La sensazione del lettore, almeno dello scrivente, nell’approccio alla produzione di Alfonso Gatto è una implosione emotiva, detonata da elementi inediti: sgomento e disorientamento percettivo nel labirinto di percorsi tematici, ideologici, del grandissimo artista salernitano. Si è pervasi dalla voracità di lettura istintuale, magnetizzati da ogni scritto sugli scaffali del labirinto letterario virtuale. Ci si perde. Perdizione anomala, senza esigenza della via d’uscita. “La pecora nera”, edito nel 2001 (Edizioni Scientifiche italiane), la ritengo una chicca, gioiellino dell’immenso mondo gattiano. Prologo semplice, efficace ad inquadrare il poeta immenso salernitano, per chi sta respirando, nell’immergersi in una lettura che lascerà senza fiato.
Alfonso Gatto “cronachista”, è la definizione del poeta nella introduzione al libro, dell’ottimo come sempre, Prof. Francesco D’Episcopo. Una definizione per fotografare, in una veste particolare un personaggio che fu e resta “Tanta roba”: poeta in primis, ma, filosofo, giornalista, critico letterario, commediografo, pittore e financo attore. “La pecora nera” è una silloge di fatti di cronaca coevi e non al poeta, in cui si sintetizza, sublima tutto il personaggio. Racconti, considerazioni di cronaca, vita reale, che traspirano poesia più delle poesie. Ermetici, secchi, efficaci, dipinti nella cornice di una paginetta e mezza massimo. Si potrebbe leggere il libro dall’ultimo racconto al primo o a caso. Il lettore sente la narrazione sottovoce, nella più goliardica confidenza, come al tavolino di un bar di periferia, non dall’intellettuale e poeta mondiale, ma dal figlio del centro storico di Salerno, nato e cresciuto a Vicolo degli Amalfitani N°10, vicino via delle Galesse. Il catalogo dei fatti, episodi raccontati, commentati, è variegato. Nella chiacchierata con l’autore, ci si ritrova inconsapevolmente rapiti dalle emozioni più disparate: commozione, introspezione, ironia, indignazione…
Fra le prime pagine del libro, “Sul fatto”, introduce un tema, il tema esistenziale di sempre: l’imprevedibilità della vita. La nostra esistenza, commedia gestita da un regista, inquadrabile a seconda delle estrazioni, culture diverse: Dio? Il caso? Il destino? La nonna che da giovane a Messina col suo uomo, si sente chiamare per strada, alza lo sguardo e vede una bambina sporgersi da un balcone e cadere. In una frazione di secondo, la piccola si ritrova e salva nella gonna aperta della donna, a mo’ di piccolo telo che ammortizza la caduta. Un’altra voce, la cui provenienza mai capita, in una circostanza descritta con estrema tenerezza, sente lo stesso Gatto in una strada fredda, nebbiosa di Milano, nel giorno di un’epoca giovanile in cui con pochi soldi, in tasca camminava affamato. Il voltarsi, lo fa infilare casualmente in un’altra strada, dove incontra un amico con il quale, oltre al calore di una piacevole conversazione, è ospite a colazione. Attimi fugaci di esistenza, vitali come per la nonna a Messina o banali ma significativi come per lui stesso a Milano. Aprono alla riflessione profonda del concetto di “Terza via”, alternativa, possibilità esistenziale che sfugge al nostro controllo. “La pecora nera”, da cui il titolo della raccolta, nel rispetto di un patto col lettore di cronaca documentabile, segue, diventa iperbole alla riflessione introspettiva, non solo sulla casualità della vita ma sul destino di ogni uomo. A Laplean, villaggio della Francia meridionale, durante un temporale, un pastore constatata che un fulmine ha ucciso solo le pecore nere. Testimoni, gli abitanti del villaggio che vedranno tornare solo le pecore bianche. Nella difficoltà a spiegazioni plausibili, Alfonso Gatto interroga il lettore:
“Vien fatto di chiedere quale sarebbe stato il nostro destino nel gregge: pecore bianche o pecore nere?”
