Ogni volta che in Italia si parla di “riforma della giustizia”, scatta la solita febbre da curva sud: si formano tifoserie, si alzano bandiere, si gridano slogan. E nel frastuono, la palla – cioè il senso profondo delle riforme – finisce dimenticata ai margini del campo.
Eppure, la giustizia non è una bandiera da agitare, ma un pilastro da comprendere.
Il dibattito di oggi non nasce dal nulla: è il frutto di una lunga evoluzione iniziata negli anni Ottanta, quando la riforma Vassalli segnò il passaggio da un sistema inquisitorio – in cui il giudice era anche indagatore – a un modello accusatorio, fondato sul confronto tra accusa e difesa davanti a un giudice terzo.
Da allora, la separazione tra chi accusa e chi giudica non è una scelta ideologica, ma una conseguenza naturale di quella svolta. Tuttavia, come spesso accade nel nostro Paese, il dibattito si è impantanato nelle sabbie mobili della politica, trasformandosi in una battaglia di schieramenti più che di idee.
L’articolo 111 della Costituzione, introdotto nel 1999, ha consacrato il principio del giusto processo: “nel contraddittorio fra le parti, in condizioni di parità, davanti a un giudice terzo e imparziale”. Una formula semplice, quasi poetica, ma che racchiude un mondo. Perché in quella parola – terzo – c’è la garanzia ultima della libertà di ciascuno di noi.
E allora domandiamoci: può esistere un giudice davvero terzo se condivide carriere, correnti e organi di autogoverno con chi rappresenta l’accusa? Può esistere fiducia nella giustizia se il cittadino percepisce che chi giudica e chi accusa appartengono allo stesso corpo, con logiche interne più simili a quelle di un partito che a quelle di un ordine dello Stato?
Non si tratta di diffidare della magistratura – che resta una delle grandi conquiste repubblicane – ma di renderla più trasparente, più leggibile, più vicina ai cittadini.
La vera insidia, oggi, non è la “subordinazione al potere politico”, come qualcuno grida con toni apocalittici. È, semmai, l’autoreferenzialità di un sistema chiuso, incapace di riformarsi dall’interno.
Separare le carriere non significa mettere il cappio al collo della magistratura.
Significa, piuttosto, restituire forza e dignità a un principio costituzionale già scritto, ma troppo spesso tradito nella pratica: l’autonomia e l’indipendenza da ogni altro potere, inclusi quelli interni.
Il referendum che verrà – quale che ne sia l’esito – non dovrebbe essere un test di fedeltà politica. È una prova di maturità civile.
È l’occasione per capire se vogliamo una giustizia meno autoreferenziale e più trasparente, capace di difendere il cittadino, non di difendere se stessa.
Smettiamola di tifare.
Cominciamo, una volta tanto, a capire.
