Un’infanzia ancora racchiusa negli stereotipi di genere
Negli scaffali dei negozi di giocattoli, accanto ai robot trasformabili e alle costruzioni ingegnose, c’è ancora un reparto che sembra fermo nel tempo: quello dei giochi “per bambine”. Qui dominano confezioni rosa shocking e glitterate che invitano a truccarsi, cucinare, prendersi cura di bambole-bebè o a riprodurre in miniatura le faccende domestiche.

Le scatole colorate promettono divertimento, ma allo stesso tempo veicolano un messaggio preciso: crescere significa imparare a essere belle, curate, brave in cucina e attente alla casa. Troviamo kit per realizzare maschere e creme viso, set per il make-up “da influencer”, laboratori per preparare dolci o pizze giocattolo, fino ad arrivare a lavatrici e aspirapolvere in versione giocattolo.

Un universo che, pur mascherato da gioco educativo, rischia di diventare un percorso guidato verso ruoli prestabiliti. Se i maschi vengono spinti verso attività creative, costruttive e tecnologiche, le femmine sono ancora spesso indirizzate a prendersi cura della propria estetica o di altri.

Secondo diversi pedagogisti, il problema non è il singolo gioco, ma la ripetizione di uno schema che riduce le possibilità immaginative. Una bambina che riceve solo trucchi, bambole e pentoline finisce per interiorizzare che quello è il suo spazio naturale. Eppure il gioco è la palestra della vita: serve a sperimentare ruoli, a sviluppare interessi e talenti.

Il mercato, però, sta lentamente cambiando. Si vedono comparire kit scientifici neutri, giochi di coding e robotica pensati per tutti, strumenti musicali o set artistici che parlano a bambine e bambini senza distinzioni di genere. Sono ancora una minoranza, ma rappresentano un segnale positivo.

Il punto cruciale non è demonizzare rossetti e bambole, ma offrire alternative. Una bambina può divertirsi a truccarsi e allo stesso tempo costruire un circuito elettrico o programmare un piccolo robot. L’importante è non chiuderla in un’unica cornice, ma lasciarla libera di esplorare.

La sfida, allora, non è solo dei produttori di giocattoli, ma anche di genitori ed educatori: proporre una gamma di esperienze che allarghino gli orizzonti e insegnino che la femminilità – come la mascolinità – non è un pacchetto preconfezionato, ma un percorso da costruire liberamente.
