La viticoltura nell’antica Palestina, in Libano e nei territori occupati non è un fenomeno di importazione recente, né un successo della tecnologia moderna; essa rappresenta, al contrario, l’impronta digitale di una civiltà che ha nutrito il Mediterraneo per millenni e ne ha consentito il progresso. Se osserviamo la terra attraverso la lente del ricercatore, scopriamo che la Vitis vinifera abita questi territori per diritto naturale, con una continuità che sfida le narrazioni politiche contemporanee.
Le prove sono scritte nella pietra. I torchi rupestri, i gats, risalenti all’Età del Ferro e del Bronzo e rinvenuti in abbondanza nelle alture del Golan e in Cisgiordania, testimoniano una capacità produttiva industriale già in epoca preromana. Tra il IV e il VII secolo d.C., durante l’apogeo dell’Impero Bizantino, la regione era il cuore pulsante di un export globale: le celebri “anfore di Gaza” trasportavano il vino del Levante fino ai porti della Britannia e del Mar Nero, definendo gli standard qualitativi del mercato antico.
Tuttavia, nel panorama attuale, questa eredità millenaria è stata arruolata in un’operazione che potremmo definire di “ingegneria identitaria”. Negli ultimi vent’anni, la politica moderna ha operato una sistematica nazionalizzazione dei geni. Il punto di svolta risale al 2008, quando l’Università di Ariel, situata in un insediamento illegale in Cisgiordania, ha iniziato a mappare il DNA dei vitigni locali.
È qui che il patrimonio agricolo diventa strumento di dominio. Vitigni come il Marawi, l’Hamdani o il Jandali, varietà autoctone custodite e tramandate per secoli dalle famiglie contadine palestinesi per il consumo fresco, sono stati “scoperti” e vinificati da cantine israeliane. Presentandoli al mondo come i “vini del Re Davide”, si mette in atto la cosiddetta archeo-enologia: una procedura scientifica che utilizza il codice genetico della pianta per compiere un salto temporale di duemila anni. L’obiettivo è chiaro: cancellare la presenza storica palestinese degli ultimi secoli per trasformare un bene collettivo in un marchio registrato “Made in Israel“.
In questo scenario, il caso della cantina dei Salesiani di Cremisan, fondata nel 1885 tra Betlemme e Gerusalemme, emerge come il simbolo più nitido di questa tensione. Stretta dal 2002 tra l’espansione degli insediamenti di Gilo e Har Gilo e il muro di separazione, questa cantina rappresenta una resistenza che è al tempo stesso agricola, culturale e spirituale, lottando per mantenere viva una tradizione vitivinicola che precede di gran lunga i confini politici odierni.
Il protocollo Kosher e le dinamiche dell’esproprio
Se la terra è il teatro dello scontro, il protocollo Kosher ne rappresenta il rigoroso spartito tecnico. Per il consumatore globale, i loghi di certificazione — come l’OU, l’OK o i sigilli più stringenti dei Badatz, sono interpretati come sinonimi di purezza e garanzia alimentare. Tuttavia, una disamina tecnica rivela che, nel contesto dei territori contesi, la certificazione agisce come un passaporto normativo capace di rendere fluido il commercio di prodotti nati in zone di frizione legale.
La produzione del vino Kosher non è una semplice scelta produttiva, ma un sistema che incide profondamente sulla gestione del lavoro e della proprietà. L’osservanza dello Shomer Shabbat, che impone la manipolazione del mosto e del vino esclusivamente a personale ebreo osservante, e la distinzione tra vino Mevushal, cioè pastorizzato, e non, creano una struttura produttiva intrinsecamente segregata. Questo sistema esclude, per definizione tecnica, la forza lavoro locale non ebrea dai processi chiave della filiera, cristallizzando una separazione operativa che si riflette sul paesaggio sociale.
