“L’Italia è una repubblica fondata sull’emigrazione”. È una frase che colpisce, provoca, invita a riflettere. Ed è anche il punto di partenza dell’incontro che ha visto protagonista Raffaele Palumbo, presidente del Dipartimento Sviluppo e Cooperazione Italia-Brasile, ospite del Tegamino in piazza Portanova per una serata dedicata al rapporto profondo tra cucina, memoria e identità nazionale.
Palumbo ha offerto al pubblico una preziosa anticipazione del suo trattato, “Cibo, immigrazione e identità italiana nel mondo”, volume corposo e denso di contenuti che sarà presentato prossimamente. Dalle sue pagine ha estratto il cuore più vivo del racconto: quello di un’Italia partita con le valigie di cartone, con il dolore del distacco e la forza silenziosa delle famiglie, portando con sé non soltanto lingua, tradizioni e nostalgia, ma anche sapori, ricette, gesti quotidiani capaci di trasformarsi in cultura condivisa.
Il cibo, in questa prospettiva, non è semplice nutrimento. È memoria affettiva, radice, appartenenza. È il filo invisibile che ha legato generazioni di emigranti alla terra d’origine, anche quando il mare e gli oceani sembravano aver reso tutto lontano. Nei piatti tramandati, nelle tavole imbandite nelle comunità italiane all’estero, nei profumi delle cucine familiari, si è conservata una parte essenziale dell’identità italiana. Così il Made in Italy gastronomico è approdato nel mondo non come moda passeggera, ma come espressione autentica di una civiltà, di una storia collettiva, di un modo di vivere.
La piacevole serata, inserita nel ciclo de “I Giovedì dell’Arte”, ha saputo unire cultura, testimonianza e gusto in un clima conviviale e partecipe. A fare da cornice all’incontro, ancora una volta, il Tegamino di piazza Portanova, luogo ormai riconosciuto non soltanto per la qualità della proposta gastronomica, ma anche per la capacità di accogliere eventi nei quali il cibo diventa occasione di dialogo e conoscenza.
Merito anche della titolare, la dottoressa omeopata Fiorella Baldi, che ha scelto uno staff attento e impeccabile, guidato dalla poliedrica chef Annarita. Per l’occasione, la cucina ha dialogato perfettamente con il tema della serata, proponendo piatti capaci di raccontare storia, territorio e sentimento popolare.
Protagonista assoluta è stata la storica e squisita pizza Mastunicola, nata prima della più celebre Margherita e considerata una delle testimonianze più antiche della tradizione partenopea. Con i suoi ingredienti semplici e il suo sapore deciso, la Mastunicola ha rappresentato una dimostrazione concreta di quanto il cibo sia legato alle radici, alla vita quotidiana e alla creatività della gente del Sud.
Ad accompagnarla, una tavola ricca e generosa: un magistrale tagliere di formaggi e salumi, il tradizionale cuoppo di spaghetti, buon vino per brindare al piacere dello stare insieme e, dulcis in fundo, l’immancabile torta caprese, dolce simbolo di eleganza mediterranea e sapienza artigianale.
Tra ascolto, sapori e memoria, l’incontro ha restituito il senso più autentico della convivialità italiana: quella capacità di trasformare una tavola in racconto, una ricetta in identità, una serata culturale in esperienza umana condivisa. La storia dell’emigrazione, con il suo carico di dolore, coraggio e speranza, è emersa non come pagina chiusa del passato, ma come chiave per comprendere il presente e il successo internazionale della cultura italiana.
A condurre l’evento è stata la giornalista Luciana Mauro, presidente dell’associazione culturale Scriptorium, ideatrice e promotrice, insieme al Tegamino, dei periodici incontri artistici e letterari che coniugano cibo e cultura. Un format capace di valorizzare il territorio, dare voce agli autori, creare comunità e ricordare che ogni sapore, quando è autentico, porta con sé una storia da raccontare.
Successo e allegria, come sempre, hanno accompagnato la serata. Ma soprattutto è rimasta nei presenti la consapevolezza che l’identità italiana nel mondo non è nata soltanto dai monumenti, dall’arte o dalla lingua: è passata anche dalle cucine degli emigranti, dalle mani delle madri e delle nonne, dai piatti preparati lontano da casa per sentirsi ancora vicini alla propria terra.
Perché, in fondo, il cibo italiano è diventato universale proprio così: attraversando il dolore della partenza e trasformandolo in memoria, accoglienza e bellezza condivisa.