Recentemente, Corrado Augias, a proposito di Sandor Marai, riferendosi al suo primo romanzo, Bebi, il primo amore, sottolineava: «Lo scrittore ungherese, già a ventotto anni, dimostra attitudine alla psicoanalisi non inferiore a Dostoevskij».
Le premesse giovanili saranno amplificate, esaltate dallo scrittore magiaro con una produzione letteraria intensa, unica, durante tutta la vita da esule del regime. La tensione emotiva suscitata dall’abilità di Marai di scavare, dissezionare anatomicamente la psiche dei suoi personaggi in spazi temporali spesso brevi (ventiquattro ore o una notte) e in spazi fisici limitati, rappresenta il leitmotiv del magnetismo con cui il lettore medio riesce a completare un respiro solo dopo l’ultima pagina dei suoi romanzi.
Marai scrive nel 1943 Il gabbiano, romanzo accattivante che conferma il DNA dell’autore, con i connotati già accennati, inconfondibili, della sua identità letteraria, come i colloqui introspettivi, intensi, a tratti estenuanti, fra due soggetti, allargati spesso a un terzo. La lettura, già dalle prime righe, trasmette al lettore il patos di atmosfere sospese, osmosi fra vortici interiori dei singoli soggetti ed esteriori: l’imminente entrata in guerra dell’Ungheria, con la catastrofe a seguire del secondo conflitto mondiale.
Budapest: serata fredda invernale. Nella penombra seriosa di una stanza altisonante quanto triste del ministero, il consigliere di Stato, uomo quarantacinquenne, nel gelo della sua solitudine, vive la tensione dell’immane responsabilità del momento: la firma del documento con cui il suo Paese entrerà in guerra.
«Riavvitò con estrema cura il cappuccio di ebanite della stilografica – con un gesto lento e cauto da chirurgo che impugna il suo affilato strumento o da chimico che soppesa un’ampolla in cui sono racchiuse vita e morte: medicamento o veleno capace di sterminare interi villaggi.»
Questo è l’incipit con cui Marai ci presenta il personaggio chiave del romanzo.
Una presenza inaspettata si introduce nella solitudine dell’uomo: una donna bussa alla porta. Quando l’ospite entra, il consigliere, al primo sguardo che la luce soffusa gli consente, resta sbigottito: è identica a Ili, la donna che ha amato anni prima, suicidatasi per un altro uomo. «Se non mi controllo […] attaccherò a ridere… Ridere? No, a sghignazzare, a sbellicarmi dalle risa, a picchiare i pugni sul tavolo…» (p. 20). Perché: «Non capita mica a tutti, pensa, di seppellire qualcuno che dopo un po’ risorge dalla tomba […] e di punto in bianco se ne sta lì sulla soglia, in pieno giorno all’una e venti» (p. 22).
La donna, immobile davanti al consigliere di Stato, è una ragazza finlandese, Aino Laine, il cui nome in finlandese vuol dire “unica onda”. Reduce dai bombardamenti nel suo Paese, dove la casa è andata distrutta, ufficialmente è lì per cercare di ottenere dal consigliere un permesso di soggiorno.
A questo punto si entra nel clou del romanzo. Il lettore viene avviluppato nel vortice freneticamente cadenzato del colloquio dei due personaggi. Marai, come si suol dire, entra nel suo. Il colloquio, “interazione-scontro” fra i due soggetti, dura una notte. Personalità antitetiche, vite diverse, storie, esigenze, scopi avulsi da qualsiasi punto in comune dei due personaggi. Si scrutano, indagano, vivisezionano in una partita emotiva, mentre Marai, dietro le quinte, spia il lettore basito, disorientato, in cerca di risposte.
Una quota discreta della letteratura dello scrittore ungherese consta di un “thriller psicologico itinerante”, sostenuto da colloqui introspettivi fra attori, protagonisti di uno stesso palco teatrale che cambia, adatta le coreografie in relazione ai contesti: un castello dei Carpazi (Le braci), una locanda di Bolzano (La recita di Bolzano), la stanza di un giudice a Budapest (Divorzio a Buda).
