Berlino, 24 marzo 1882. Viene convocata la Società Fisiologica Germanica: la medicina ufficiale fa il punto della situazione. Sono presenti tutti i grandi numi della scienza medica, tra i quali spiccano Erlich e Wirchow. Gli sguardi di tutti corrono a quell’uomo dalla barba ben curata, dalla precoce e ampia calvizie e dalla fronte lievemente lucida di sudore. È pallido, nervoso, controlla i suoi appunti. Sembra a disagio, nell’abito grigio e severo, non elegante e tuttavia impeccabile. Il dottor Robert Koch non è uno di quelli che contano, però sarà il protagonista della giornata.
Rischia tutto: sa bene che ogni parola, qui, è valutata e pesata come, in laboratorio, si pesa e si valuta una sostanza o un risultato. Deve quindi essere molto sicuro di sé, se si è proposto come relatore. Ciò che ha intenzione di comunicare è cosa, infatti, che potrebbe scuotere il mondo intero. Koch ha annunciato di voler comunicare l’esito delle sue ricerche sul vettore della tubercolosi. Koch non ha ancora quarant’anni e questo gioca a suo sfavore. Certo, ha avuto un innegabile successo con i suoi studi sull’agente del carbonchio, ma ora si tratta di ben altra cosa. La tubercolosi è un mostro che miete milioni di vittime e contro il quale tutto il mondo lotta da secoli. In questa battaglia l’esperienza è arma indispensabile. Koch, invece, ha appena vent’anni di laurea. Ha le ali per certi voli? Questo, probabilmente, si chiedono, senza parlare, i membri della Società Fisiologica.
Koch inizia a parlare nel silenzio più profondo. Comincia con un certo nervosismo, che tuttavia scompare quasi subito; si muove su un terreno congeniale, quello della ricerca. Ha trascorso mesi in tutti gli ospedali di Berlino a esaminare cadaveri: il giorno all’obitorio e la notte al microscopio. Ha iniettato i tessuti di malati a migliaia di cavie animali. Gli animali muoiono l’uno dopo l’altro e ogni cavia obbliga Koch a diciotto ore di lavoro. Ed è soltanto negli uomini o negli animali tubercolosi che trova quei bastoncini esili, ricurvi, letali, colorati di blu. Aveva scoperto il bacillo, la vera causa della tubercolosi, che porterà il suo nome. Adesso parla con distacco, con sicurezza e freddezza, quasi come se esponesse e commentasse il lavoro di un altro. Parla a lungo, dà risposta a ogni domanda, a ogni dubbio e, quando conclude, rimette insieme i fogli che ha letto e torna al suo posto.
Nessun applauso, nessun commento. Non un mormorio. Totale immobilità. Non c’è discussione sulla relazione di Koch, solo lo schiarirsi di qualche gola. Trascorrono interminabili secondi. Chi deve prendere la parola per primo è il professor Rudolf Wirchow, che dal 1856 tiene gloriosamente la cattedra berlinese di anatomia patologica ed è considerato maestro onnisciente. Tutti hanno potuto osservare con quanta attenzione egli abbia ascoltato Koch. Accade quello che non è mai accaduto. Wirchow sembra esaminare gli appunti che ha brevemente preso. Poi si alza, si volge a Koch, gli indirizza un cenno con il capo, quindi lascia il suo posto e se ne va. Non ha nulla da dire, non ha obiezioni da fare. Questo vuol dire che accetta i risultati di Koch. Il microbo della tubercolosi è stato individuato. E possiamo benissimo immaginare il segreto sospiro di sollievo di Koch.
Una ventata di ottimismo investe il mondo intero. Ma è stato scoperto il bacillo, non la terapia. Qualcuno ha scambiato la scoperta del bacillo per la scoperta della terapia; milioni di malati hanno cominciato a sperare, si sono avuti patetici episodi di fiducia e poi di delusione. Koch chiama «la mia linfa» una sostanza ottenuta sotto forma di una sorta di sciroppo bruno, dall’intenso sapore aromatico: la tubercolina, che dovrebbe avere la doppia efficacia del vaccino e della terapia. Purtroppo, così com’è, la tubercolina non basta e non serve a guarire la tubercolosi. Ma oggi noi sappiamo che il suo lavoro è stato tutt’altro che inutile e che, pur non dando i risultati (o i miracoli) sperati, la tubercolina, che verrà in seguito variamente modificata, rappresenta un importante strumento nel campo della diagnosi della malattia e ha indicato una valida strada da seguire.
Ma c’è un italiano cui si deve una svolta decisiva nella lotta contro la tubercolosi. È Carlo Forlanini, una delle glorie dell’Università di Pavia. Grazie a lui i tisici cominciano finalmente ad avere a disposizione qualcosa per curarsi. Quattro mesi dopo la scoperta del bacillo da parte di Koch, Forlanini propone l’applicazione di uno pneumotorace artificiale come terapia in certi casi della malattia. Con il termine pneumotorace si indica genericamente una raccolta d’aria nella cavità pleurica. Forlanini introduce artificialmente, tra le due membrane pleuriche, una quantità di azoto o di altro gas e immobilizza il polmone malato. Lo scopo, com’è facile comprendere, è permettere alla lesione tubercolare di cicatrizzarsi.
Quando muore, a Pavia, il 25 maggio 1948, Forlanini ha avuto la soddisfazione di vedere la sua scoperta universalmente applicata per combattere un male contro il quale, fino ad allora, non si conoscevano cure vere e proprie.
Solo nel 1943 il dramma della tubercolosi si concluderà, quando il ricercatore americano S.A. Waksman scopre la streptomicina.
