Si sveglia ogni mattina con la stessa domanda che gli pesa sul petto più della stessa sveglia; “E oggi cosa mi invento? “ Non è pigrizia non è mancanza di volontà . E’ che il lavoro oggi non basta , quello che cerco non arriva, e il futuro – quel futuro che un tempo sembrava un diritto- oggi appare come un lusso per pochi. La stanza è silenziosa, troppo silenziosa non fa rumore, ma si sente. Sul tavolo, le bollette: luce, gas, affitto. Ogni mese un po’ più alte più difficili da affrontare . Le guarda come si guarda un avversario che non si può battere ma solo rimandare. Il presente è una salita continua, una fatica che non concede tregua. Il domani, invece resta un punto interrogativo che pesa di più di qualsiasi certezza mancata. E’ cosi che vivono in tanti: sospesi tra un oggi che chiede tutto e un futuro che non promette niente. In questa distanza, in questo spazio vuoto tra ciò che è e ciò che potrebbe essere, nasce una solitudine nuova, più sottile e profonda . Non è la solitudine di chi è davvero solo, ma di chi si sente senza appigli, senza orizzonti da costruire. Una solitudine che non si vede, ma che attraversa le giornate come un filo teso, pronto a spezzarsi.
Quella salita che ognuno affronta da solo, in realtà, è diventata il passaggio comune di un intera società. Non riguarda soltanto chi ha un contratto a termine o chi vive di lavori saltuari . riguarda studenti che non riescono a immaginare un domani diverso, genitori che fanno i conti con spese che crescono più in fretta dei loro stipendi, lavoratori che si sentono sostituibili, sempre in “prova” la precarietà non è più una eccezione: E’ la normalità che abbiamo imparato a chiamare flessibilità, adattamento, modernità. Ma dietro queste parole si nasconde una realtà più dura : un presente che consuma energia e un futuro che si allontana. E’ una fragilità collettiva, fatta di silenzi di rinunce di progetti rimandati . Una fragilità che non si vede nei numeri ma nelle vite. E che ci riguarda tutti, perché una società che non permette ai suoi cittadini di immaginare il domani è una società che si sta lentamente spegnendo. Dentro questa fragilità diffusa, c’è una forza che spesso non vediamo. E’ fatta di piccoli gesti quotidiani: chi si reinventa ogni mese pur di non cedere , chi condivide spese e competenze con amici e vicini, chi trova nel proprio lavoro – anche se instabile – un modo per restare ancorato alla realtà. Sono forme di resistenza discreta, quasi invisibile, che non finiscono nelle statistiche ma tengono insieme le giornate . Una dignità che non fa rumore ma che permette a molti di andare avanti nonostante tutto. Perché anche quando il futuro sembra un lusso il presente chiede coraggio, e questo coraggio le persone continuano a trovarlo senza nemmeno accorgersene.
La precarietà non è una colpa individuale, qui ci si gioca la partita, ma una condizione collettiva che ci riguarda tutti – nessuno dovrebbe sentirsi solo davanti ad un domani che non riesce ad immaginare. A questo punto dobbiamo domandarci che società vogliamo essere se permettiamo al futuro di diventare un privilegio invece che un diritto. La risposta non è immediata, ma il fatto stesso di porsela è già un primo passo per ricominciare a costruire un domani che appartenga a tutti.
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