Mariafrancesca Garritano, conosciuta nel mondo della danza come Mary Garret, è una persona vera che incarna la passione, la determinazione e la volontà di affrontare le sfide più dure del suo settore.
Fin dai primi passi nella danza classica, ha dimostrato un talento straordinario che l’ha portata a calcare le scene più prestigiose, tra premi, riconoscimenti e una carriera ricca di successi.
Tuttavia, la sua esperienza va oltre le luci del palcoscenico:

Mary ha deciso di aprire gli occhi su un mondo spesso nascosto, fatto di sacrifici estremi e pressioni insostenibili, denunciando i rischi dei disturbi alimentari e le ingiustizie professionali che ha vissuto in prima persona. La sua voce, forte e sincera, ha attirato l’attenzione dell’opinione pubblica e delle istituzioni, portando alla luce un problema grave e spesso taciuto nell’universo della danza e dello spettacolo. In questa intervista, ammirando il coraggio di una donna che ha scelto di parlare e di lottare per un cambiamento significativo approfondiamo la sua storia, le sue battaglie e le sue riflessioni su un mondo che ha deciso di cambiare, portando avanti il messaggio che la vera arte nasce anche dalla consapevolezza e dalla cura del proprio corpo e della propria mente.

Anni fa a Madrid mi colpì un manifesto dedicato all’anoressia che poi riportai in un quadro titolato BIRD , volevo scrivere qualcosa sui disturbi alimentari e a una cena con pizza un amico giornalista mi ha parlato di Mary Garret….vuoi le coincidenze ed eccomi qui a scriverne.
Prima di entrare nel vivo delle domande, la storia di Mary Garret ci porta dentro un mondo in cui la bellezza della danza convive spesso con sacrifici, pressioni e silenzi difficili da raccontare. Dall’immagine di un manifesto sull’anoressia visto anni fa a Madrid fino all’incontro con il suo nome, nasce il desiderio di ascoltare una voce che ha conosciuto il palcoscenico, ma anche il prezzo della verità.

D- Può raccontarci come è nata la sua passione per la danza e quali sono stati i momenti più significativi della sua carriera?
Ho iniziato ad andare in una scuola di danza a due anni e mezzo, all’inizio per gioco, per compagnia ad un’amichetta. Poi io sono rimasta e lei no, e negli anni ho consolidato l’idea che avrei fatto la ballerina.
Tra i momenti più importanti ci sono sicuramente l’ingresso alla Scuola di Danza del Teatro alla Scala nel 1995 e aver poi debuttato in ruoli da Etoile come Odette/Odile ne “Il Lago dei Cigni”, Clara ne “Lo Schiaccianoci” e Cenerentola, nell’omonimo balletto, tutti con le versioni coreografate da Rudolf Nureyev.
Calcare poi i palcoscenici di tutto il mondo, andare in Tournée con il Teatro alla Scala oppure danzare come ospite in importanti festival come quello di Miami e dell’Opera di Budapest, sono state esperienze molto formative. Poi certo lavorare con coreografi come William Forsythe o Jiri Kilyan e dividere la scena con le star più famose del mondo, ha avuto il suo valore.

