Ogni anno il Festival di Sanremo non è soltanto una gara musicale, ma un vero e proprio fenomeno mediatico capace di catalizzare l’attenzione dell’intero Paese. Che si tratti dei testi delle canzoni in concorso, degli abiti degli artisti, delle scelte della giuria o dei monologhi sul palco (di natura politica o esistenziale), anche per questa edizione 2026 la kermesse canora sanremese non fa mancare la sua buona e immancabile dose di polemiche.
L’edizione 2026
La 76esima edizione 2026, conclusasi nella tarda notte di domenica 01 marzo, è stata definita “moscia” rispetto a quelle passate. A trionfare Sal Da Vinci con il brano “Per sempre sì”, seguito al secondo posto da Sayf con la sua “Tu mi piaci tanto”, al terzo da Ditonellapiaga con “Che fastidio!”. Chiudono la top five Arisa con “Magica Favola”, Fedez e Marco Masini con “Il male necessario”.
Ma se guardiamo alle diatribe che hanno attraversato negli anni il Festival della canzone italiana, emerge un fil rouge piuttosto chiaro: Sanremo è lo specchio (e spesso l’amplificatore) delle tensioni culturali, politiche e generazionali dell’Italia del momento.

Le clamorose polemiche del 1960 e del 1962.
All’uopo, riporto l’articolo scritto dal giornalista Angelo Falvo e illustrato da Walter Molino, pubblicato sulla Domenica del Corriere il 27 dicembre 1959. L’aneddoto narra di quando la giuria incaricata di selezionare le venti canzoni finaliste per la 10ª edizione del Festival di Sanremo (1960) si riunì a Roma presso l’Istituto Luce, occasione nella quale Antonio De Curtis, in arte Totò, presidente della commissione, lasciò clamorosamente la giuria.
Per divergenze con gli altri membri riguardo all’ammissione di un testo che lui apprezzava molto, intitolato “Parole”, decise di abbandonare perché non voleva fare la “figura dell’uomo di paglia”.
Celebre anche l’episodio di Mina e la sua “Le mille bolle blu” del gennaio 1961, ancora oggi uno dei suoi più noti cavalli di battaglia. Ai tempi l’artista cantò con una forte infiammazione alla gola. La stampa e la critica, che dagli esordi l’avevano sostenuta, in quella occasione apparvero poco convinti dalla qualità della melodia. E anche la performance, con le dita che sfiorano le labbra, non fu giudicata come un’esibizione vera e propria, ma addirittura come una mancanza di rispetto. A partire dal 1962, Mina non ha più preso parte al Festival come concorrente, ritirandosi dalle scene pubbliche nell’agosto del 1978, pur mantenendo una prolifica attività discografica.
Oggi cosa accade?

Polemica uguale presa di posizione. Oggi, invece, cosa accade? Occorre constatare che non è mutata solo la musica, ma è mutato lo scenario civile e sociale in cui ci muoviamo. Non più contestazione, ma indifferenza. Le contraddizioni che ci vedono protagonisti lo evidenziano. Scoppia un nuovo conflitto in Medioriente e cosa avviene in concomitanza di questi eventi? Nulla di sensato. Si mette in atto una distanza psicologica ed emotiva da ciò che accade nella vita reale e si cerca riparo nella propria “bolla virtuale”, dove nessuno può entrare per confrontarsi.
Sul web e sui social continuiamo a leggere i peggiori commenti di sempre (su pronostici, risultati e gusti personali di una classifica musicale), totalmente anestetizzati al dolore di chi vive terrorizzato da bombe, missili e devastazioni laceranti.
Con mio sommo dispiacere, il palcoscenico dell’Ariston è stata l’ennesima occasione mancata per poter denunciare a gran voce gli orrori delle guerre, per favorire un dialogo diplomatico tra potenti atto a costruire una strategia di pace, oggi più che mai necessaria.
Come siamo giunti a tutto questo non me lo so spiegare. La spirale di violenza in cui l’umanità è precipitata deve assolutamente essere fermata. “Per sempre”, come recita il titolo della canzone vincitrice di quest’anno, prima che sia davvero troppo tardi.