Il consigliere di Stato e Aino Laine consumano in una notte il loro duello psicologico massacrante. Ogni stoccata vicendevole è mossa dal fuoco interiore delle due istintualità ancestrali umane: l’eros e la sopravvivenza. La loro infinitesimale scena teatrale privata è un angolo del teatro esterno, immenso, di un mondo oscurato dal conflitto bellico devastante.
Due ombre spettatrici: un uomo del passato della finlandese e Ili, la donna suicida che il consigliere di Stato ha amato. Presenze con ruolo chiave nell’interazione umana fra i due personaggi, nel vortice di un colloquio criptico, le cui risposte e interpretazioni sono completamente regalate al lettore.
Questo è Sandor Marai.
Cosa si aspetta l’uno dall’altro? Chi mente dei due? Chi cederà alle emozioni-sentimenti in quell’attimo della notte rispetto a piani prestabiliti? Quanto concederà alle illusioni la gelida e cruda realtà?
Aino Laine non ha più casa, è un’esule come lo è stato Marai tutta la vita, nel peregrinare in Germania, Francia, Italia, poi in America. Si percepisce la figura della donna sradicata dal suo Paese, nelle corde interiori dello scrittore esule ungherese: «Quando non si ha più una casa, all’improvviso il mondo diventa molto piccolo… Ci si può mettere in viaggio come i gabbiani. Ma volare come loro non è facile, perché gli esseri umani si portano dietro anche i ricordi. E i ricordi ci tirano giù» (p. 101).
Nella commedia-dramma teatrale di quella notte prende corpo il gioco delle maschere. Ciascuno dei protagonisti, attimo per attimo, adatta l’abito, la maschera psicologica, in base ai quesiti dell’altro, sotto l’occhio di un regista occulto: il proprio destino.
«Ci sono notti in cui si partecipa a un ballo in maschera… La notte ti ha chiamato e tu rispondi turbato. Svegliati, amico mio», dice Aino Laine al consigliere (p. 97); e lui, osservando la sua interlocutrice: «È come se indossasse dei travestimenti per poi spogliarsene, travestimenti e maschere diversi per ogni istante» (p. 106).
Inevitabile, per il lettore, il collegamento a Pirandello, inerente alla metamorfosi continua dei volti, maschere umane sul teatro esistenziale.
L’elemento che colora di unicità e spessore il romanzo è il tema, paradosso nel contesto dell’imminente catastrofe bellica: l’amore. Il consigliere di Stato, nell’età delicata che precede la vecchiaia vera, pur nella delicatezza del suo ruolo, è pervaso dal vissuto e presente dei due sentimenti ossimorici: amore-dolore.
«Il dolore è passato. La vita l’ha trasformato in qualcos’altro; dopo averlo provato, dopo aver singhiozzato, lo si nasconde agli occhi del mondo, imbalsamato come una mummia da custodire nel padiglione funerario dei ricordi. Passa anche il dolore provocato dall’amore, non credere. Rimane il lutto, una specie di cerimonia ufficiale della memoria. […] Il dolore un giorno si trasforma, la vanità e il risentimento insiti nella mancanza si prosciugano al fuoco purgatoriale della sofferenza, e rimane il ricordo, che può essere maneggiato, addomesticato, riposto da qualche parte. È quel che accade a ogni idea e passione.»
Il romanzo non ha epilogo. Il racconto, la storia, l’interazione dei due personaggi resta sospesa, mentre prendono corpo le riflessioni più suggestive del consigliere di Stato, inerenti i due sinonimi: Dio-Amore.
«È il momento in cui diciamo addio alla giovinezza e accogliamo l’ospite, Dio. E non appena la giovinezza se ne va, accogliamo anche tante altre cose nella nostra vita: tutto ciò di cui finora avevamo soltanto un’idea fluttuante e vaga diviene stabile, e così anche l’idea della morte e dell’amore. Quando la giovinezza se ne va, la vita di colpo si arricchisce, si riempie di Dio, della morte e dell’amore.»
Queste, le uniche certezze con cui il lettore si congeda dal romanzo…