D- Nel suo libro “La verità, vi prego, sulla danza!”, affronta il lato oscuro del mondo della danza classica. Quali sono le principali difficoltà che ha incontrato e come le ha superate?
Questa informazione non è proprio esatta. Hanno diffuso la falsa notizia che fosse un libro sull’anoressia, forse perchè chi ne ha parlato impropriamente non lo aveva nemmeno letto.
In realtà nel libro c’è la mia esperienza a 360 gradi nel mondo della danza, ma anche all’interno del Teatro alla Scala prima e dopo il restauro, e tante riflessioni di vita. Sono, sì, citati aspetti più seri e complessi, sviluppati sempre con un linguaggio molto semplice, ma racconto anche aneddoti simpatici con leggerezza.
Le difficoltà le ho superate forse grazie alla mia attitudine innata ad andare avanti con coraggio ed ottimismo. Se non altro è una dote che ho dovuto sviluppare da un certo punto in poi nella mia infanzia.
D- Come ha vissuto il suo licenziamento dal Teatro alla Scala dopo aver denunciato i disturbi alimentari tra le colleghe? Quali sono state le conseguenze di questa decisione sulla sua vita personale e professionale?
Le conseguenze, mi creda, sono state davvero difficili e sto ancora pagando il prezzo di quell’ingiustizia. A livello economico mi sono ritrovata senza uno stipendio, dopo aver sottoscritto un mutuo per l’acquisto di una casa. Da sola ho dovuto reinventarmi perché nessuno nell’ambiente della danza dava lavoro ad una ballerina di 33/34 anni, con uno scandalo alle spalle. Ho dato fondo a tutti i risparmi e oggi mi ritrovo ad avere anche problemi sulla pensione di anzianità dovuti proprio a quel Licenziamento ritenuto illegittimo.
L’aspetto umano, poi, è stato davvero orrendo: nelle interviste legate all’uscita del libro ho parlato di cose mediche presenti e confermate da ricerche scientifiche che ne confermavano la veridicità, ma i colleghi hanno fatto squadra contro di me, trattandomi come l’eretica della situazione. Ho subìto un ostracismo che mai avrei immaginato. Persino le grandi stelle della danza non perdevano occasione per venirmi contro pubblicamente. Sembrava leggessero un copione. E’ stato tutto molto difficile e lo è ancora. Il tempo ha svelato chi fossero le persone vere di cui potevo davvero fidarmi e le assicuro che sono molto poche.

D- Nel suo percorso professionale, ha incontrato resistenze o incomprensioni riguardo alla tematica dei disturbi alimentari?
Quando ho vissuto il disturbo alimentare non ero assolutamente consapevole di avere un problema, anzi, i disturbi alimentari spesso vengono incentivati da frasi come “Favolosa, anoressica/ Quanto sei dimagrita, come stai bene!”. Tutti nell’ambiente, chi più chi meno, erano completamente asserviti a questo modo di vedere le cose, cioè magro=bello/bravo.
Quando io, in Italia, ho parlato di disturbi alimentari, non scoprivo l’acqua calda, al contrario all’estero, in tempi non sospetti,erano già stati affrontati questi temi, ma la maggior parte dei ballerini e delle istituzioni italiane si sono affrettate a negare, ed è in quell’occasione che ho capito quanto il problema fosse radicato e difficile da affrontare.
D- Come pensa si possa migliorare la cultura e l’ambiente della danza rispetto a questi problemi? E’ cambiato qualcosa?
Parlarne in modo corretto e denunciando qualsiasi tipo di abuso verbale, vessazione o stortura del sistema. I primi a doverlo fare sono i genitori che spesso non denunciano perché i figli si trovano all’interno di scuole prestigiose e non vogliono bruciare qualche importante opportunità di carriera. Lo dico con cognizione di causa, perché ho vissuto personalmente quello di cui parlo ed ho numerose mail e messaggi di genitori che si sfogano denunciando con me in privato, cose che invece dovrebbero venire fuori pubblicamente. Non credo sia cambiato nulla nel sistema, si fa solo finta di essere più attenti alla questione perché è diventato politicamente corretto, dopo lo scandalo che mi riguarda.

