Il 17 agosto 1926 Eugenio Montale invia a Sergio Solmi una lettera con i versi de “La foce”, una poesia poi diventata famosa con il titolo “Incontro”. Il poeta al critico: “Se ti pare una gran porcheria, come temo, fammi il grande favore di dirmelo. Te ne sarò grato.” Non è la prima richiesta disfattistica del giovane Montale, in preda a dubbi atroci sul valore della propria ispirazione. Per fortuna, il giovane Solmi è già un fine intenditore di belle lettere – diventerà uno dei maggiori critici letterari in Italia – e, apprezzandone con arguzia temi e motivi, stile e figure, novità e progressi, incoraggia il poeta ligure a procedere senz’indugio nell’attività creativa.
Siamo nel 1926, l’anno delle Leggi fascistissime che realizzano la svolta totalitaria dell’autoritarismo fascista nei vari ambiti della vita pubblica. L’ossatura istituzionale dello Stato liberale è smantellata a colpi di provvedimenti coercitivi con cui i partiti e i sindacati sono sciolti, gli scioperi sono proibiti, la stampa è censurata. Due giorni dopo, il 18 agosto, il Duce avrebbe tenuto a Pesaro il noto Discorso della “quota 90”, con cui avrebbe avviato il nuovo corso della politica economica fascista in difesa del valore di cambio della lira. Tutt’intorno la vita sta cambiando, eppure nella corrispondenza Montale-Solmi non c’è traccia esplicita dell’insostenibile decadenza. C’è altro.
La lettera del 17 agosto di cent’anni fa è di fatto una delle 338 lettere che compongono il ricco carteggio tra i due giganti del Novecento letterario (237 lettere di Montale e 101 di Solmi, provenienti dalla Fondazione Natalino Sapegno di Morgex e dal Centro Manoscritti Autori Contemporanei di Pavia). Furono scritte tra il febbraio del 1918 e il luglio del 1980, efficacemente raccolte nel poderoso volume “Ciò che è nostro non ci sarà tolto mai” a cura di Francesca D’Alessandro, edito da Quodlibet nel 2021. Rileggere oggi il bel libro dà peraltro occasione di omaggiare l’imminente ricorrenza del 45° anniversario della morte di entrambi. Era il 1981: Montale morì il 12 settembre; Solmi il 7 ottobre.
Diciamolo in poetica forma: il fitto scambio epistolare è una conca di annotazioni e commenti che nel tempo s’è curvata tra guerre e disfatte, progetti e rimandi, ripari malinconici e speranzose trasferte. Vi risuona la complessa personalità di Montale, sospeso tra slancio ideale ed impegno etico, alle prese con l’irrisolta dissonanza interiore che esprimerà nella scabra eufonia dei suoi versi più amari. Malgrado ciò, tra una lettera e l’altra, emerge intatta la sua umanità; riecheggia la testimonianza straordinaria di un’amicizia durata una vita – i due si erano conosciuti a Parma nel 1917, in una latteria, nel mentre frequentavano un corso accelerato per ufficiali – e di un’intesa collaborativa rinsaldata da franche ed essenziali confidenze tra un poeta e un critico accomunati dall’amore per la letteratura e dalla ricerca della loro vocazione autentica. Sin dalle prime lettere, Montale invia testi e chiede un “severo parere”; Solmi legge senza tregua e non lesina impressioni argute in note dense di sincera ammirazione. La corrispondenza è, insomma, una fonte “a latere” delle rispettive produzioni a cui attingere notizie inedite su particolari minimi che illuminano il profilo morale e la parabola esistenziale, nonché la genesi delle opere dell’uno e dell’altro intellettuale.
