L’11 agosto 2025 moriva a Firenze, alla soglia dei 100 anni, Lucia Tumiati Barbieri. Si è atteso qualche giorno per verificare se la cronaca registrasse eventi e cerimonie realizzate nel primo anniversario. Non un calendario ufficiale, non un progetto promosso da istituzioni, associazioni o case editrici. Nulla. Eppure, l’impegno letterario della Tumiati è a lungo risuonato nelle scuole e nelle case dell’Italia repubblicana, laddove occorreva rieducare alla libertà i più giovani cittadini. È un silenzio tanto inspiegabile se si pensa che il 2026 reca un’altra ricorrenza, peraltro precedente, quella del centenario della nascita: la scrittrice era nata a Venezia il 5 maggio 1926. Piace pensare che a ricordare la “scrittrice partigiana” siano oggi gli adulti che da bambini ne hanno letto i libri, dedicati per l’appunto all’infanzia e all’adolescenza, magari riproposti a figli e nipoti. È difficile annotarli tutti: racconti e romanzi, fiabe, saggi da compulsare sul più alto scaffale dell’educazione. Dai primi “Terra d’oggi” (Mondadori, 1958) e “Saltafrontiera” (Giunti, 1961), passando per “Fiabe di libertà” (Manzuoli 1979) fino a “Una stella nel buio” (Topipittori, 2012) e la “La pace è bella” (Giunti, 2016). Senza dimenticare “Il pianeta dei bambini diversi” (Giunti, 1989), segnalato con menzione d’onore al Premio Salvemini, denso di sollecitazioni premonitrici sul tema oggi equivocato dell’inclusione, e l’apprezzato a scuola “ll mio amico invisibile” (Giunti, 1994), vincitore del Premio Olzai e poi nel 2017 selezionato finalista al Premio Andersen, racconto di un’amicizia immaginaria che lascia liberi i ragazzi e li aiuta a crescere nei ‘cambi di stagione’ della vita. La bibliografia – questo va detto – intesta a Giunti Editore il merito di aver accolto la scrittrice nel tempo della maturità. Si guardi alla sua collaborazione con la rivista “La Vita Scolastica”; si leggano le sue brillanti storie di libertà, cifra di una sofferta ricerca della libertà nella Storia.
Quella della Tumiati è stata una predilezione per l’infanzia ampliatasi nella dimensione progressiva di una scrittura letteraria intesa come “pratica di libertà”. Si era laureata in Lettere con una tesi su Carlo Collodi; avrebbe poi ideato personaggi e trame di successo, oscillando con caparbia inventiva tra mondi in apparenza distanti, quello della storia e quello della fantasia, tra l’eccezionale e il quotidiano, avendo cura delle forme e dei contenuti propri della memoria e dell’immaginazione. E la cura della Tumiati – mettiamola così – si mostrava forse nel raccontare con parole chiare e semplici i temi più delicati e complessi, senza far sconti ai suoi piccoli lettori. Credeva in ciò che diceva. E lo scriveva. Dalla verità alla libertà. Quest’attività disvelatrice è maturata negli anni in una più robusta cornice pedagogica e ha tracciato, libro dopo libro, un lungo percorso umano e culturale, arricchito dalla feconda collaborazione con Mario Lodi (aveva curato il doppio fascicolo BL 67/68 “Zingari”, uno dei 127 libretti della collana editoriale “Biblioteca di Lavoro” e collaborato al giornale A&B), dall’amicizia e stima reciproca con Gianni Rodari, ma anche dall’impegno sociale in difesa della democrazia e dal valore degli affetti familiari: il padre Corrado, medico giornalista e scrittore antifascista, amico di Piero Calamandrei; la madre Maria Luzzatto, con lei ‘iniziata’ alla Resistenza come staffetta per “Giustizia e Libertà”.
Lucia Tumiati si rivolgeva con fermezza e rispetto a bambini, ma non le mandava a dire a genitori e insegnanti. Perciò va ancora ascoltata. Ci limitiamo a ricordare che tra il “Caro bruco capellone” (Mondadori, 1972) e “Caro maestro capellone” (Mondadori, 1974) pubblicava il libro “Una scuola da bruciare” (Marsilio, 1973): una raccolta di testimonianze degli alunni sulle pratiche educative ‘subìte’ a scuola. Il libro denunciava la sovrapposizione del sistema industriale a quello scolastico: la condizione passiva dei bambini premiati col voto per l’aver imparato nozioni stereotipe dal libro di testo unico era la stessa dei padri operai che percepivano la busta-paga dopo aver lavorato ad un pezzo incognito lungo un’unica catena di montaggio. E c’erano studenti che preferivano lasciare la scuola per andare a guadagnare in fabbrica.
Nella Lettera da Mario Lodi pubblicata a mo’ di introduzione al testo e riproposta in “Cominciare dal bambino” (Einaudi, 1977; BUR, 2022), il papà di Cipì affermava senza mezzi termini: “Se la fabbrica è meglio della scuola, possiamo tranquillamente dire che questa è «una scuola da bruciare». Per farne un’altra.” Un motivo valido oggi, dopo mezzo secolo per chiederci se ancora l’abbandono degli studenti insidia la scuola al punto tale da doverne fare un’altra.
