Il Pil (Prodotto Interno Lordo) è il valore totale di tutti i beni e servizi finali prodotti in un paese in un dato periodo, solitamente un anno.
Per questo l’indicatore può aumentare anche in assenza di strette normative: se crescono occupazione regolare, salari e redditi dichiarati, il gettito può correre più del prodotto interno lordo.
Ogni volta che sale la pressione fiscale, il riflesso condizionato è quasi sempre lo stesso: si pensa subito a nuove imposte, ad aliquote più elevate, a un aggravio deciso dal legislatore. Ma non sempre è così. Anzi, non di rado il significato del dato è un altro.
La pressione fiscale, infatti, è prima di tutto un rapporto statistico: mette in relazione il complesso delle entrate tributarie e contributive con il PIL.
E proprio perché si tratta di un rapporto, può aumentare anche senza alcun intervento normativo peggiorativo. È sufficiente che il numeratore cresca più rapidamente del denominatore.
È ciò che accade quando aumenta il lavoro regolare, si ampliano i redditi dichiarati e salgono le retribuzioni imponibili. In quel caso crescono le ritenute IRPEF, aumentano i contributi previdenziali, si rafforza la base imponibile e, per effetto indiretto, possono aumentare anche i consumi fiscalmente tracciati. Il risultato è lineare: il gettito sale e, se il PIL non cresce con la stessa intensità, aumenta anche la pressione fiscale.
Dal punto di vista ordinamentale, il fenomeno è perfettamente coerente con l’impianto costituzionale. L’art. 53 Cost. lega il concorso alle spese pubbliche alla capacità contributiva e impone che il sistema tributario sia informato a criteri di progressività. Ne consegue che, se emergono più redditi e più base imponibile, l’incremento del gettito non rappresenta una distorsione del sistema, ma semmai una sua fisiologica applicazione.
La normativa tributaria ordinaria si muove lungo la stessa direttrice. Il DPR n. 917/1986 (TUIR) disciplina il prelievo sui redditi; il DPR n. 633/1972 regola l’IVA; la L. n. 153/1969, art. 12 individua l’imponibile contributivo del lavoro dipendente; il D.Lgs. n. 446/1997 presidia il perimetro dell’IRAP. In tutti questi comparti, l’emersione di ricchezza imponibile o la crescita di basi già regolari produce, naturalmente, un incremento delle entrate.
C’è però un passaggio tecnico decisivo, spesso trascurato nel linguaggio corrente. Il PIL non coincide con il solo reddito fiscalmente dichiarato. Nella contabilità nazionale armonizzata dal Regolamento (UE) n. 549/2013 (SEC 2010), il prodotto interno lordo comprende anche quote di economia non osservata stimate statisticamente. Questo significa che una parte della ricchezza prodotta può essere già intercettata nelle grandezze macroeconomiche pur non avendo ancora generato, in pari misura, gettito tributario e contributivo. Quando quella ricchezza emerge o si regolarizza, il numeratore del rapporto può accelerare più del denominatore.
È qui che l’equivoco pubblico andrebbe corretto. Dire che la pressione fiscale aumenta non equivale automaticamente a dire che aumenta il prelievo per scelta legislativa. In molti casi significa, più semplicemente, che il sistema fiscale e contributivo sta intercettando meglio redditi, lavoro e basi imponibili che prima erano assenti, irregolari o meno tracciati.
Il punto, allora, non è negare che la pressione fiscale sia un indicatore politicamente sensibile. Il punto è leggerlo con precisione. Perché un aumento del rapporto può certamente dipendere da nuove imposte o da aliquote più gravose, ma può anche essere il prodotto di una maggiore regolarità del mercato del lavoro, di una più elevata compliance e di una migliore emersione della capacità contributiva.
La formula, in fondo, dice tutto: se il gettito cresce più del PIL, la pressione fiscale sale. Non sempre perché lo Stato ha imposto di più. Talvolta, semplicemente, perché è riuscito a misurare e prelevare meglio su ricchezza che già esisteva.
