Un giorno di ottobre del 1831, ad Arbois, un villaggio della Francia orientale, un bambino di nove anni si accosta curioso ad un gruppo di persone davanti alla bottega di un fabbro e subito scappa via, inorridito. Mentre quei curiosi discutono, egli ha percepito il sibilante cigolio provocato da un ferro rovente sulla carne umana, e udito lo straziante urlo del povero ustionato. Lo riconosce. E’ il contadino Nicole. Era stato morsicato da un cane idrofobo che, con la velenosa bava alla bocca e penosamente ululando, correva per le strade del villaggio. Il bambino era Louis Pasteur, figlio di un conciatore di pelli, ex sergente delle armate napoleoniche. Passano giorni e settimane: otto vittime del cane arrabbiato moriranno con la gola riarsa, nella straziante, soffocante agonia dell’idrofobia. I loro rantoli risuoneranno per molto tempo nelle orecchie del timido fanciullo, che non poteva dimenticare il sibilo del ferro rovente.
Nel 1831 nessuno sapeva per quale ragione il morso di un cane arrabbiato fosse mortale; e la causa delle malattie era sconosciuta e misteriosa. Quel bambino, molti anni dopo, rivoluzionerà il mondo della Medicina.
Pasteur, che qualcuno definirà “il più perfetto che abbia mai varcato la soglia del regno della scienza, non è un medico. E’ il chimico e biologo le cui intuizioni e scoperte hanno dato un nuovo volto alla Scienza, ritrovando i microbi che, dopo la morte del grande Spallanzani , erano ricaduti nell’oblìo.
Inizia a lavorare come assistente di chimica nel laboratorio del celebre Jules Balard, a Parigi. Nel 1854 Pasteur è preside della facoltà di scienze dell’università di Lilla. In questa città, importante centro della fabbricazione dell’alcool di barbabietola, il giovane scienziato trova un insperato campo di osservazione. Sono i proprietari delle grosse distillerie della zona a sottoporgli alcuni loro problemi.: hanno noie con le fermentazioni, perdono ogni giorno migliaia di franchi. Pasteur allora preleva alcuni campioni di sostanza vischiosa e grigiastra che esamina in laboratorio. Scopre così che la fermentazione dell’alcool di barbabietola è dovuta all’azione di esseri viventi. Le ricerche di Pasteur ravvivano l’antica controversia sulla generazione spontanea, che egli categoricamente smentisce affermando, nel 1861, che la generazione spontanea è una chimera, poiché ogni microrganismo deriva da microrganismi precedenti. E’ l’inizio della moderna tecnica microbiologica.
Nel 1864 si chiede a Pasteur di studiare una malattia che sta mandando in rovina l’industria del vino nella provincia del Giura, rendendolo acido e di cattivo sapore. Pasteur trova che i vini sono alterati dallo sviluppo di parassiti che possono essere distrutti riscaldando il vino a 50-60 °C. Tale processo viene esteso anche ad altri campi e perpetua il nome del suo inventore con la denominazione di pastorizzazione.
Dalle sue ricerche sui fermenti, Pasteur intuisce che anche le malattie contagiose possano essere causate dai microrganismi.. E’ un’intuizione fondamentale. Nel 1865 scoppia un’epidemia che, distruggendo i bachi da seta, minaccia di compromettere l’industria del settore. Sarà proprio il baco da seta l’anello di congiunzione tra le sue ricerche sulle fermentazioni e quella sulle malattie contagiose. Il microscopio gli permette di dimostrare, per la prima volta nella storia della Scienza, l’azione di un microrganismo come elemento patogeno in un essere vivente e di risolvere così i principali problemi del contagio e della profilassi. I lavori di Pasteur sui bachi da seta costituiscono il preludio alle ricerche sulle malattie contagiose degli animali superiori e dell’uomo. Soltanto nel 1877, però, dopo aver affrontato i problemi connessi alle alterazioni della birra, del vino e dell’aceto, Pasteur potrà iniziare le esperienze sulle malattie contagiose. Comincia con lo studio del carbonchio, una malattia degli ovini, e prova che il bastoncino, chiamato bacteridio, è la vera causa di questa malattia che decima le greggi francesi. A partire dal 1878 pubblica lavori destinati a rivoluzionare il mondo della Medicina: scoperta del vibrione settico, del microbo che determina l’osteomielite, del microbo a “rosario di grani” che provoca l’infezione puerperale, la dimostrazione dell’importanza dei germi dei terreni nelle malattie, consigli ai chirurghi e alle puerpere per evitare le infezioni.