Ciò tanto più vale per Montale: da un epistolario all’opera letteraria fino alla sua storia editoriale si snoda un itinerario che aiuta a comprendere la complessità del processo con cui il manoscritto muta in carta stampata e l’impresa individuale della poesia suscita un interesse collettivo in un contesto sociale. Se il frutto dell’immaginazione è un’opera ridotta a prodotto di mercato, leggere sui banchi di scuola le lettere degli autori aiuta a capirne la funzione sociale, facendo leva sulla relazione con il testo ed il metatesto. Perché la verità sull’opera è spesso nascosta in quell’intorno boicottato in fretta da docenti e studenti, costellato di introduzioni e avvertenze, prefazioni e postfazioni, commenti e recensioni che nessun libro di testo sbirciato in aula può ricomporre a soddisfazione. Le lettere dicono più di quanto sembri, perché rinviano al campo di forze della società contemporanea puntellato dai molteplici centri di potere che decidono della fortuna di un libro a seconda dell’apporto incrociato degli editori, della critica, del pubblico. E – non nascondiamocelo – degli amici.
Si veda il transito dalla prima alla seconda edizione di “Ossi di seppia”. Sul finire del maggio 1924 Solmi riceve a Milano il plico con la raccolta poetica dell’amico genovese. La legge con attenzione, ne apprezza la novità dei versi e il 10 luglio la consegna direttamente a Piero Gobetti, a cui è legato da profondo sodalizio per le battaglie politiche e culturali combattute in nome della libertà, attivo anche in veste di editore da due anni e fino alla morte sopraggiunta nel febbraio 1925 a Parigi per i postumi riportati a seguito di una violenza subita per mano degli squadristi.
Solmi rassicura l’amico poeta nel caldeggiare la pubblicazione con Gobetti: “Non avrai da lamentarti.” Una fiducia feconda e promettente, consolidatasi già alla fine del 1924 se Montale collabora con il “Baretti”, il supplemento letterario della “Rivoluzione liberale” diretto dall’intellettuale torinese.
A dirla tutta, Montale contava in principio di affidare i versi a “Primo Tempo”, la rivista letteraria ideata da Giacomo Debenedetti – il cui nome torna di frequente nel carteggio – proprio con Solmi, Gromo e Sacerdote. La prematura chiusura della rivista già nel dicembre del 1923 e l’idea poi maturata di raccogliere tutte le poesie in una serie ordinata avrebbe tuttavia il giovane poeta ad assecondare il consiglio dell’amico.
Le poesie d’esordio del giovane Montale saranno dunque pubblicate a Torino il 15 giugno 1925 e diventeranno parte del pregiato centinaio di titoli italiani e stranieri che, diffusi non senza intento polemico e politico nei confronti del regime fascista, avrebbero innovato il panorama culturale italiano. L’opera raccoglie 55 liriche composte tra il 1921 e il 1924 ed i versi – tra gli altri quelli de “La foce” – annunciano bell’e pronta la dialettica negativa montaliana a partire dal motivo naturalistico del contrasto tra il mare (vita) e la terra (morte).
La silloge appare invero esile nella sua prima forma editoriale – ne prende atto lo stesso Solmi: “La veste è un po’ povera, e mi rincresce degli errori di stampa” – tanto più se confrontata con la più nutrita edizione pubblicata nel 1928 sempre a Torino dai Fratelli Ribet Editori, che – dopo l’intenso lavorio di correzioni ed integrazioni – accoglierà altre sei poesie in una struttura finalmente rivisitata. A chiudere questa seconda edizione sarà proprio Incontro, l’unica lirica del 1926, pervasa dal sentimento dell’insanabile frammentarietà del mondo e dell’io a cui il poeta s’appresta a far fronte “senza viltà”.
C’è pertanto molto da studiare. Altro che minuzie tecniche e noiose… Le lettere del poeta dischiudono il suo mondo interiore, “l’aria persa, innanzi al brulichio dei vivi” in cui andrà consumandosi negli anni il dramma mai risolto nel tentare un’armonia imperitura tra l’arte e la vita. Ma ci sarà intanto, dall’altra parte, un amico pronto a raccoglierne il dolore.
Dopo un mese appena, il 16 settembre, Montale scriverà da Monterosso: “Si soffre, nella vita, più ancora di quanto si possa esprimere in poesie piene di cicuta; ma è un’altra sofferenza, ignobile e affatto pittoresca…”
