 1963, sia dalla Cassazione il 7 luglio 1966. Sono passati molti anni da quei fatti, ma in molti è rimasto il dubbio. Ed è stato il libro di Antonio Padellaro, (“Non aprite agli assassini”- Baldini e Castaldi editori- 1995), a rimescolare le carte, intrecciando a quel delitto altre due storie che dominarono le cronache italiane di quegli anni: lo scandalo Italcasse e la vicenda del Sifar, il primo servizio segreto italiano. Secondo questa lettura, non un meschino interesse economico si celerebbe dietro il delitto, bensì un oscuro complotto per recuperare e nascondere documenti molto compromettenti, al punto di rovinare la reputazione delle più alte cariche dello Stato. Per la cronaca: Fenaroli muore il 15 settembre 1975 senza aver mai potuto dimostrare la sua innocenza. Raoul Ghiani viene graziato dal presidente Pertini, per buona condotta, dopo 25 anni di carcere; si sposa con una signora di Firenze nel 1990.
Pochi minuti dopo la sentenza, Gatto riordina i suoi appunti. Spuntano le prime luci del giorno. Il poeta, prima di avviarsi all’uscita, si rivolge all’amico Ferrante Azzali che gli sta accanto. Poche parole, una mirabile e indimenticabile nota di colore: “A quest’ora le fioraie a piazza di Spagna vanno esponendo fiori.”
