Frate Antonio, al secolo Fernando di Buglione, portoghese di nascita ma padovano di elezione, moriva il 13 giugno 1231 in un piccolo convento alla periferia di Padova, nella località chiamata Arcella.
Le aspre penitenze, i debilitanti digiuni, i disagi provocati dall’incessante peregrinare da un capo all’altro dell’Italia, con qualche puntata nella Francia meridionale, avevano messo a dura prova la sua resistenza fisica.
Si trovava a Camposampiero, una ventina di chilometri da Padova, in un conventino immerso nella verde e riposante campagna, quando si rese conto che la vita gli stava sfuggendo. A Camposampiero era andato, su insistenza dei confratelli, appunto per riposare. Era reduce da una clamorosa quanto estenuante “quaresima” predicata a Padova e da un faticoso viaggio a Verona, alla corte di Ezzelino, nel tentativo non riuscito di strappare allo spietato tiranno un gesto di pietà per il conte Rizzardo di San Bonifacio e per i suoi partigiani che Ezzelino aveva, con un fortunato colpo di mano, fatti prigionieri e condannati.
Quando non ebbe più dubbi sulla sua sorte, Antonio pregò i frati che lo conducessero a Padova, nel convento di S. Maria Mater Domini a lui particolarmente caro, perché era lì che desiderava morire. I frati non potevano non accontentarlo. Così Antonio, disteso su un carro trainato da buoi, intraprese l’ultimo viaggio. A Padova vivo non arriverà mai. Giunto in prossimità del piccolo convento dell’Arcella, le sue condizioni erano talmente peggiorate che gli accompagnatori decisero di non proseguire oltre, e qui – come racconta l’ignoto autore della “Vita prima” scritta nel 1232 – dopo aver ricevuto l’unzione degli infermi e cantato per intero con i frati i salmi penitenziali “quell’anima santissima, liberata dal carcere della carne, fu assorbita nell’abisso della luce”.
Il corpo di Antonio, ricomposto in una povera cassa di legno, quella stessa che la ricognizione del 6 gennaio 1981 ha riportato alla luce, venne trasportato e sepolto nella chiesetta annessa al convento di S. Maria Mater Domini. Il trasferimento non avvenne tuttavia in modo del tutto pacifico.
Gli abitanti di Capo di Ponte, dell’Arcella e le Povere Dame, un gruppo di clarisse che vivevano nel monastero attiguo al convento dove il Santo era morto, si erano vivacemente opposti al trasferimento della salma. Non solo, ma avevano fatto pressione su personaggi influenti in città perché il loro desiderio venisse soddisfatto. Di avviso contrario erano naturalmente i frati che avevano tra l’altro promesso al loro confratello di seppellirlo a Padova. La contesa – secondo l’autore della “Vita prima” – si protrasse vivace e rissosa per alcuni giorni, minacciando di tingersi di giallo con temuti rapimenti da parte dell’una o dell’altra delle due fazioni.
Alla fine intervenne il podestà di Padova, Stefano Badoer, che diede ragione ai frati e impose d’autorità il trasferimento del corpo di Antonio nel convento che gli fu più di tutti gli altri caro.
La piccola chiesa custodì fino al 1263 la salma del Santo. L’8 aprile di quell’anno, infatti, essa, con cerimonia solenne, presente il ministro generale dei Minori Padre Bonaventura da Bagnoregio, venne trasferita al centro della grandiosa basilica che i frati e il popolo di Padova avevano nel frattempo innalzato per perpetuare la memoria di un uomo che aveva segnato per sempre la vita e la storia non solo dei padovani, ma di tutta la Chiesa.
Una vita breve ma intensissima, quella del Santo, che era iniziata nel 1191 in un ricco e sontuoso palazzo di Lisbona, appartenente alla nobile e potente famiglia dei Buglione-Taveira. Il padre, Martino, era cavaliere del re e imparentato, forse, con il conquistatore del Santo Sepolcro, Goffredo di Buglione; la madre Maria, aveva nelle venne sangue reale. E in quella ricca dimora nacque, probabilmente il 15 agosto 1195, Fernando, così venne chiamato al battesimo il rampollo di Martino. In quell’ambiente si parlava senz’altro di armi, di onori, di dame, di successi in battaglia, di gloria…ma il giovane Fernando, dotato di indole mite e riflessiva, era abbastanza saggio da capire che la strada della guerra e della violenza era lastricata di lutti, di morti e di miseria.