Il lettore, interdetto dalla seriosità della domanda, nei dubbi delle risposte possibili, vive la commozione suscitata dal ricordo di Remigio, lo scolaretto di campagna:
”Penso a Remigio, lo scolaretto di campagna che tutti chiamavano «Remì» con un tocco d’allegrezza che non lo fece ridere mai. Quel giorno di pioggia, continuò a camminare piano per la strada maestra, sembrava che parlasse con sé solo, misurando i passi col suo giudizio. Se ne andò a letto con la febbre, continuando a ragionare, morì pensando con gli occhi aperti. Io non l’ho più dimenticato e qualche volta mi sembra di vivere anche per lui, come una pecora nera affezionata alla frusta polvere del pelo”.
“Il paese ignoto”, episodio che integra con righe di pura lirica, riflessioni sulla esistenza costellata da attimi di vita legati anche a luoghi indimenticabili, dove si è trascorsa una sola notte. Frammenti unici della pellicola mnemonica. In un bosco gelido invernale di Lagonegro, con la macchina in panne, la discrepanza di atteggiamento fra il compagno di viaggio, disperato per il disagio, la rassegnazione a trascorrere una notte all’addiaccio, e lui, estraniato dalla realtà, per respirare nel bosco, un frammento di vita, intriso delle percezioni di un angolo notturno dell’universo. Inspiegabilmente l’auto riparte. L’amico, indispettito, non capirà mai come. Per il vento? La forza del poeta di pensare ad altro?
“Ero stato soltanto un uomo che aveva ascoltato, aveva visto, il suo punto nell’universo, trovando le foglie del suo passare sugli alberi della foresta”.
Ancora nelle prime pagine, un Gatto ironico, sferzante, sagace nel “Il riso in bocca”. Paragone efficace fra l’atteggiamento, comportamento di uomini che hanno fatto la storia come Giolitti, Nitti, Turati, Orlando, sobri, seri, uguali nella vita privata come in quella pubblica, a differenza dei politici dell’epoca (e direi molto di più attualmente), sempre sorridenti, mostrando i denti.
“Incominciarono i dittatori a sorridere e a lasciare perduti gli occhi chissà su quali orizzonti, furono i primi a sollevare in braccio i bambini sperduti sul palco delle autorità. Hanno continuato poi tutti gli altri. I più modesti, i più sensibili al ridicolo, o gli interessati a mostrare in abito borghese la ritrovata uniforme democratica, non si esimono dallo scegliere di sé le immagini più ridenti e fiduciose e per gli avversari le più deformanti e cattive. Una gara di lodi e di insulti muta. Come è raro trovare oggi un uomo politico che cammini solo a piedi per la città, così è raro imbattersi sui muri o sui giornali in un candidato che non sorrida. E una moda americana o russa? Non è dato saperlo, perché sorridono da tutte e due le parti. Sorride Breznev, sorrideva una volta Nixon, ora sorride, un po’ meno, Ford. Churchill lasciava fare al sigaro e alle fossette. Ma lui era simpatico, dopotutto. Col berretto di guardiano dello zoo, nel mostrare la gabbia della jena, Petrolini imboniva stentoreo: «Questa è la jena, detta “jena ridens”. E brutta, puzza, esce di notte, mangia solo li cadaveri, fa l’amore una vorta all’anno. Ride, io mi domando che ci ha da ride…”
Alfonso Gatto si esalta, esalta il lettore quando lo zoom dell’obiettivo fotografico con cui immortala il fatto di cronaca, punta la psicologia umana. Il rapporto dell’uomo con sé stesso, la sua interiorità, la convivenza con le diverse persone che lo compongono e appaiono, scompaiono in rapporto alla contingenza dell’attimo.
”La signora novanta”, è una riflessione delicatissima, intrisa di poesia, con la quale, il letterato analizza la compagna, nel bene e nel male, di tutta la vita dell’essere umano: la paura. Profonda nella sua semplicità ed efficace nella conclusione:
”Si consoli chi parla con la sua paura, è in compagnia di sé stesso e della sua immagine”.