L’aspetto più rilevante per l’analista risiede però nell’applicazione di antichi precetti agrari trasformati in finzioni giuridiche. Si pensi all’Orlah, il divieto di utilizzare i frutti della vite per i primi tre anni dal trapianto, o allo Shmitah, l’anno sabbatico che impone il riposo della terra ogni sette anni (l’ultimo ciclo si è concluso nel settembre 2022). Per aggirare il blocco economico che lo Shmitah comporterebbe, il sistema ricorre spesso all’Heter Mechira: una procedura di vendita simbolica della terra a un non-ebreo. Questo meccanismo abitua l’impalcatura economica a operare in un perenne regime di eccezionalità legale, dove la norma viene sospesa o riadattata per garantire la continuità del profitto in territori dove la sovranità è contestata.

Questa “enopolitica” trova la sua espressione più tangibile nel mutamento del paesaggio in Cisgiordania e nelle Alture del Golan. Negli ultimi decenni, la vigna ha sistematicamente sostituito l’ulivo. Non si tratta di una transizione agronomica dettata dal mercato, ma di una strategia di stanzialità. Mentre l’ulivo è l’emblema della resilienza contadina palestinese, capace di sopravvivere con scarse risorse, la vite è una pianta che necessita di infrastrutture fisse, impianti di irrigazione permanenti e cure pluriennali. Piantare un vigneto significa, di fatto, piantare un “picchetto di confine” agricolo, dichiarando una volontà di possesso irreversibile.
In questo processo, il fattore abilitante è l’apartheid idrica. Mentre le comunità palestinesi sono soggette a rigidi razionamenti d’acqua, i vigneti degli insediamenti prosperano grazie a un afflusso costante garantito dalla compagnia nazionale Mekorot. È qui che si inserisce il ruolo dell’Italia: i dati ufficiali dell’Agenzia ICE confermano che l’Italia è il partner tecnologico di riferimento. Dalle presse pneumatiche ai serbatoi in acciaio inox, fino ai complessi sistemi di imbottigliamento, la tecnologia che rende produttive queste terre sottratte illegalmente è frutto dell’eccellenza meccanica italiana. Il “Made in Italy” fornisce, di fatto, i muscoli industriali necessari per trasformare un’occupazione territoriale in un’impresa economica d’avanguardia e globalizzata.
Il transito del vino tra Israele e l’Italia non è una semplice operazione logistica, ma una sofisticata manovra di ingegneria documentale. Nonostante la giurisprudenza europea sia granitica, la realtà dei fatti nei porti di Trieste, Genova e Civitavecchia racconta una storia di omissioni sistematiche. La pietra miliare giuridica è la Sentenza Psagot (C-363/18) della Corte di Giustizia UE (12 novembre 2019): i giudici hanno stabilito che i prodotti dei territori occupati non possono fregiarsi del marchio “Made in Israel”, ma devono indicare l’insediamento specifico per non indurre in errore il consumatore.

Eppure, questa norma viene aggirata attraverso il “rebranding logistico”. Cantine situate nel cuore della Cisgiordania, come Psagot (fondata nel 2003 vicino a Ramallah) o Shiloh, operano tramite centri di imbottigliamento o uffici entro la “Linea Verde”. Questo spostamento fittizio permette a bottiglie nate su terreni confiscati di essere sdoganate come “Prodotto di Israele”, beneficiando indebitamente degli accordi di associazione che la Sentenza Brita (C-386/08) aveva esplicitamente limitato ai confini del 1967.
Le indagini identificano con certezza assoluta altri player determinanti in questa architettura di elusione: Hevron Heights, Golan Heights Winery, Barkan, Recanati e Teperberg. Questi produttori, operando stabilmente nei territori occupati, utilizzano pratiche complesse di etichettatura e miscelazione (blending) specificamente studiate per circumnavigare i regolamenti UE sull’origine. Siamo di fronte a una potenziale frode in commercio (Art. 515 c.p.): il consumatore italiano paga per un prodotto di cui viene taciuta l’origine illegale.
