Ci sono persone che sembrano non fermarsi mai. Lavorano molto, organizzano tutto, anticipano problemi, controllano continuamente ciò che potrebbe accadere. Dall’esterno possono apparire efficienti, dinamiche, capaci di sostenere ritmi intensi. Ma qualche volta, dietro questa efficienza, si percepisce qualcosa di diverso: un atteggiamento esistenziale ansioso.
Non riguarda soltanto il lavoro.
È proprio questo il punto. La stessa persona che vive il lavoro come una continua emergenza tende spesso a portare identico atteggiamento anche nel tempo libero, nelle relazioni, nello sport e nelle attività piacevoli. Cambiano le situazioni, ma non cambia il modo di affrontarle.
Probabilmente avrebbe lo stesso atteggiamento in qualsiasi lavoro.
Se non è preoccupata per una scadenza professionale, lo sarà per una spesa. Se non sono i soldi, sarà il partner, la casa, un viaggio, il cane, un problema da risolvere o qualcosa che potrebbe accadere. Sembra esserci sempre una nuova preoccupazione pronta a prendere il posto della precedente.
Stando vicino a persone che funzionano in questo modo, l’ansia spesso si avverte quasi a pelle. Tutto sembra urgente. Tutto deve essere previsto. Tutto deve essere organizzato, controllato, sistemato.
Eppure molte di queste persone non si riconoscono affatto come ansiose.
Al contrario, possono considerarsi particolarmente efficienti e capaci di gestire molte cose contemporaneamente. E spesso portano proprio il tempo libero come prova del proprio equilibrio: lavorano moltissimo, ma riescono comunque ad andare in palestra, praticare uno sport, uscire con gli amici, organizzare un viaggio o trascorrere un fine settimana fuori.
“Vedi? Riesco a fare anche questo.”
Il problema, però, non è necessariamente che cosa fanno, ma come lo fanno.
Anche lo sport può essere incastrato tra due appuntamenti. Il divertimento può diventare qualcosa da strappare a una giornata già satura. Una vacanza può trasformarsi in un programma pienissimo da rispettare. Una cena può essere vissuta guardando continuamente l’orologio perché subito dopo c’è qualcos’altro da fare.
Il tempo libero esiste, ma non sempre libera.
E così ciò che dovrebbe rappresentare una pausa finisce per riprodurre la stessa tensione del lavoro.
La persona può raccontarsi di possedere una vita ricca, attiva e ben organizzata senza accorgersi che il filo comune tra tutte quelle esperienze è sempre lo stesso: l’impossibilità di rallentare davvero.
Forse è proprio qui che emerge la differenza tra una vita intensa e un atteggiamento esistenziale ansioso.
Una persona può avere moltissimi interessi, lavorare molto, fare sport, viaggiare e coltivare relazioni senza vivere necessariamente in uno stato di tensione. La differenza sta nella capacità di scegliere, fermarsi, cambiare programma e soprattutto lasciare qualche spazio vuoto senza percepirlo come una minaccia.
Per alcune persone, invece, una giornata senza niente da fare sembra quasi inconcepibile.
Appena si libera uno spazio, viene riempito.
Un nuovo impegno, una commissione, un’attività, qualcosa da sistemare. Come se il vuoto dovesse essere immediatamente occupato.
Si potrebbe parlare, in senso metaforico, di una sorta di bulimia del fare: accumulare attività, responsabilità, progetti e perfino occasioni di divertimento senza raggiungere mai una vera sensazione di pienezza.
Anzi, più la vita si riempie, più aumenta la fatica necessaria per sostenerla.
Ci si può costruire progressivamente un’esistenza molto complessa: lunghi spostamenti, numerosi impegni, responsabilità familiari, animali da accudire, molte attività, spese elevate, beni da mantenere.
Nessuna di queste scelte è negativa in sé. Il problema nasce quando il loro insieme produce un’organizzazione della vita talmente dispendiosa e dispersiva da obbligare la persona a continuare a correre.
Si crea così un circuito quasi perfetto: si lavora moltissimo per sostenere una vita impegnativa e quella stessa vita rende necessario lavorare ancora di più.
A quel punto la persona può sinceramente affermare di non avere tempo.
Ed è vero.
Ma può essere interessante domandarsi come si sia arrivati a costruire una vita nella quale non esiste quasi più uno spazio libero.
Il lavoro diventa quindi soltanto uno dei luoghi nei quali l’ansia si manifesta. Non necessariamente la sua causa.
È una distinzione importante, perché permette di comprendere perché alcune persone cambino azienda, attività o organizzazione senza modificare realmente il proprio livello di tensione. Cambiano gli scenari, ma rimane lo stesso bisogno di anticipare, controllare, prevedere e riempire.
Il coaching può offrire uno spazio di osservazione proprio su questo punto.
Non necessariamente per insegnare a lavorare meno, ma per aiutare a riconoscere il proprio modo di stare dentro le cose.
Che cosa accade quando non c’è niente da organizzare? Quanto è difficile trascorrere qualche ora senza sentirsi produttivi? Perché ogni spazio deve essere riempito? Quanto delle proprie attività nasce realmente dal desiderio e quanto invece dal bisogno di mantenersi continuamente in movimento?
Sono domande che vanno oltre la gestione del tempo.
Perché a volte non serve un’agenda più efficiente. Serve comprendere perché quell’agenda debba essere sempre piena.
La vera efficienza dovrebbe semplificare la vita, non renderla progressivamente più affannata. Dovrebbe liberare tempo ed energie, non occupare ogni centimetro disponibile dell’esistenza.
Esiste infatti una differenza profonda tra avere una vita piena e avere una vita continuamente riempita.
La prima può essere ricca di progetti, passioni, lavoro, sport e relazioni.
La seconda può diventare un modo per non incontrare mai il silenzio.
Ed è forse proprio in quel silenzio che alcune persone scoprirebbero qualcosa di sorprendente: non era il lavoro a renderle sempre ansiose.
Era un atteggiamento ansioso verso la vita che aveva trovato nel lavoro, e poi in tutto il resto, il proprio terreno ideale.
