“Autunno mansueto, io mi posseggo / e piego alle tue acque a bermi il cielo, / fuga soave d’alberi e d’abissi. / Aspra pena del nascere / mi trova a te congiunto; / e in te mi schianto e risano: / povera cosa caduta / che la terra raccoglie.”
così recita il poeta Salvatore Quasimodo nel suo componimento “Autunno” (da Oboe sommerso, 1932).
Una lirica che fa riflettere sulla natura mutevole della stagione appena iniziata, sulla malinconia che porta con sé, ma anche sulla sua straordinaria bellezza. Un canto eterno e ciclico che ogni anno si ripete, con il suo presagio di fine e di rinnovamento insieme.
Per chi ama l’autunno. In un batter d’occhio il paesaggio muta aspetto, si trasforma in incantevole foliage, l’aria diventa fresca, la luce aurea del giorno favorisce quel sentimento di tenero abbandono e di introspezione, si cerca la tranquillità.
Una pacata metamorfosi che fonde pittura e poesia in un unicum, un desiderio di celebrare questo profondo momento di riflessione stilando una lista di dipinti, accostando quest’ultimi a versi struggenti di autori che emozionano.
Iniziamo.
1. Tela vibrante di cromie è quella realizzata da Georgia O’Keeffe, intitolata “Foglie d’autunno, Lago George“, nel 1924. La pittrice statunitense amava raccogliere e collezionare, durante i suoi soggiorni a Lake George, foglie che la affascinavano per la sorprendente varietà di struttura e di colori. La tavola, in effetti, rappresenta “un letto di foglie di quercia sovrapposte, le cui forme sono isolate e i dettagli ingranditi, attirando l’attenzione sulle macchie di verde estivo che si aggrappano ai rossi infuocati e alle tonalità dorate dell’autunno”. Questo dipinto riporta alla mente il ritmo di Kyoshi Takakama, poeta giapponese che scrisse:
“Vento d’autunno / allo sguardo / tutto è haiku.”
2. Segue il capolavoro firmato dall’italiano Giuseppe Arciboldo. Il suo “Autunno” del 1573, che appartiene al ciclo delle “Quattro Stagioni”, è una “testa composta” formata interamente da elementi autunnali (frutta, funghi e castagne), assemblati con tanta maestria da rappresentare le sembianze di un uomo. Si osserva questo “volto” e si pensa alla prosperità propizia descritta in una delle più belle odi di John Keats,
“Stagione di nebbie e morbida abbondanza, / tu, intima amica del sole al suo culmine, / che con lui cospiri per far grevi e benedette d’uva / le viti appese alle gronde di paglia dei tetti, / tu che fai piegare sotto le mele gli alberi muscosi del casolare, / e colmi di maturità fino al torsolo ogni frutto / (…) chi non ti hai mai vista, immersa nella tua ricchezza?”
(da “All’autunno“, scritta nel 1819 dopo una passeggiata serale nei pressi di Winchester, nella contea dell’Hampshire).
3. S’include Egon Schiele e i suoi “Girasoli appassiti (Sole d’autunno II)“, quadro del 1914. I Welke Sonnenblumen sono delineati col tratto spigoloso tipico del pittore e incisore austriaco, mentre lo sfondo è caratterizzato da un tappeto di fiori che copre la collina e da un pallido sole che fa capolino. E si associa questa visione di vita caduca ad Antonia Pozzi, poeta dell’anima, che in una sua lirica pronuncia:
“Alle soglie d’autunno / in un tramonto / muto / scopri l’onda del tempo / e la tua resa / segreta” …
(da “Parole. Diario di poesia, 1930-1938”).
4. Si aggiunge una delle litografie eseguita tra il 1968 e il 1970 dall’artista spagnolo Salvador Dalì, dedicata appunto a “Le quattro stagioni”. Nuances calde e intense, figure sinuose ed eleganti, danno vita ad una allegoria dell’Autunno sapientemente curata che ispira un testo della Chandra Livia Candiani,
“Avanza Autunno / ah questa sciocca idea / di dover sempre imparare qualcosa. /
Guardo senza osservare / mi sfoglio mi slego / impallidisco tremo / e tremando volteggio. /
Come l’albero tratta le sue foglie / così tratto i miei pensieri.”
(da “Pane del bosco”, Einaudi 2023, pag. 59).
5. Infine, ecco una gouache del belga Magritte “scovata” in un catalogo Sotheby’s, recuperato casualmente in rete. Dalle note riportate online risulta che l’opera, denominata “L’Incendie” e datata 1948, è stata «compiuta all’indomani della Seconda Guerra Mondiale». […] In essa, «cinque alberi sovrapposti a forma di foglie giganti sono piantati al centro della composizione, i cui colori pastello creano un netto contrasto con il cielo scuro e la foschia che si estende dietro di loro. […] si ergono come sentinelle su una veduta cupa, proiettando ombre, nonostante l’oscurità dello sfondo, su una zona arida popolata dalle iconiche sfere di Magritte…».
Queste forme stilizzate di foglie di alberi ricordano profili di individui e tramutano lo scenario magrittiano in una metafora attualissima della condizione umana: fragilità, caduta, sofferenza, morte. La cornice ideale per cingere questo “fuoco” è il “Qui e ora” di Mahmud Darwish,
“Qui e ora… la storia non si cura né degli alberi
né dei morti. Agli alberi spetta crescere alti
e non assomigliarsi in altezza ed estensione.
Ai morti, qui e ora, spetta trascrivere
i propri nomi e sapere come morire soli.
Ai vivi spetta vivere insieme, e non saper vivere
senza una leggenda scritta che li salvi dall’inciampare
nella flaccida realtà e nella retorica del realismo
e dire:
siamo ancora qui
a osservare una stella che penetra ogni lettera dell’alfabeto
e a cantare:
siamo ancora qui
a sorreggere il fardello dell’eternità.”
(da “Vorrei che questa poesia non finisse mai”, Emuse 2024).
Occorre combatterlo, il Male. E mai come oggi, in questo clima di catastrofi naturali e conflitti armati, l’arte – in generale – e la poesia – in particolare – possono e devono essere strumenti potenti nelle mani di coloro che continuano a credere «nella forza di chi resiste attraverso la cultura e l’identità. Quando intorno c’è devastazione, le parole» e le immagini «non si limitano a raccontare il dolore; diventano una forma di salvezza, un mezzo per preservare l’umanità di chi le scrive e le legge».
Contro ogni forma di violenza. In ogni tempo, in ogni dove.

