L’opera in breve.
Le Lettere a un giovane poeta furono realmente indirizzate da Rilke al giovane scrittore Kappus fra il 1903 e il 1908. Pubblicate postume nel 1929, si diffusero in breve tempo nei paesi di lingua tedesca come una specie di breviario – non tanto d’arte quanto di vita. La casa editrice Adelphi le propone nella nota versione di Leone Traverso, uno dei primi e più felici interpreti di Rainer in Italia.
La missiva del 14 maggio 1904
Con una mirabile capacità di argomentazione e una illuminante apertura mentale, nello scambio epistolare del 14 maggio 1904, la risposta di Rilke al suo interlocutore è una piccola rivoluzione ante litteram sulla condizione femminile. Ecco perché, per celebrare le donne con un libro, ho scelto questo testo. Lo scrittore austriaco – di origine boema – già agli inizi del Novecento auspicava una “nuova umanità femminile”, in cui la donna non era da considerare in relazione all’uomo o come suo completamento, bensì come persona capace di vivere per se stessa, libera da condizionamenti o vincoli.
Il testo
Sovente riportato (e pubblicato) sul web con il titolo di “Un giorno esisterà”, in questo estratto Rilke non solo preannuncia l’emancipazione femminile, ma si abbandona anche a riflessioni sul tema della solitudine, sulla difficoltà di affrontare i propri dissidi interiori e sull’importanza di affrancarsi da convenzioni riguardanti le questioni di genere.
Roma, 14 maggio 1904
Mio caro signor Kappus,
È passato molto tempo da quando ho ricevuto la vostra ultima lettera. Non me ne vogliate male; […] È stata per me una gioia leggere sovente questo sonetto e la vostra lettera; vi ringrazio per tutt’e due. E non dovete lasciarvi sviare nella vostra solitudine perché qualcosa dentro di voi desidera uscirne. […] Ma il tempo dell’apprendere è sempre un tempo lungo, di clausura, e così amare è, per lungo spazio e ampio fino entro il cuore della vita, […] per colui che ama. Amare anzitutto non vuol dire schiudersi, donare e unirsi con un altro (che sarebbe infatti l’unione di un elemento indistinto, immaturo, non ancora libero?), amare è un’augusta occasione per il singolo di maturare, di diventare in sé qualche cosa, diventare mondo, un mondo per sé in grazia d’un altro, è una grande immodesta istanza che gli vien posta, qualcosa che lo elegge, e lo chiama a un’ampia distesa. Solo in questo senso, quale comandamento di lavorare a sé («di origliare e martellare giorno e notte») giovani creature potrebbero usare l’amore, che vien loro dato. Espandersi e offrire ogni sorta di comunione non è per esse (che ancora a lungo, a lungo devono risparmiare e accumulare); è il coronamento, è forse quello per cui vite di uomini oggi non bastano ancora. In questo però i giovani errano così spesso e così gravemente: che essi (nella cui natura è di non aver alcuna pazienza) si gettano l’uno verso l’altro, quando amore li assale, si spandono, come sono, in tutta la loro torbidezza, disordine, confusione… Ma che deve allora accadere? […] La fanciulla e la donna, nella loro nuova propria evoluzione, saranno soltanto per un tempo passeggero imitatori delle maniere e cattive maniere maschili e ripetitori di maschili professioni. Dopo l’incertezza di simili transizioni si dimostrerà che le donne sono soltanto passate attraverso la varietà e la volubilità di quei travestimenti (spesso ridicoli), per purificare il loro più proprio essere dagli influssi deformatori dell’altro sesso. Le donne, in cui la vita dimora più immediata, più fruttuosa e confidente, dovranno in fondo diventare esseri umani più maturi, più umani che il leggero maschio, il quale, non tratto oltre la superficie della vita dal peso di alcun frutto corporale, presuntuoso e affrettato, spregia quello che crede di amare. Questa umanità della donna sopportata in dolori e umiliazioni, quando avrà gettate da sé le convenzioni della esclusiva femminilità nelle metamorfosi del suo stato esteriore, verrà alla luce, e gli uomini che non la sentono oggi ancora venire, ne saranno sorpresi e colpiti. Un giorno (e di ciò ora, specialmente nei paesi nordici, già parlano e brillano fidi segni) un giorno esisterà la fanciulla e la donna, il cui nome non significherà più soltanto un contrapposto al maschile, ma qualcosa per sé, qualcosa per cui non si penserà a complemento e confine, ma solo a vita reale: l’umanità femminile. Questo progresso trasformerà (da principio contro la volontà dei maschi sorpassati) l’esperienza dell’amore, che ora è piena d’errore, la muterà dal fondo, la riplasmerà in una relazione intesa da uomo a uomo, non più da maschio a femmina. E questo più umano amore (che si compirà infinitamente attento e sommesso, e buono e chiaro nel legare e nello sciogliere) somiglierà a quello che noi con lotta faticosa prepariamo, all’amore che in questo consiste, che due solitudini si custodiscano, delimitino e salutino a vicenda. […](pagg. 52-53)
Tutti i buoni auguri siano per noi: donne di ieri, di oggi e di domani.
