Penultimo giorno del “Maggio dell’Architettura” e primo della tappa a Napoli: presso la chiesa dei SS. Cosma e Damiano ai Banchi Nuovi di Napoli, lo scorso 5 giugno, si è trattato di “Estetiche e dinamiche del margine” con, prima, l’inaugurazione della mostra “Premio Maggio dell’Architettura”.
Dopo i saluti del presidente dell’Ordine degli Architetti P.P.C. di Napoli Lorenzo Capobianco e del coordinatore del “Maggio dell’Architettura” Antonio Ciniglio, hanno introdotto la presidente della Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee Angela Tecce e il coordinatore del “Maggio dell’Architettura” Claudio Bozzaotra. La relazione è stata tenuta dall’artista Eugenio Tibaldi.
Prima dei lavori, molto suggestivo è stato il momento artistico dal titolo “Casa del gelso rosso” (soggetto e regia di Giuseppe Cerrone) con Giacomo Savio, Antonio Raucci e Giuseppe Cerrone.
«La ricerca che Giacomo Savio presenta in questa occasione esplora lo spazio come luogo di relazione, immaginazione e attraversamento. In questo percorso, il dialogo con Antonio Raucci e Giuseppe Cerrone ha aperto il progetto a ulteriori prospettive espressive. Il contributo artistico di Raucci ha partecipato alla definizione dell’immaginario visivo, mentre la drammaturgia di Cerrone ha costruito la dimensione narrativa e poetica del progetto».
«È uno spazio di riflessione che apre un margine e uno squarcio nell’architettura comunemente intesa – racconta Giuseppe Cerrone –. In questo margine possono entrarci la filosofia, l’arte, la passeggiata di Le Corbusier; abbiamo cercato di lavorare su una compenetrazione di interno ed esterno, cercando di immaginare l’architettura come elemento dinamico che possa essere attraversato in profondità e su più livelli dalle persone e dai viventi. L’architettura non è vista soltanto come uno spazio funzionale all’abitazione ma come un vero evento artistico e filosofico: momento artistico perché l’architettura è capace di stimolare continuamente il nostro immaginario e provoca l’artista alla creazione, a immaginare nuovi esseri che possono abitare determinati spazi, ma l’architettura è anzitutto evento, immagine congiunta di un’epoca sia dal punto di vista tecnico sia da un punto di vista teorico, filosofico, utopico. Abbiamo cercato di lavorare in questo senso e, laddove la scrittura ha avuto il predominio e si è presa il compito di riassumere tutta l’operazione, i riferimenti sono stati Le Corbusier e Beckett».
«Il progetto nasce come una ricerca sugli spazi, spazi intesi non come forme costruttive ma come luoghi di relazione, di immaginazione, di attraversamento – racconta Giacomo Savio –. La scelta di coinvolgere l’attore Antonio Raucci è legata proprio al desiderio di dare un immaginario visivo e il coinvolgimento di Giuseppe Cerrone, che ha lavorato alla regia del cortometraggio e alla drammaturgia, presenterà dopo questa narrazione poetico-narrativa del progetto. Dare un linguaggio nuovo all’architettura – come affermava Cerrone – non più legato alla forma e al costruito ma al vissuto, alle relazioni che possono esserci, alle dinamiche e al vissuto degli spazi».

«Oggi, penultimo giorno del “Maggio dell’Architettura”, si conferma quella che è la sua storia: la lettura dell’architettura attraverso altri linguaggi» – afferma l’architetto Claudio Bozzaotra – «in questo caso abbiamo un famoso artista che, nella sua attività, ama studiare le dinamiche e le estetiche dei luoghi ai margini delle metropoli. Ciò lo ha portato a vivere per oltre quindici anni qui, a Napoli, a studiare le periferie e le dinamiche che lui ritiene più mentali che geografiche. Questo gli permette di elaborare tutte queste sensazioni che lui mette insieme e di esprimersi attraverso il disegno, che per lui è fondamentale, l’installazione e la fotografia. Lui interviene anche nelle analisi delle architetture che nascono e proliferano in questi luoghi senza una progettualità colta, spontanea e dunque, assorbendo questo tipo di sensazioni, elabora una sua attività. I suoi spunti e i punti focali che un artista mette insieme per poter elaborare una sua opera attraverso il proprio linguaggio – continua Bozzaotra – possono essere utili anche per un architetto o rappresentare un momento di approfondimento diverso da quelle che sono le dinamiche di pensiero professionali che uno adotta abitualmente. A lui interessa la periferia, le metropoli non gli interessano anche perché le grandi metropoli sono contaminate da altri fattori mentre, invece, nelle periferie vi è il localismo che porta a modificare geograficamente il luogo».

