Mentre il dibattito mediatico continua a concentrarsi sulle possibili conseguenze processuali per Alberto Stasi e sulla potenziale istanza di revisione della condanna, l’opinione pubblica ha ormai appreso la notizia centrale: la mancata annotazione di due esiti negativi nelle analisi sui pedali della bicicletta della vittima. Esiste però un dettaglio fondamentale che la narrazione televisiva e i titoli dei giornali hanno finora trascurato: come ha fatto la Procura di Pavia a scoprire quello che per quasi vent’anni è rimasto nascosto nei cassettoni informatici del RIS di Parma?
Il lavoro sulle “impronte digitali” dei macchinari
La risposta non sta in una soffiata d’anonimo né in un’improvvisa memoria ritrovata, ma in un’opera di vera e propria archeologia forense sui dati grezzi (raw data).
Gli inquirenti pavesi, guidati da una nuova metodologia di riesame dei grandi fascicoli del passato, non si sono limitati a rileggere le relazioni finali consegnate ai magistrati nel 2007 dal reparto scientifico dei Carabinieri. Hanno fatto un passo indietro: sono andati a estrarre i metadati originari e i file sorgente generati direttamente dalle apparecchiature di sequenziamento utilizzate all’epoca.
È qui che è emersa la discrepanza cronologica e metodologica:
- Il 19 settembre 2007, il biologo del RIS Alberto Marino registra la presenza di circa 2,78 nanogrammi di DNA ascrivibile a Chiara Poggi sul campione estratto dai pedali (bu_p).
- Il 20 settembre 2007, nelle ventiquattr’ore successive, lo stesso macchinario esegue altre due “corse” analitiche sullo stesso campione. Entrambe le rilevazioni restituiscono un tracciato piatto: esito negativo o nullo.
All’atto della stesura del verbale finale trasmesso alla Procura, tuttavia, queste due corse di controllo spariscono. L’esito positivo del 19 settembre viene presentato come dato unico e definitivo.
L’interrogatorio di Marino e la tesi della “non rilevanza”
A differenza di quanto emerso nelle prime ricostruzioni ufficiose, il biologo Alberto Marino, sentito a verbale dai magistrati di Pavia, non si è trincerato dietro un generico “non ricordo” sulla scelta di non inserire quei tracciati.
Incalzato dagli inquirenti su come mai quei due esiti negativi non figurassero nella relazione depositata agli atti, la risposta del tecnico è stata di natura gestionale: «Non li abbiamo ritenuti rilevanti». Secondo la visione del biologo, una volta ottenuto e tipizzato il profilo genetico nella prima corsa utile, le successive risposte nulle vennero interpretate come un fisiologico esaurimento del campione o come “rumore di fondo”, e dunque trascurabili nella sintesi per il Giudice.
L’effetto “CSI” e il clima del 2007: le ragioni di un’omissiva euforia
Per comprendere fino in fondo le ragioni di quella mancata comunicazione – e la psicologia che guidò gli uomini di Parma in quelle ore concitate – occorre però compiere un salto indietro nel tempo e calarsi pienamente nel clima culturale e mediatico del primo decennio degli anni Duemila.
In quegli anni, il RIS di Parma non era semplicemente un reparto d’élite della Sezione Scientifica dell’Arma: era una vera e propria icona nazionale, aureolata da una devozione mediatica quasi mitologica. Tra il successo travolgente delle serie televisive d’oltreoceano e le quotidiane apparizioni dell’allora colonnello Luciano Garofano nei salotti televisivi – in un’epoca in cui i talk show di cronaca nera muovevano i primi passi ed esercitavano una pressione formidabile – i biologi in camice bianco venivano percepiti come gli infallibili “oracoli” della verità giudiziaria.
In questo palcoscenico sovraesposto si consuma la vicenda umana e professionale di Alberto Marino. La cronaca dell’epoca e i racconti di chi visse quelle giornate descrivono l’emozione quasi travolgente che accompagnò il primo riscontro positivo del 19 settembre: un entusiasmo talmente viscerale da provocare al tecnico, si disse, persino una reazione febbrile per la tensione accumulata.
È del tutto verosimile ipotizzare che, nelle ore e nei minuti immediatamente successivi a quella prima “corsa” fortunata, vi sia stata un’interlocuzione informale e diretta con la Procura di Pavia — in particolare con il pubblico ministero titolare delle indagini, la dottoressa Rosa Muscio — durante la quale gli uomini del RIS esposero con orgoglio il risultato ottenuto, incassando l’apprezzamento e i complimenti degli inquirenti, convinti di aver finalmente chiuso il cerchio intorno al colpevole.
Il cortocircuito psicologico davanti al dato negativo
L’incubo metodologico si materializza la mattina seguente, il 20 settembre, quando il sequenziatore restituisce due tracciati desolatamente piatti.
Mettendosi nei panni di chi si trovò a gestire quella scoperta – da Marino fino ai vertici del reparto -, appare evidente il cortocircuito psicologico e istituzionale. Ammettere con la Procura l’esistenza di quegli esiti negativi avrebbe significato:
- Incrinare l’infallibilità dell’immagine del RIS faticosamente costruita ed esibita sul piano mediatico e professionale.
- Ridimensionare istantaneamente i meriti e gli applausi ricevuti soltanto poche ore prima.
- Provocare un’amara delusione negli inquirenti, ridimensionando l’entusiasmo di un’anticipazione data con troppa sicurezza.
Mancò, con ogni probabilità, la forza e il rigore deontologico di ammettere che il dato non era così granitico come annunciato. Si preferì percorrere la via più breve e rassicurante: cassare le due rilevazioni sgradite derubricandole a “dettaglio non rilevante” e consegnare agli atti un quadro monolitico, privo di quelle sbavature che avrebbero compromesso il prestigio del laboratorio.
La lezione della Procura di Pavia
È proprio per questo che la riscoperta effettuata dai pm pavesi sui raw data assume un valore paradigmatico. Dimostra che la verità processuale non può e non deve essere filtrata dall’orgoglio degli esperti o dal timore di smentire le aspettative dell’accusa. Riconsegnando alla storia del processo quei due tracciati negativi, la Procura di Pavia non ha soltanto aperto un varco per le valutazioni dei legali di Stasi, ma ha riaffermato un principio cardine della giustizia: la trasparenza scientifica vale più dell’infallibilità di qualsiasi camice bianco.