In questo scenario, l’Italia è un attore in pieno conflitto d’interessi. Se da un lato player come Supergal inondano il mercato di cataloghi kosher, dall’altro colossi nazionali come Antinori (Tormaresca), Beni di Batasiolo o Argiolas sviluppano linee dedicate all’export verso Israele. Questo intreccio genera un’omertà doganale: le autorità non sollevano obiezioni per non compromettere un interscambio che vede l’Italia come secondo fornitore europeo (Dati ICE 2023). Le aziende italiane di tecnologia enologica e le cantine che collaborano alla produzione kosher forniscono, di fatto, un supporto industriale e commerciale decisivo a queste operazioni basate negli insediamenti.
L’ultima frontiera dell’elusione è il vino dealcolato. Mentre colossi come Schenk Italia investono massicciamente nel settore, il vuoto normativo sulle “bevande a base di uva” offre il nascondiglio perfetto. Il processo tecnico (osmosi inversa o colonne a coni rotanti) permette di rimescolare partite di vino sfuso di diversa provenienza: è il “lavaggio” tecnologico che rende indistinguibili le uve del Golan occupato da quelle di Haifa. L’occupazione viene così “ripulita” e sdoganata sotto un’etichetta di modernità salutista, ma priva di ogni trasparenza etica. L’analisi completa del report e le sue implicazioni per il commercio etico sono consultabili presso la fonte investigativa di riferimento.
Il nodo finale di questa inchiesta non è una questione di opinioni politiche, ma di legalità violata. Il pilastro della sicurezza alimentare europea, il Regolamento (CE) n. 178/2002, stabilisce all’Articolo 18 il principio inviolabile della rintracciabilità. Quando una bottiglia proveniente da un insediamento illegale dichiara genericamente “Prodotto in Israele”, sta compiendo un falso ideologico che impedisce al consumatore di esercitare il proprio diritto a una scelta consapevole, violando direttamente il Regolamento (UE) n. 1169/2011.

L’omissione della dicitura “Insediamento israeliano”, resa obbligatoria dalla storica Sentenza Psagot, si scontra frontalmente con il diritto internazionale, in particolare con la IV Convenzione di Ginevra, che vieta il trasferimento di popolazione e lo sfruttamento delle risorse in territori occupati. Nonostante le risoluzioni ONU (dalla 242 alla 2334) dichiarino l’illegalità di queste colonie, il sistema doganale italiano sembra soffrire di una “miopia selettiva”, basando i controlli su certificazioni cartacee facilmente eludibili.
In definitiva, il legame vitivinicolo tra Italia e Israele rivela una realtà che va ben oltre l’interscambio. Attraverso l’uso di tecnologie italiane in terre confiscate e lo sfruttamento di zone grigie come il mercato del dealcolato, il settore enologico è diventato un ingranaggio della normalizzazione dell’occupazione. Ogni bottiglia priva della corretta indicazione d’origine non è solo una frode doganale, ma un atto di complicità attiva che contribuisce a cancellare la storia e i diritti del Popolo Palestinese.
La dicotomia tra la narrazione istituzionale e la realtà dei flussi commerciali tra Italia e Israele evidenzia quella che molti osservatori definiscono una “doppia linea” politica. Se da un lato il Governo italiano ha annunciato nell’aprile 2026 la sospensione del rinnovo automatico del Memorandum sulla cooperazione militare (firmato nel 2003 e in scadenza il 13 aprile 2026), dall’altro l’asse economico e commerciale rimane non solo intatto, ma in espansione in settori strategici.
Questa apparente contraddizione si articola su tre livelli:
La “Sospensione” vs La Continuità Economica
L’annuncio della sospensione del Memorandum militare risponde a una pressione politica e d’opinione pubblica crescente. Tuttavia, questa mossa non intacca gli accordi bilaterali civili e industriali che continuano a regolare l’interscambio. Nel 2024, il valore complessivo degli scambi ha superato i 4,3 miliardi di euro, confermando l’Italia come terzo partner commerciale europeo di Israele.
