L’8 marzo 1976 moriva in un incidente stradale nei pressi di Capalbio uno dei più grandi poeti del Novecento. Un canto alla vita, una inesausta voracità di luoghi, cose, colori e paesaggi.
Cinquant’anni dalla morte di Alfonso Gatto, e subito si impone una domanda: è stato fatto tutto per una sua giusta collocazione nella storia della poesia del Novecento, o la revisione è rimasta monca, succuba di risentimenti (politici?) che sono sempre duri da combattere e da superare?
Dal punto di vista politico, Gatto era un “cane sciolto”, prima amato e poi snobbato dalla sinistra di allora. Ma rappresentava lo spirito politico della nuova Italia, perché aveva dimostrato di saperne raccogliere le ansie e le ambizioni. Solo nel 2005 la pubblicazione della raccolta Tutte le poesie, a cura di Silvio Ramat (Mondadori), ne ha finalmente presentato in modo organico l’intera produzione in versi.
Gatto è un autore che ha attraversato tutta la storia del secolo scorso: ha iniziato a scrivere negli anni Trenta, abbracciando temi e stili ermetici, ma da subito la sua attività di poeta si è intrecciata in modo inscindibile con quella di prosatore e giornalista. Inizialmente si occupò di critica letteraria e di prosa d’arte, ma con l’andare del tempo si dedicò a ogni ambito che risvegliasse la sua curiosità, sempre attenta e vigile come quella di un vero gatto.
Resterà nel ricordo di noi che lo abbiamo amato con il titolo del suo ultimo libro: Poesie d’amore. È una raccolta che abbraccia lunghi anni, alcuni decenni addirittura, e che lo esprime per intero. Gatto fu esattamente questo: un canto alla vita, una passione per tutte le sue cose, una continua dichiarazione d’amore. Amava della vita il bello e il brutto, il giusto e l’ingiusto. L’ingiusto gli accendeva ira e collera; mai però gli stimolava il rifiuto. Gatto, in ogni circostanza, restava se stesso. Un uomo vero che aveva trovato nella vita l’unica palestra in cui sentirsi vivo e giusto.
Erano noti i suoi furori e le sue passioni. Bastava sentirlo parlare in pubblico di sé, della sua poesia e, con foga polemica, dei tempi correnti. Si accendeva, la parola scaturiva irruente, l’inconfondibile accento meridionale conquistava il pubblico. Gli si sentivano, nella passione, la buonafede e, nella buonafede, la fede. In che cosa credeva Gatto? Forse lui stesso non avrebbe saputo rispondere. Probabilmente credeva in qualcosa che scavalcava anche la poesia, la quale pure fu sempre al vertice della sua vita. Gatto credeva nella dignità, nell’indipendenza, nella sacralità dell’uomo. Ci credeva con passione “popolana”, con incredibile candore, con un’eloquenza che riusciva persino a essere tribunizia. Da buon umanista meridionale, Gatto sapeva essere anche un avvocato della poesia, un oratore trascinante.
La folta cronologia delle sue opere, che risale al 1932, lo colloca in ambiente e in clima ermetico. Ecco allora Poesie (1929-1941), Poesie d’amore (1941-1972), La storia delle vittime (1943-1965), La forza degli occhi (1950-1953), Osteria flegrea (1954-1961) e le Rime di viaggio per la terra dipinta (1968-1969). Basterebbe quest’ultima raccolta a confermare la sua inesausta voracità di luoghi, cose, colori, paesaggi.
Gatto amava la pittura; pittore egli stesso, praticò la critica d’arte con successo, come accade a molti poeti e scrittori. Ma c’era in lui un autentico pittore della penna, un candido “venditore” di naturali bellezze. In questo senso fu indubbiamente tra i più italiani dei nostri poeti moderni, intendendo per italianità, al di fuori di ogni retorica, il legame a una tradizione e l’adesione all’anima e al corpo di un Paese.
Collaboratore di innumerevoli testate, gli interessi di Gatto spaziavano dall’arte alla politica, dalle tematiche di attualità al cinema e anche alla tv, affascinato, come molti intellettuali, dalle potenzialità del nuovo mezzo espressivo. Anche nello scrivere, però, Gatto non ha mai smesso di essere poeta. Nelle immagini, nelle suggestioni che sapeva creare, nei commenti ai fatti di cronaca o agli eventi di costume, è sempre la poesia a occhieggiare tra le righe, in un’immagine, in una parola, in un suono.
La sua curiosità per la gente e per la loro vita ha raggiunto la migliore realizzazione nella rubrica “Italia domanda” sul settimanale Epoca. Ideata da Cesare Zavattini, questa pagina di posta con gli italiani è stata occasione per Gatto di analizzare, sorridere, meditare sui valori, le paure, le aspirazioni di un’Italia che, in quell’esordio degli anni Cinquanta, stava prendendo il volo.
Occorrerebbe ricordare il poeta civile. Dentro il suo sentimento della vita c’era anche un tenace spirito combattivo. Gatto respingeva le offese, i torti, le ipocrisie dovunque le incontrasse. Era notoriamente uomo di sinistra, ma stava al di sopra delle parti, “fuori dal coro”. Fu libero e indipendente come pochi, voce rara in un’Italia sempre più immersa nel conformismo. I giorni della Liberazione lo videro protagonista e, insieme a Quasimodo, fu forse il maggiore interprete della Resistenza (una sua poesia, Per i martiri di Piazzale Loreto, circolò su riviste e fogli clandestini).
