La disumanizzazione è un processo freddo, sistematico, che trasforma le persone in cose e i bambini in «danni collaterali». Chi scrive ha visto NAZA, il dirompente documentario dei registi israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor, proiettato al Cinema Fatima – una sala parrocchiale che, per contrasto etico, è sembrata il luogo ideale in cui interrogarsi sul destino dell’umanità. Guardando lo schermo con il distacco clinico e l’occhio asciutto del giornalista, spogliandosi di ogni emotività, la conclusione resta una sola, agghiacciante: la normalizzazione dell’orrore è totale. Come quando si mangia un pezzo di carne dimenticando che apparteneva a un animale vivo, così la macchina bellica contemporanea uccide senza percepire l’umanità delle vittime.
NAZA, acronimo militare israeliano utilizzato per quantificare il numero di civili sacrificabili in un singolo raid (Nezek Agavi, ovvero “danno collaterali”), solleva interrogativi che l’umanità sperava di aver sepolto dopo i totalitarismi del Novecento. La mente corre inevitabilmente ai paralleli storici più cupi, a quella metodica disumanizzazione che decenni fa permise il genocidio nazista. Oggi, la domanda che lacera le coscienze è la stessa: si potrà fermare questa macchina per dare un futuro ai bambini, invece di ucciderli come se fossero oggetti?

Il sistema impone annullando la colpa individuale.
Il documentario – vincitore del Premio Speciale della Giuria a Venezia e reduce da un esordio record nelle sale italiane . Attraverso le testimonianze anonime di 24 ufficiali e soldati israeliani, intervistati nell’oscurità dei tetti di Tel Aviv, l’opera descrive una complessa architettura di distruzione di massa.GENOCIDIO.L’aspetto più sconvolgente resta la totale assenza di empatia descritta dai testimoni. Giovani istruiti, cresciuti nella classe media della Tel Aviv “liberale”, capaci di spegnere la propria coscienza durante l’orario di lavoro per poi tornare alla normalità quotidiana, come se stessero semplicemente giocando a un videogame. Un’assuefazione di massa dove il senso critico viene anestetizzato dalla propaganda e dal conformismo sociale.
Il coraggio di Yuval Abraham e Rachel Szor ha un prezzo altissimo, la verità fa paura al potere. Per aver raccolto e mostrato queste verità dall’interno dell’apparato di sicurezza, i due cineasti e giornalisti sono stati duramente attaccati dal governo di Benjamin Netanyahu, subendo minacce ed esplicite accuse di antisemitismo. Sulle loro teste pende persino la minaccia istituzionale della revoca della cittadinanza israeliana, un atto di ritorsione che li espone a gravi pericoli personali.
Davanti al tentativo di oscurare la verità e punire chi dissente, esprimere solidarietà e stima a questi due registi non è solo un atto di vicinanza umana, ma un dovere civile. NAZA ci ricorda che la barbarie non si ferma voltando lo sguardo, ma avendo il coraggio di guardarla dritta negli occhi.Nella Striscia di Gaza le persone uccise raggiungono cifre aberranti, cifre che crescono ogni giorno mentre la vita, in ogni sua forma, viene ridotta a detrito. L’acqua non è potabile, il pane è un ricordo, gli ospedali non esistono più, non ci sono anestetici, non ci sono incubatrici. Non ci sono vie di fuga.
