Una riflessione concreta, vicina al linguaggio dei bambini ma tutt’altro che banale, per affrontare uno dei temi più delicati della crescita: il bullismo, nelle sue forme più visibili e in quelle più sottili, che spesso passano proprio attraverso le parole. Si è svolto questa mattina, giovedì 23 aprile 2026, nell’auditorium dell’I.C. Barra Mari plesso Posidonia l’incontro promosso dal referente per la legalità l’insegnante Leonardo Cotugno, dedicato agli alunni delle classi quarte e quinte della scuola primaria.
A moderare l’appuntamento è stata la dirigente scolastica prof.ssa Maria Ida Chiumiento, che ha guidato i lavori sottolineando il valore educativo di un confronto diretto con le istituzioni su temi che riguardano la quotidianità dei più piccoli, la vita scolastica, le relazioni tra pari e l’uso consapevole degli strumenti digitali.

Relatore dell’iniziativa è stato il dott. Emiliano Fezza, sostituto commissario della Polizia di Stato presso la Procura della Repubblica del Tribunale per i minorenni di Salerno, che ha accompagnato gli alunni in un percorso di riconoscimento dei comportamenti scorretti, spiegando con esempi semplici ma efficaci quando uno “scherzo” smette di essere tale e diventa invece un atto offensivo, umiliante o ripetuto nel tempo.
Il cuore dell’incontro ha ruotato attorno a un messaggio preciso: non tutto ciò che fa ridere è innocuo. Attraverso le slide proposte ai bambini, è stato spiegato che prendere in giro un compagno, escluderlo da un gioco, rivolgergli parole cattive o appropriarsi di oggetti che non appartengono non sono gesti da minimizzare. Possono apparire episodi piccoli, occasionali, quasi insignificanti, ma in realtà sono spesso i primi segnali di un disagio più profondo, capace di ferire e isolare.

Particolarmente incisivo il riferimento al racconto simbolico di “Diego e il mostro”, utilizzato come chiave narrativa per aiutare i bambini a comprendere come nasce e si alimenta il bullismo. Il “mostro”, nelle slide, non rappresenta una creatura reale, ma il male che cresce ogni volta che un comportamento sbagliato non viene fermato: uno sgambetto, una presa in giro, una risata complice, il silenzio di chi osserva senza intervenire. Un’immagine forte, ma immediata, che ha permesso di mettere a fuoco un aspetto decisivo: il bullismo non riguarda soltanto chi aggredisce e chi subisce, ma coinvolge anche il gruppo.
È proprio il ruolo degli spettatori, infatti, uno dei nodi più importanti affrontati nel corso della mattinata. Ai bambini è stato spiegato che anche chi ride, chi incoraggia, chi condivide o semplicemente resta fermo a guardare finisce, spesso senza rendersene conto, per rafforzare il problema. Al contrario, il gruppo può diventare una risorsa positiva quando sceglie di proteggere, di non lasciare solo chi è in difficoltà, di chiedere l’intervento di un adulto. Il messaggio educativo è stato chiaro: il vero coraggio non sta nel dominare gli altri, ma nel saperli difendere.

Un altro passaggio centrale ha riguardato il peso delle parole. L’incontro ha insistito sul fatto che si può ferire profondamente anche senza spingere, colpire o minacciare fisicamente. Una parola cattiva, ripetuta o pronunciata nel momento sbagliato, può rimanere nella mente di un bambino a lungo, alimentando tristezza, vergogna e senso di esclusione. Da qui il titolo stesso dell’iniziativa, incentrato su una verità che la scuola, oggi più che mai, è chiamata a trasmettere con chiarezza: le parole possono fare male.
Ampio spazio è stato dedicato anche al cyberbullismo, affrontato con un linguaggio accessibile agli alunni ma senza sconti sulla gravità del fenomeno. Messaggi offensivi, derisioni nelle chat, esclusioni dai gruppi digitali, condivisioni e like a contenuti umilianti: comportamenti che non devono essere considerati “giochi online”, ma vere forme di violenza relazionale. È stato spiegato come il bullismo digitale abbia una forza invasiva ancora maggiore, perché non si ferma con il rientro a casa, può raggiungere i ragazzi in qualsiasi momento e lascia tracce che restano nel tempo.

Non meno importante la parte dedicata alle soluzioni. Il dottor Fezza, nel dialogo con gli alunni, ha rimarcato alcune regole essenziali: non rispondere con altra aggressività, non condividere contenuti offensivi, non mettere like a messaggi denigratori, non affrontare da soli situazioni più grandi di sé. La strada corretta, è stato ribadito, è parlarne con un adulto di fiducia — genitori, insegnanti, educatori — perché chiedere aiuto non è un segno di debolezza, ma il primo passo per interrompere il problema e proteggere sé stessi e gli altri.
Il tono dell’incontro, pur trattando argomenti complessi, è rimasto costantemente costruttivo. Nelle conclusioni è emersa con forza l’idea del “supereroe” quotidiano: non il più forte, non chi incute paura, non chi comanda, ma chi aiuta, chi si accorge della sofferenza altrui, chi trova il coraggio di dire “basta”, chi sceglie di non voltarsi dall’altra parte. Un’immagine educativa potente, capace di trasformare un messaggio di prevenzione in un invito concreto alla responsabilità e alla gentilezza.

L’appuntamento di questa mattina all’auditorium del Posidonia ha così confermato il valore di una scuola che non si limita all’istruzione, ma investe nella formazione civile e umana dei suoi studenti. Iniziative come questa, nate dalla collaborazione tra istituzioni scolastiche e forze dell’ordine, mostrano quanto sia importante intervenire presto, quando i comportamenti sono ancora leggibili, correggibili, educabili. Perché la prevenzione, soprattutto tra i più piccoli, passa dall’ascolto, dall’esempio e dalla capacità di insegnare che il rispetto dell’altro non è una regola astratta, ma una scelta quotidiana. Non a caso, al rientro in classe, gli alunni hanno assunto un ulteriore impegno simbolico e concreto: aderire al Giuramento Digitale della Flotta dei Cybernavigatori Consapevoli, letto dalle maestre, che richiama a un uso della rete improntato a maggiore rispetto, gentilezza e consapevolezza.