E poi c’è lo sport. I reportage, famosissimi, del Giro d’Italia per l’Unità. Il direttore di allora, Pietro Ingrao, gli chiese di raccontare quel grande fenomeno popolare dell’immediato dopoguerra così travagliato: il ciclismo eroico di Coppi e Bartali, delle strade infangate, delle folle osannanti e dell’oscura fatica dei gregari. Gatto seguì la corsa per due anni, nel ’47 e nel ’48, inaugurando in un certo senso una stagione “letteraria” del Giro d’Italia. L’anno seguente, infatti, il Corriere della Sera inviò Dino Buzzati. Gatto scriveva ogni sera, dopo aver macinato chilometri, appena in tempo per dettare il pezzo al giornale. Il suo Taccuino di un cronista che non sa andare in bicicletta fu seguitissimo dai lettori. Quel cronista, che in tanti salutavano al passaggio della carovana, era talmente famoso da ricevere una “lezione” di ciclismo nientemeno che da Fausto Coppi.
E ancora, dieci anni più tardi, nel 1959, seguì il Giro per Il giornale del mattino e per La Gazzetta del popolo, dopo un’esperienza al Tour de France, nel 1958, sempre per le medesime testate. Ma il poeta non era appassionato solo di ciclismo, lo sport più popolare in quegli anni, ma anche di calcio (era tifoso della Salernitana e del Milan), la cui popolarità stava crescendo e che lo faceva fremere, come tutti gli italiani, la domenica allo stadio o incollato alla radio. Come lo fece fremere di un sincero dolore attonito alla notizia della tragica fine del Grande Torino.
Gatto fu tra i collaboratori del Giornale di Montanelli quando, tra il 1974 e il 1976, tenne una rubrica settimanale per commentare i principali eventi, soprattutto il campionato di calcio. Il 4 marzo 1976, l’articolo “De Amicis scrive a Benetti” (Romeo Benetti, che allora giocava nel Milan) fu l’ultimo di Gatto pubblicato in vita.
Ogni qualvolta tornava a Salerno, chiamava sempre dalla strada prima di salire in casa. Gridava il nome della maggiore delle sorelle, Tina. Non chiamava la madre, perché si correva il rischio di far affacciare tutte le mamme di via Galesse. Poco dopo entrava nella camera della madre e lì, semisdraiato sul letto, il capo reclinato sull’omero, i grossi occhi verdi e impazienti addolciti da quel caro lessico familiare, quei volti, ascoltava le voci della sera. Sorbendo un caffè preparato dalla sorella, riassaporava quegli odori che la memoria non aveva cancellato e che gli parlavano di altre voci, di altri volti, anch’essi cari e scomparsi, di altre stanze e piazze, vive un tempo.
La casa era quella del centro storico dove aveva visto la luce il 17 luglio 1909. Ripercorreva le strade, rivedeva i luoghi e i volti della sua infanzia. Restava smarrito e deluso quando non ritrovava più quel negozio dove si rifugiava da bambino per soddisfare la sua golosità. Era felice se, tra i vicoli dei Mercanti, lo riconoscevano e lo salutavano con affetto: era la prova che lui non poteva e non doveva sentirsi straniero nella sua città.
D’estate si fermava a lungo al bar Vittoria di via Roma, dove sorbiva le granite al limone, e alla pasticceria Pantaleone di via Mercanti. Quelle soste gli rinnovavano il sapore di cose antiche: in quei momenti il celebre poeta, il famoso giornalista, tornava bambino.
Negli ultimi tempi, quasi presago della fine vicina, erano sempre più frequenti le sue visite a Salerno. Con un gruppo di amici aveva dato vita a una sorta di cenacolo, dove regnavano l’arte e la letteratura, e quelle serate trascorse alla galleria Il Catalogo dell’amico Lello Schiavone si concludevano immancabilmente nella trattoria del Vicolo della Neve.
Quando, nell’ottobre 1954, Salerno e i paesi circostanti furono devastati dall’alluvione, gli articoli del poeta, inviato speciale di Epoca, furono un grido di dolore. Dolore e pietà per quei morti e per quei luoghi rivisitati appena un mese prima e ora orribilmente stravolti dalla furia delle acque. Dopo alcuni giorni, finito il servizio per il suo settimanale, fu costretto a ripartire. Milano lo richiamava. Come sempre era stato ospite della madre e, per l’ennesima volta, si ripeteva il doloroso rito del distacco.
Quella mattina la sveglia aveva suonato a lungo, ricordandogli l’ora del treno e la partenza. Una tazzina di caffè trangugiata di mala voglia, un abbraccio alle sorelle, un lungo bacio alla madre. Non una parola. A cosa servono le parole in certi momenti?
Scendendo le scale si voltò, agitando la mano in segno di saluto. In strada si voltò ancora una volta per salutare la madre dal balcone, dove si era affacciata per seguirlo con lo sguardo. Pochi passi, e ancora un saluto, prima di scomparire, inghiottito dai vicoli del centro storico. La borsa sotto il braccio sembrava una cartella. La cartella di un bambino che va a scuola.