Fra gli episodi che dissezionano la psicologia umana, figlia anche della causalità della vita, “Molta schiuma”. Emblematico, commovente. Bill Fals, un aviatore ventiduenne americano, sfrutta il 18 settembre, giorno del suo compleanno, ventiquattro ore di permesso, per raggiungere dalla base militare La Mesa di San Diego, la madre, vedova da poco a Phoenix. L’amico Chuck, gli presta il suo apparecchio, un Tailorcraft che aveva benzina per cinque ore. La distanza San Diego-Phoenix, brevissima, appena cinquanta Km, ma inspiegabilmente, Bill si perde o, come stigmatizza Gatto, “Si incanta” nel deserto messicano, dove è costretto ad atterrare. Undici giorni drammatici nei quali l’aviatore, bruciando al sole fra fame e sete, si dispera perché neanche chi lo sta cercando lo intravede. Annota tutto su un taccuino, una sorta di testamento che ritroveranno per caso, tre pescatori atterrati li con un Piper.
I soccorritori non riescono a disincagliare il Piper dalla sabbia e, armati di volontà e coraggio, percorrono a piedi i sessanta km che li separano dal villaggio S. Filippo dove giungono stremati, quasi accecati dal sole ma vivi. La domanda è: come mai Bill non ha fatto la stessa cosa, invece di, come si legge nel taccuino, bere acqua di mare salata, nuotare e alla vista di un battello lontano, aver “fatto molta schiuma” vanamente? La riflessione si impernia sulle scelte umane soggettive, diverse, contingenti, anche sotto l’influsso dello spirito di sopravvivenza. Il poeta salernitano si dichiara in linea con Bill e…avrebbe” fatto molta schiuma”. Le tematiche, nel libro si susseguono. Alfonso Gatto, sfrutta qualsiasi suggestivo fatto di cronaca per rimbalzare da quelle anche esilaranti, ironiche a quelle seriose esistenziali. Quando ci si avvicina all’etica, esce l’anima del filosofo, uomo politico della gente, fra la gente. Carità e giustizia”, prende spunto da uno dei tanti gesti caritevoli con i quali le società di tutti i tempi si illudono di silenziare la propria coscienza. È una scossa di attenzione, riflessione per l’anima, coscienza del lettore:
“lI giorno che uomini e nazioni esporranno, ben visibile e puro, un proprio atto di giustizia in luogo di un gesto di carità, quel giorno – siamo sicuri – arriverà anche un medico al capezzale di una madre morente, una minestra a tutti i bambini, bianchi, negri o gialli, una parola a tutti i cuori. Cristo fu «giusto» in un tempo in cui la forza era ancora storicamente leale. Oggi, in questo tempo di forze e di potenze sleali, egli dovrebbe rifiutare d’essere amato e difeso con l’ingiustizia.”
Il dramma di Erminia, una madre in lacrime, distrutta, davanti ai corpi dei figlioletti arsi nel rogo del circo Aurora, è il momento di un Gatto delicatissimo nel racconto più commovente della silloge: ”La mamma e il rogo”. Il poeta a supporto del suo dolore, del dolore della povera donna, evoca il ricordo di sua madre, la signora Erminia, il cui nome, ironia della sorte lo stesso della mamma dei bimbi. Un racconto da pelle d’oca, in cui, il dolore delia protagonista, falcia l’anima dello scrittore che si aggrappa agli affetti della famiglia e del suo simbolo:
“Ho detto di mia madre che si chiama Erminia. Mia madre non è una parola, ma una cosa, buona come una cosa, che trattiene tutti i segni del suo patire. Le affido l’umana corrispondenza con l’altra mamma fatta già grigia, di cenere, dalle ceneri dei suoi morti”.
In queste poche righe, come tutto il libro, non solo uno dei tanti volti di Alfonso Gatto, ma la esegesi della poesia che trasforma in lirica, anche ciò che tecnicamente si chiamerebbe cronaca.