D- Qual è la sua opinione sulla pressione di magrezza imposta alle ballerine e, più in generale, nel mondo dello spettacolo e della moda?
La mia storia è già la mia opinione. Vorrei, però, aggiungere una cosa importante: sappiamo che in alcuni contesti ci sono requisiti richiesti per i quali non tutti potrebbero essere adatti. Diverso è umiliare, bullizzare e rovinare la crescita di esseri umani che si approcciano ad un qualsiasi tipo di arte e sport.
I cambiamenti ormonali, l’età e il corpo che cambia, le vicissitudini della vita, sono elementi che fanno parte dello sviluppo di ognuno e non siamo tutti uguali da questo punto di vista. Nessuno può arrogarsi il diritto di stroncare un sogno, distruggere un talento e rovinare la salute psicofisica di qualcuno, in nome di un canone estetico imposto da chissà chi, cavandosela con la solita frase fatta “Non era abbastanza forte”.
D- Come si può sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni sulla problematica dei disturbi alimentari tra le giovani artiste e non solo?
Dicendo la verità, soprattutto attraverso la narrazione mainstream. L’informazione è spesso falsata da giochi di potere che non consentono alla verità di venire a galla arrivando a più gente possibile attraverso i mezzi di comunicazione più utilizzati. Oggi potremmo fare un lavoro di divulgazione corretto ma per qualche assurdo motivo vedo ancora trasmissioni in cui sono invitati personaggi di dubbia preparazione e, se vogliamo, anche di dubbia sensibilità, che continuano a fare molti danni mandando i messaggi sbagliati. Ho quindi il sospetto che ci sia una vera e propria volontà di far sì che le cose peggiorino, per avere più persone deboli e una società maggiormente manipolabile.
D- In che modo la sua esperienza personale l’ha portata a diventare testimonial di associazioni contro i disordini alimentari? Che messaggio vuole trasmettere alle giovani che aspirano a una carriera artistica?
Nel 2012, dopo le dichiarazioni pubbliche sui disturbi alimentari, emerse dai temi affrontati nel mio libro, ma soprattutto dopo il Licenziamento da parte del Teatro alla Scala, la mia storia ha fatto il giro del mondo e le più importanti testate giornalistiche internazionali ne hanno parlato. Ovviamente questo è servito a molte associazioni di medici, volontari, genitori, per individuare nella mia persona una testimonianza vivente che desse visibilità e voce ad un tema poco dibattuto in Italia. Il messaggio che ho sempre portato è il mio esempio. Penso che essere un esempio con il proprio vissuto sia l’unica cosa coerente con ciò che si professa.
D- La sua carriera ha attraversato momenti di grande successo e altri di grande difficoltà. Quali sono le lezioni più importanti che ha imparato lungo il percorso?
La più importante in assoluto è scritta nell’introduzione del mio primo libro, in cui cito una frase (non mia!) che rappresentò il momento in cui tutto ebbe inizio. Per capire di cosa si tratta non resta che leggere il libro!
D- In che modo la danza, come forma d’arte e di espressione, può contribuire al benessere psicofisico delle persone e quale ruolo può giocare nella prevenzione dei disturbi alimentari?
La Danza nasce con l’uomo, non può che avere un effetto benefico se praticata nel modo giusto. Ci sono tanti modi per poter danzare e godere dei benefici di questa forma d’arte in termini di movimento ed espressione. Non tutti coloro che danzano si ammalano di disturbi alimentari, sicuramente chi danza a livello professionale è maggiormente esposto al rischio di cadere in questa trappola, pertanto la prevenzione è la stessa che applicherei ad ogni contesto della vita: monitorare l’aspetto della crescita, che coinvolge un cambiamento ormonale, quindi emozionale, molto delicato. Quando si è capaci di cogliere i segnali di qualcosa che non funziona o ha smesso di funzionare, si ha più possibilità di intervenire tempestivamente per scongiurare l’insorgere di qualsiasi patologia.
D- Quali sono i suoi progetti futuri, sia nel campo della danza che nella sensibilizzazione su tematiche sociali e di salute mentale?
Il 16 Maggio sarò ospite dell’Associazione “Lo Specchio Ritrovato” che si occupa di disturbi alimentari, nell’ambito del Salone del Libro di Torino, per presentare proprio “La verità, vi prego, sulla danza!”.
Continuo ad insegnare sporadicamente e scrivo, quando riesco, perchè resta una mia grande passione, oltre che una valvola di sfogo importante.
