Ai blocchi di partenza la sperimentazione per introdurre lo sviluppo delle competenze non cognitive e trasversali nelle attività educative e didattiche delle scuole italiane.
La sperimentazione italiana, promossa su base nazionale dal Ministero dell’Istruzione e del Merito con il Decreto ministeriale 6/2026, si avvarrà del contributo di numerose scuole che, attive nei vari contesti regionali, con Decreto ministeriale 151/2026 sono state autorizzate a partecipare per attrezzarsi sul come contrastare la dispersione e l’abbandono scolastico. Sono le 1169 scuole, molte già riunitesi in rete, delle quali ben 443 proposte progettuali sono state valutate positivamente dalla Commissione tecnica, con attribuzione di un punteggio pari o superiore a 50/100.
Ma di quali competenze parliamo? Sono le competenze sociali e relazionali, quelle che consentono agli studenti di attraversare le dimensioni ordinarie della vita quotidiana e di sostenerne la complessità nella relazione positiva con gli altri, al fine di conseguire gli obiettivi prefissati gestendo efficacemente le pressioni psicologiche e le situazioni problematiche. Più che definite dalla padronanza di un contenuto, le competenze sono delimitate dalla capacità di uno studente di adottare comportamenti adeguati al contesto e alle sue sfide. Ad iniziare dal saper sostenere la complessità del tempo presente. La via maestra intrapresa a livello globale è quella della “futures literacy” additata da UNESCO già nel 2014 come percorso di “alfabetizzazione ai futuri”.
In attuazione dell’art. 4 co. 1 della Legge 22/2025, le istituzioni scolastiche statali e paritarie di ogni ordine e grado autorizzate dovranno, per un triennio, nel rispetto delle prerogative del Collegio dei docenti, implementare percorsi lungo cui disseminare “le virtù del XXI secolo”, affinché siano apprese e praticate dai giovani – tanto meglio se integrate nel curricolo – per imparare il metodo e la resilienza, per esercitare l’autonomia ed il pensiero critico.
L’estate è un cantiere rovente anche – strano a dirsi – in ambito scolastico, laddove l’attività didattica cede il posto alla programmazione strategica per l’anno che verrà. Tra un giorno di ferie e l’altro. Entro il 30 settembre diverse istituzioni scolastiche tra quelle autorizzate dal MIM, essendosi impegnate a costituirsi in rete, dovranno dunque perfezionare la candidatura inviando per l’appunto l’Accordo di rete.
Si è chiamati a modulare le vie percorribili tra i vincoli normativi e le evidenze scientifiche, quadrando le ragioni gestionali con quelle pedagogiche, aggiornando il PTOF nel solco delle sperimentazioni comunitarie i cui esiti hanno trovato assetto sistematico negli imprescindibili framework europei. Primo tra tutti, il LifeComp elaborato dal Joint Research Centre (JRC) della Commissione Europea. Strutturato nell’area personale, nell’area sociale e in quella dedicata all’arte di “imparare a imparare”, il LifeComp è un modello concettuale che definisce le coordinate entro cui perimetrare la condotta virtuosa dei cittadini in formazione, quella tracciata dalla triplice capacità di coltivare l’autoconsapevolezza e attivare l’autoregolazione; di sviluppare una sana interazione con gli altri e, infine, di gestire al meglio il proprio apprendimento.
Oltretutto già l’indagine svolta dall’OCSE nel 2023 – implementata in Italia da Fondazione per la Scuola, con il sostegno della Fondazione Compagnia di San Paolo e in collaborazione con gli Uffici Scolastici Regionali per il Piemonte e per l’Emilia-Romagna, coinvolgendo anche la regione Emilia-Romagna e la città di Torino – ha dimostrato che le competenze determinanti il successo ed il benessere dei bambini e dei ragazzi sono la performatività, la regolazione emotiva, la relazione con gli altri, l’apertura mentale, la collaborazione. E tali evidenze restano tali a prescindere dal genere e dal background socioeconomico.
