Esistono libri che, per la loro intensità narrativa, restano particolarmente impressi nella memoria di noi lettori. Sono “storie” che ci accompagnano ben oltre l’ultima pagina e continuano a rappresentare, a distanza di tempo, quella “scossa emotiva” di cui abbiamo bisogno.
Nonostante siano trascorsi anni dalla prima lettura, si prova sempre un’emozione indecifrabile quando si sfoglia Lettera di una sconosciuta, il racconto dello scrittore austriaco Stefan Zweig, titolo originale Brief einer Unbekannten, pubblicato nel 1922 in tedesco e tradotto per la prima volta in lingua italiana nel 1932. L’edizione è quella del 2009, stampata da Adelphi nella collana Piccola Biblioteca 592, traduzione di Anna Vigliani.
La trama
Il giorno del suo quarantunesimo compleanno, un romanziere viennese riceve una lettera di venti pagine, priva di mittente; apre la busta spinto dalla curiosità di sapere a chi possa appartenere quella grafia femminile “affannosa e sconosciuta”.
Sul primo foglio, in alto e a mo’ di apostrofe, la scritta:
“A te, che mai mi hai conosciuta”.
È l’incipit di una dichiarazione d’amore lancinante e struggente, un grido di dolore e di passione a senso unico, che trova il coraggio di palesarsi solo quando l’attaccamento alla vita trova il suo epilogo mortale: “[…] ieri il mio bambino è morto – e adesso mi sei rimasto solo tu al mondo, solo tu che di me nulla sai […] e che io ho sempre amato”.
Una missiva che narra di una vita intera trascorsa nell’ombra. Con tutta l’abnegazione di una schiava, lei gli ha donato tutta se stessa, in completo anonimato. La richiesta di un unico desiderio: che, almeno una volta, lui la riconosca. Ma nemmeno ora, posata la lettera con mano tremante, lui riesce a distinguere tra i ricordi quel volto. E quando il suo sguardo cade sul vaso azzurro, vuoto per la prima volta dopo tanti anni il giorno del suo compleanno, ciò che prende corpo è “un pensiero incorporeo e appassionato come per una musica lontana.”

Il messaggio
Tra le pagine di questo libro divampa, poeticamente, il fuoco di una passione pura, tenace, attenta, non ricambiata. Una bramosia smisurata che sembra placarsi solo di fronte al buio della morte. Una dipendenza affettiva che sfocia in una forma d’amore tra le più alte, quel dare senza chiedere nulla in restituzione. Una parabola da crepacuore, oscura e scriteriata, come solo una ossessione sa essere.
Un dramma magistralmente adattato cinematograficamente da Max Ophüls, nel 1948, con Joan Fontaine e Louis Jourdan, divenuto poi un film cult del genere sentimentale.
La citazione
[…] le mie rose. Fui colta da un impulso potente, irrefrenabile. Volli tentare un’ultima volta se finalmente ti saresti ricordato: «Non mi daresti una delle tue rose bianche?» dissi. «Volentieri» fu la tua risposta e me prendesti una. «Ma forse ti sono state donate da una donna, da una donna che ti ama?» suggerii. «Forse», rispondesti tu «non lo so. Mi sono state donate e non so da chi; è per questo che le amo tanto». Ti guardai. «Magari proprio da una donna che hai dimenticato!».
C’era stupore nella tua espressione. Io ti fissavo. «Riconoscimi, riconoscimi finalmente!» gridava il mio sguardo. Ma i tuoi occhi sorridevano, amabili e ignari. (pag. 78)
Il “marginalium”
Scagli la prima pietra chi non ha mai vissuto l’ossessione di un sentimento irrazionale, devastante. D’amore non si muore, recita una nota canzone italiana, ma…
