
L’organizzazione islamista tra apertura tattica e consolidamento del potere dopo l’accordo di Sharm el-Sheikh.
Sharm el-Sheikh, 14 ottobre 2025 — L’immagine di Donald Trump che firma il documento per la cessazione delle ostilità a Gaza, accanto ai ministri di Egitto, Qatar e Turchia, ha segnato un momento di portata storica nel tormentato conflitto israelo-palestinese.
Ma l’assenza più pesante e più eloquente alla cerimonia è stata quella di Hamas, la forza che controlla la Striscia di Gaza e che da settimane gestisce la tregua con un equilibrio fragile fra prudenza diplomatica e riaffermazione del proprio potere interno.
Né il governo israeliano né Hamas erano presenti fisicamente alla firma del trattato. Un segnale di distacco, ma anche una scelta calcolata: mantenere libertà di movimento nel caso la tregua dovesse fallire.
Trump, tornato sulla scena mediorientale con il piglio da “deal-maker” dei suoi anni alla Casa Bianca, ha definito l’accordo “una svolta per la pace e la prosperità della regione”. Ma sul terreno, a Gaza, la realtà è più complessa.
Secondo quanto riferito da Reuters e The Guardian, Hamas ha accolto l’intesa “con prudente apertura”, lodando il ruolo di mediazione americana ma rifiutando qualsiasi disarmo totale.
Fonti interne all’organizzazione hanno chiarito che la priorità resta “proteggere la capacità di difesa” e garantire che Gaza non ricada in uno stato di dipendenza militare da Israele o da attori esterni.
Nel linguaggio di Hamas, “difesa” significa soprattutto preservare un margine di deterrenza. Accettare un monitoraggio internazionale delle armi, sì; ma non una resa definitiva.
Una posizione che, per i negoziatori occidentali, rischia di trasformare la tregua in un equilibrio instabile.
Appena siglato l’accordo, le forze di sicurezza di Hamas hanno cominciato a dispiegarsi in tutta Gaza. Poliziotti e combattenti armati sono tornati visibili nelle strade, formalmente “per garantire la sicurezza pubblica” durante la transizione, in pratica per riaffermare il controllo politico e militare dopo mesi di caos.
Secondo fonti locali citate dal Guardian, l’organizzazione ha lanciato una campagna di “normalizzazione interna”, alternando misure di amnistia per i reati minori e repressione mirata contro clan armati rivali, come quello dei Doghmush, attivo nella periferia sud di Gaza City.
“Chi collabora con Israele o mina l’unità nazionale pagherà le conseguenze”, ha dichiarato un portavoce del movimento in un messaggio diffuso sui canali interni.Una frase che, letta nel contesto della tregua, suona più come un avvertimento che come un’apertura.
Da un lato, il gruppo islamista si mostra conciliatore sui media internazionali, parlando di “responsabilità condivisa” e di “ricostruzione civile”.
Dall’altro, nei canali interni e nelle moschee, ribadisce la propria linea di resistenza permanente.
In una nota pubblicata dopo la firma, un portavoce di Hamas ha ringraziato “tutti coloro che hanno reso possibile la tregua”, ma ha aggiunto che “nessuna forza potrà imporre a Gaza la rinuncia alla sua autodifesa”.
La formula è volutamente ambigua: apre spiragli diplomatici, ma tiene viva la narrativa della resistenza armata.
Sulla carta l’accordo prevede:
• il rilascio completo degli ostaggi israeliani entro 72 ore,
• il ritiro graduale delle forze israeliane,
• la creazione di una autorità di transizione palestinese sotto supervisione internazionale,
• un fondo per la ricostruzione finanziato da Stati Uniti, Qatar e Unione Europea.
Nella pratica, tutto dipenderà da quanto Hamas sarà disposta a cedere parte del controllo amministrativo di Gaza.
Per ora, il gruppo islamista sembra intenzionato a restare al centro di ogni decisione, spostando il baricentro dal confronto militare al controllo politico e sociale.
Il punto più controverso rimane la smilitarizzazione.
Trump e i mediatori arabi hanno insistito sulla necessità di “ridurre progressivamente” l’arsenale di Hamas, ma il movimento non ha mai firmato un impegno scritto in tal senso.
Anzi, secondo analisti citati da Al Jazeera, Hamas considera la supervisione internazionale “una misura temporanea”, non un preludio alla resa.In altre parole: la tregua non ha disarmato Gaza, l’ha solo silenziata — almeno per ora.
A Sharm el-Sheikh Trump ha parlato di “pace duratura”.
A Gaza, la popolazione spera semplicemente in elettricità stabile, acqua potabile e sicurezza dopo due anni di devastazione.
Tra queste due visioni corre un abisso.Se la tregua reggerà,sarà forse ricorda come l’inizio di un lento processo di stabilizzazione.Se invece fallita,potrebbe diventare solo l’ennesimo interludio in un conflitto che da decenni rifiuta la parola fine