È emerso – ma in parte era già noto – che uno studente perseverante e in grado di autocontrollarsi ha più chance di raggiungere i risultati, fosse solo perché è più resistente allo stress e perché abile nel dosare le emozioni durante il percorso di studi. Se poi è uno studente assertivo e socievole, nonché curioso e creativo, magari anche tollerante nell’integrare la diversità e collaborativo nel generare un clima inclusivo, le possibilità di successo formativo aumentano.
L’onda del cambiamento che a più riprese continua ad investire il sistema educativo italiano per migliorarlo a fronte delle sfuggenti trasformazioni in atto nel mondo contemporaneo torna a intavolare nuove ed antiche questioni di organizzazione didattica, ricentrando l’attenzione sulla dinamica bipolare insegnamento/apprendimento, dal momento che le competenze non cognitive non possono essere impartite secondo l’accezione tradizionale dell’insegnamento. Vanno di fatto intese come ‘posture’, testimoniate e modellate prima ancora che confezionate e trasmesse, per essere riconosciute come posizioni soggettive complesse da comprendere ed abitare nel contesto socio-culturale di appartenenza. Perciò le competenze non cognitive e trasversali non possono essere apprese una volta per tutte, ma vanno esercitate lungo la soglia che unisce la scuola e la vita, lungo il confine che integra – mai separa – i percorsi di istruzione formale con le pratiche di sapere informali.
Ci si chiede se lo stesso contesto scolastico entro cui si è chiamati ad avviare l’esercizio delle competenze possa agevolare anche adeguati processi metacognitivi attraverso cui gli studenti sperimenteranno le nuove acquisizioni. Il fatto che si tratti di “competenze non cognitive” da acquisire e declinare in una dimensione trasversale ai saperi tradizionali non significa che esse non possano – anzi, dovrebbero – essere comprese per via intellettiva, per essere cioè apprese a partire dal loro stesso fondamento etico. Se è vero che il solo atto di cognizione non basta a definire le competenze trasversali, è anche vero che esse veicolano un contenuto di verità che può essere colto, vagliato ed appreso soltanto nell’ambito di una pratica riflessiva autentica e rigorosa. Per tirar dritto verso una conclusione quantomeno logica che, in quanto tale, giunge in fretta ma non è affrettata, tornerà utile ammettere che l’educazione socio-emotiva oggi tanto declamata non esclude quella intellettuale, sebbene questa sia spesso invalidata da quanti dentro e fuori alla scuola continuano a travisarne la natura, le premesse e le finalità.
In tal senso, l’E-Portfolio introdotto dalle Linee guida per l’orientamento adottate con il Decreto ministeriale 328/2022 vorrebbe accompagnare gli studenti della Scuola secondaria di primo e secondo grado nel percorso di crescita consapevole, consentendo loro di documentare le attività svolte in ambito scolastico ed extrascolastico, al fine di auto-valutarsi circa lo sviluppo personale delle otto competenze chiave europee.
Certo è che la ricaduta essenziale dello sviluppo di tali competenze potrà essere dedotta solo tra qualche anno, quando potrà essere testato il miglioramento effettivo delle condizioni preliminari al successo formativo. Sperando di registrare sia un trend di riduzione della dispersione scolastica sia la contrazione di fenomeni allarmanti, quali la povertà educativa e l’analfabetismo funzionale.
La fase di transizione attuale che interpella tanto gli studenti quanto le istituzioni scolastiche ad interrogarsi sull’indirizzo morale che orienta l’agire, individuale e collettivo, stimola un’opera di “ripensamento e riprogettazione” del ruolo assunto dal soggetto in formazione nel mondo e nella relazione con gli altri. È un’opera complessa e necessaria. Improrogabile, perché ineludibile, viste anche le numerose sfide che ci attendono dietro alla porta.
Vuoi vedere che molte perplessità scaturenti anche dall’uso diffuso e problematico dell’intelligenza artificiale si scioglieranno a partire da una rivalutazione didattica dell’etica della virtù?