Il Settore Enologico come “Zona Grigia”
Il settore vitivinicolo rappresenta l’esempio perfetto di questa asimmetria:
Export e Investimenti: Mentre si discute di sospensione militare, il Ministero dell’Agricoltura (Masaf) ha stanziato oltre 98 milioni di euro (Misura OCM Vino) per la promozione nei Paesi terzi per il biennio 2025/2026, includendo mercati extra-UE dove i grandi player italiani continuano a operare intensamente.
L’escamotage del Dealcolato: L’apertura normativa alla produzione di vino dealcolato (maggio 2025) ha creato una nuova “lavatrice” tecnologica che rende tecnicamente impossibile tracciare se il mosto originale provenga da territori occupati, facilitando l’elusione delle sentenze UE (come la Psagot) sull’etichettatura d’origine.
La Tecnologia Italiana nell’Economia dell’Occupazione
L’affidabilità dei dati ICE rivela che l’Italia esporta principalmente macchinari (26% del totale). Gran parte di questa tecnologia è destinata al settore agricolo e industriale, fornendo di fatto i mezzi meccanici che permettono ai vigneti degli insediamenti di operare con standard di eccellenza.
In sintesi, la “falsità” percepita risiede nel fatto che la sospensione di un trattato formale sulla difesa non equivale a un disimpegno economico. Al contrario, l’interscambio nel settore alimentare e tecnologico agisce come una struttura di supporto silenziosa, dove il business del vino e delle macchine enologiche continua a operare sotto il radar della retorica diplomatica, mantenendo inalterata la solidità dell’asse Roma-Tel Aviv.
Bibliografia
Corte di Giustizia dell’Unione Europea: Sentenza Psagot (C-363/18), 12 novembre 2019.
Corte di Giustizia dell’Unione Europea: Sentenza Brita GmbH (C-386/08), 25 febbraio 2010.
Regolamento (CE) n. 178/2002: Principi e requisiti generali della legislazione alimentare.
Regolamento (UE) n. 1169/2011: Relativo alla fornitura di informazioni sugli alimenti ai consumatori.
Regolamento (UE) 2021/2117: Nuove norme sulla dealcolazione e l’etichettatura dei prodotti vitivinicoli.
IV Convenzione di Ginevra: Articoli 49 (trasferimento di popolazione) e 53 (distruzione/esproprio di proprietà).
Consiglio di Sicurezza ONU: Risoluzione 2334 (2016) e Risoluzione 242 (1967).
Corte Internazionale di Giustizia (CIG): Parere consultivo del 19 luglio 2024 sulle conseguenze giuridiche delle politiche e pratiche di Israele nei territori occupati.
Agenzia ICE (Istituto Commercio Estero): Nota Paese Israele (Aggiornamento ottobre 2024 e proiezioni 2025). Focus sull’export di macchinari enologici e tecnologie idriche.
Ministero dell’Agricoltura (MASAF): Decreti attuativi sulla Misura OCM Vino (Promozione Paesi Terzi) e fondi per la ricerca sul vino dealcolato (2024-2026).
Mekorot National Water Co.: Report tecnici sulla gestione delle risorse idriche e infrastrutture irrigue negli insediamenti della Valle del Giordano.
Who Profits Research Center: Report “Forbidden Fruit: The Israeli Wine Industry and the Occupation”. Analisi capillare delle cantine negli insediamenti (Golan Heights, Hebron Heights, Psagot).
Università di Ariel (Cisgiordania): Studi sul sequenziamento del DNA dei vitigni autoctoni (Marawi, Hamdani) per il marketing identitario israeliano.
Human Rights Watch & Amnesty International: Rapporti sull’apartheid idrica e lo sfruttamento delle risorse naturali in Cisgiordania (2021-2024).
Stop the Wall / Palestinian Grassroots Anti-Apartheid Wall Campaign: Documentazione sul caso della Cantina di Cremisan e l’impatto del Muro di Annessione sull’agricoltura locale.

