Peccato che sia stata inaugurata d’estate, quando le scuole sono chiuse. Si farebbe comunque in tempo a farci un salto in autunno, organizzando in fretta una visita guidata tra le strade dell’antica Pompei. Parliamo della mostra “Philip Colbert in Pompeii: Pop Mythology”, aperta al pubblico dallo scorso 27 luglio fino al prossimo 27 novembre. Ma dire che questa mostra apra e poi chiuda è cosa impropria, perché le sculture dell’aragosta in acciaio inox, l’inquietante alter ego dell’artista britannico, le trovi disseminate qui e là nel Parco archeologico di Pompei. Vai per visitare questo e ti ritrovi a vedere quelle. E non solo nel parco diretto da Gabriel Zuchtriegel: gli smaliziati crostacei fanno capolino anche nei vicini siti archeologici di Longola, Oplontis, Boscoreale, Villa San Marco, Villa Arianna ed anche al Real Polverificio Borbonico di Scafati.
Impegnato nell’esplorazione della cultura pop digitale, l’artista scozzese conduce da anni una satira del consumismo capitalistico – non a caso André Leon Talley lo definì “godson of Andy Warhol” – per tradurre in icone scolpite, simpatici lobsters cromati di rosso in stile cartoon, i simboli della profonda ambiguità che mina la contemporaneità, quella del progresso e della decadenza. La stessa, a pensarci bene, che segnò anche gli ultimi giorni dell’opulenta Pompei.
La mostra è curata da Cesare Biasini Selvaggi, tra i maggiori esperti di Pop Art. Diciamolo subito: l’evento può apparire dissonante rispetto alla percezione comune del tempo e dello spazio, diremmo forse un’iniziativa “fuori luogo” se il luogo è il municipium romano del I secolo a.C., le cui vicende hanno riempito le pagine dell’epica universale. Eppure, nel subire la fascinazione del remoto contesto, lo stesso artista definisce l’esposizione “un dialogo scultoreo sul tempo, sull’identità e sui modi in cui l’arte può trascendere i propri limiti.” Oltretutto un’aragosta a Pompei già c’era, quella che vedi tutt’oggi lottare con un polpo nella sublime scena marina di un mosaico ritrovato nella Casa del Fauno, oggi esposto al MANN. Proprio al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, nel 2024, in occasione della mostra “House of the Lobster” lo stesso Colbert peraltro rivelò d’essersi ispirato all’antico reperto per eleggerlo a pretesto ludico – mica tanto – con cui comunicare suggestioni e significati.
Qui il punto: l’arte contemporanea è alla ricerca dei modi con cui trasfigurare sé stessa, tentando ancora una volta – non avevamo dubbi – un heideggeriano überwindung dei propri confini. E Colbert lo fa provando a dialogare con le rovine pompeiane, eleggendo i propri astici a vettore iconico speciale da immergere di nuovo nel tempo sepolto dalla lava vulcanica.
Se nelle società moderne gli strumenti del comunicare sono divenuti il messaggio – la profezia di McLuhan! – la multimedialità è l’arena globale in cui le distanze spaziali e gli intervalli temporali s’azzerano. La Pop Art registra lo spodestamento: le opere d’arte a forte riproducibilità tecnica hanno scalzato le antiche mitologie e costruito la nuova koinè del mondo globale, intersecando intenzioni culturali e forme espressive diverse.
La mostra di Colbert offre dunque l’occasione agli studenti di fare esercizio di interpretazione, come del resto auspicato dalle Indicazioni Nazionali nella concreta declinazione dei contenuti disciplinari di Arte e immagine, allorquando è incoraggiata l’esplorazione critica dell’universo estetico delle immagini. A scuola come nella vita.
Facendo leva sulla sostanziale indeterminatezza dei linguaggi visivi, all’ombra del Vesuvio s’imbastirebbe un’esperienza didattica ad un tempo singolare ed ambivalente. Verrebbe offerta agli studenti la possibilità di fare un tuffo nella storia romana antica – tra cardi e decumani, affreschi e colonnati – ma anche di risalire la china dell’estetica contemporanea, interrogando la Storia universale del potere contro la ragione. La scommessa di Colbert: basta un’aragosta a condurci tra le vestigia di un tenace passato per inciampare nelle rovine di un più fragile presente: “Ius rationis ubi saeva potentia regnat”.