«Sono stata contenta di partecipare sia perché da molti anni seguo il lavoro di Eugenio Tibaldi – dichiara Angela Tecce –, artista italiano con una parte molto importante della sua ricerca a Napoli. In qualità di presidente della Fondazione “Donnaregina”, Fondazione rivolta alle arti contemporanee della Regione Campania, oggi con arti contemporanee si intende tutto: non ci sono barriere e cesure tra discipline specifiche. Sono qui anche come storica dell’arte rivolta al contemporaneo. Il mio ultimo incarico ministeriale, prima di assumere la presidenza del “Madre”, è stato proprio quello di dirigente delle periferie urbane della Direzione arte e architettura contemporanea, come si chiamava allora, oggi Direzione della Creatività. Il tema della periferia ritorna ma ritorna anche un’interpretazione che io avevo dato nei miei anni di servizio alle periferie urbane quando ero a Roma; un Ministero della Cultura non può certo risolvere i problemi enormi delle periferie che oggi raccolgono un numero di persone tali da non essere marginali rispetto alle esistenze delle persone: sono la città e dunque l’integrazione di questi luoghi è elemento essenziale. Dicevo, dunque, che questo è compito di ministeri che si occupano di politiche sociali, però la cultura può essere un seme importante di aggregazione. Il lavoro di Tibaldi è strutturato intorno alla riflessione da un punto di vista artistico, una riflessione su queste esistenze marginali e architetture che lui chiama in diversi modi (“minime”). Credo che la visione degli artisti, per tante discipline, apra possibilità di riflessione metodologica molto ampie e questo è quello che spero possa venir fuori nella mia brevissima presentazione e nel racconto che Eugenio ci farà di alcune sue esperienze, proprio come indicazione di metodo».

«Ritengo l’architettura una materia fondamentale perché la considero la grammatica del vivere – dichiara Eugenio Tibaldi –. Gli architetti hanno l’onore e l’onere di scrivere le regole dentro cui tutti noi ci muoviamo. Il mio interesse per l’architettura nasce moltissimo tempo fa, soprattutto per l’architettura informale, quella che si genera attraverso istanze primarie, non strutturate attraverso un livello culturale alto ma generate dalle periferie non solo di Napoli ma di tutto il mondo. Napoli per me è stata importantissima, io ho speso sedici anni della mia vita in questa città, per cui il mio legame con Napoli è molto forte. Ritengo Napoli la mia città di adozione: essa mi ha fornito gli strumenti per avere una lettura particolare del mondo. Quello di cui parleremo oggi è un po’ tutto questo: questa relazione strettissima che ho avuto con la città e che ho tutt’ora e quest’attenzione che ho nei confronti dell’architettura in quanto materia necessaria per scrivere le regole della vita e della società».
Sui mezzi digitali che si intersecano sul lavoro degli architetti, Eugenio Tibaldi non ha dubbi: «Non uccidono l’immaginario. Tutto quello che concerne il discorso digitale, non soltanto l’intelligenza artificiale con cui ci stiamo confrontando tutti e non solo nell’architettura ma anche nell’arte, è un discorso non nuovo; anche per quanto riguarda la progettazione, infatti, essa si è spostata molto sul digitale dal punto di vista architettonico. Bisogna fare un passo indietro: il tempo del disegno non è il tempo della rappresentazione, è il tempo della comprensione. Il tempo che si impiega a disegnare una cosa a mano è il tempo che impiega il mio cervello a comprendere il luogo, la dinamica che in quel luogo si sviluppa e la possibilità di comprenderlo e di generare qualcosa intorno a queste riflessioni. Se facessi tutto in maniera digitale eliminerei quel tempo e sarebbe un’appropriazione e non una comprensione. Per questo oggi ritengo che abbiamo degli strumenti fondamentali quali l’intelligenza artificiale e la progettazione digitale, ma sono strumenti e non ci permettono di capire; ci permettono di narrare in maniera diversa quello che abbiamo compreso, ma il tempo della comprensione rimane comunque necessario».