Ogni scoperta di Pasteur è un bollettino di vittoria. Ma sono vittorie contrastate, perché un settore dell’Accademia delle Scienze e di Medicina non gli risparmia critiche e rifiuta l’evidenza. Pasteur, però, procede sicuro e si pone un interrogativo fondamentale: queste malattie, delle quali ha spiegato la causa, non potrebbero anche proteggere l’umanità? L’intuizione, una delle più grandi che la scienza biologica abbia mai registrato e che dovrà avere incalcolabili conseguenze, nasce per caso. Nel laboratorio di Pasteur si studia il microbo del colera del pollo. Tutte le galline alle quali il microbo è stato inoculato, muoiono. Accade però che una gallina, iniettata con una coltura di microbi vecchia di parecchie settimane, riesca a sopravvivere e inoltre, sottoposta qualche tempo dopo a una nuova coltura microbica, questa volta fresca, e che sarebbe stata mortale per tutte le altre, non reagisce: come se nulla le fosse stato inoculato. E’ nata la vaccinazione.
Pasteur stabilisce, dunque, che l’invecchiamento dovuto all’ossigeno dell’aria attenua la virulenza di un microbo, che da causa di morte può trasformarsi in elemento di salvezza. Infine, fatto straordinario, un microbo attenuato trasmette alla sua discendenza il grado della sua attenuazione. Davanti a Pasteur si spalancano illimitate prospettive. Egli cerca di applicare il suo metodo all’attenuazione del carbonchio. Vi riesce, impedendo ai batteri di produrre spore, con colture ad alta temperatura. Il vaccino del carbonchio è così scoperto. Il 31 maggio 1881, in una fattoria nei pressi di Melun, dimostra, su un gregge di 50 pecore, i sorprendenti effetti del suo vaccino che viene iniettato in soli 24 animali. Qualche giorno dopo l’intero gregge è sottoposto all’iniezione di colture virulente: solo i 24 capi vaccinati in precedenza sopravvivono. Tutta la Francia scoppia in un’esplosione di entusiasmo. La scienza biologica non aveva mai vissuto una così meravigliosa avventura. Le concezioni della medicina umana e veterinaria si trasformano.
Adesso Pasteur vuole affrontare il problema della “rabbia”. La fase più sbalorditiva delle sue concezioni inizia nel 1880, quando un veterinario porta nel suo laboratorio due cani affetti dal terribile morbo. Poiché questo germe sconosciuto vive – pensa Pasteur – bisogna coltivarlo ; e se non si riesce con un mezzo artificiale, si può provare con il cervello dei conigli. Inizia così una serie di febbrili esperimenti che lo porteranno alla scoperta di un virus dalle caratteristiche costanti: come gli altri, si attenua al contatto dell’aria. Ormai convinto della validità del suo metodo, Pasteur si decide ad applicarlo sull’uomo. L’occasione si offre il 6 luglio 1885. Un bambino alsaziano di nove anni, Joseph Meister, morsicato da un cane idrofobo, viene sottoposto all’inoculazione del vaccino ottenuto con midollo di coniglio rabbico essiccato all’aria per 14 giorni. Al bambino vengono iniettate colture di vaccino gradatamente più fresche, sino ad arrivare a quelle di un giorno. Il bimbo si salva. Il mondo assiste attonito all’ultimo prodigio di Pasteur. Una storia eroica, la sua: si era battuto con rischio di morte contro l’inafferrabile tossina della rabbia; una storia caratterizzata dalla forza poetica di ogni lotta dell’uomo contro il male.
Nel 1892, in occasione del suo settantesimo compleanno, viene accolto trionfalmente nell’Anfiteatro dell’Accademia di Medicina. Il 28 settembre 1895, Pasteur si spegne a Villeneuve l’Etang: con una mano tiene stretto il crocifisso, con l’altra la mano di sua moglie.