Non sappiamo se abbia avuto fratelli, né se i genitori siano sopravvissuti alla sua prematura morte, se abbiano avuto notizia dei successi del figlio e potuto gioire della quasi immediata canonizzazione. Ma ci risulta che aveva uno zio canonico, il quale avrebbe avuto una parte determinante nella formazione scolastica e culturale del nipote, e un’influenza notevole nella sua formazione spirituale, culminata nella decisione, dopo aver frequentato la scuola episcopale annessa alla cattedrale di Lisbona che sorgeva proprio davanti al palazzo di famiglia, di entrare nel monastero di San Vincenzo, dove c’erano i canonici regolari di Sant’Agostino.
Prima di questa decisione, però, avvennero, si racconta, due fatti molto significativi per la vita del giovane che allora si chiamava ancora Fernando: e cioè un miracolo e una rischiosa passione, o tentazione, amorosa. Non possiamo sapere quanto queste due storie siano vere; comunque sappiamo che la famiglia possedeva dei terreni vicino alla città, parte dei quali coltivati a grano.
Il padre Martino vi si recava spesso per controllare la situazione e durante uno di questi sopralluoghi incaricò il ragazzo di tenere a bada gli uccelli che volteggiavano sul campo di grano, mentre si recava dal contadino a segnalargli il pericolo che essi costituivano per il buon esito della mietitura. Fernando accettò volentieri il compito, orgoglioso della responsabilità che gli veniva affidata. Attratto però dalla vicina cappella, si chiese come conciliare desiderio e dovere. Alla fine chiamò i passeri dentro uno stanzone, ve li rinchiuse e potè soddisfare la sua curiosità.
L’episodio della tentazione amorosa, cioè della servetta, è un po’ più complicato. La ragazza aveva adocchiato il giovane, osservandolo di frequente tra le pareti di casa. Non era bello, ma dolce e di buone maniere; insomma, le piaceva e la intrigava l’idea di stare col figlio del padrone. Così un bel giorno cercò di sedurlo. Non si sa come andò a finire, ma sembra che Fernando abbia allontanato la serva sfacciata.
Un episodio che oggi può far sorridere ma che è indicativo (e infatti è stato riportato dai cronisti antichi, pur sempre pronti ad addomesticare le cose) delle lotte che il nostro Fernando dovette sostenere contro “lo stimolo della carne”, prima di arrivare al sicuro possesso di quel giglio, simbolo della purezza, che spesso gli artisti, a cominciare dal grande Donatello, gli metteranno in mano, a testimonianza della sua vittoria sulle tentazioni della concupiscenza.
Non sappiamo quanto durò la crisi sessuale di Fernando, che peraltro i biografi antichi definirono “tormentata, angustiata e lunga”, né se in seguito egli dovette sostenere altri sentimentali combattimenti. Comunque il giovane aveva, forse anche perché guidato e sollecitato dallo zio canonico, già preso una decisione fondamentale: lasciare la vita leggera e corrotta del mondo per entrare come novizio tra i Canonici regolari di Sant’Agostino (che non erano frati o monaci, ma chierici che vivevano in comunità). Non sappiamo nemmeno se i genitori cercarono di opporsi alla sua volontà: certo è che Fernando a quindici anni indossò la veste bianca degli agostiniani nell’abbazia di San Vincenzo, che sorgeva su un colle vicino alla città.
Vi rimase due anni, poi chiese di essere trasferito a Coimbra, pare per due ragioni: la vita dei canonici non corrispondeva al suo ideale di perfezione, mentre l’inopportuna frequenza delle visite di parenti e amici, lo disturbava troppo. Ottenuto, a forza di preghiere, il trasferimento, Fernando potè vivere tranquillo e dedicarsi alla preghiera e alla meditazione, ma anche allo studio, dato che il monastero di Coimbra era un centro vivissimo di cultura, aveva ottimi insegnanti e, cosa rara per quei tempi, una ricca biblioteca.
Furono anni preziosi e fruttuosi, durante i quali il nostro Fernando apprese, grazie anche alla sua prodigiosa memoria, quanto era possibile di teologia e filosofia, dedicandosi in particolare allo studio delle Sacre Scritture. A Coimbra, inoltre, ricevette nel 1220 l’ordinazione sacerdotale.
Ma era arrivato ormai il momento per Fernando di Lisbona di iniziare quel “grande viaggio” che avrà fine undici anni dopo, gloriosamente, a Padova. L’inizio avvenne in modo traumatico. Purtroppo anche a Coimbra i confratelli gli apparivano fatui e non trovavano certamente nel monastero un efficace “riparo dalla pioggia della concupiscenza carnale, dalla tempesta della persecuzione diabolica, dall’arsura della prosperità mondana” (sono parole di un suo “Sermone”). Inoltre, quasi a provvidenziale contrasto, in quel periodo cominciavano a farsi conoscere i frati minori francescani: vestiti come straccioni, semianalfabeti e mendicanti ma infiammati di evangelico amore, essi colpirono profondamente il giovane sacerdote che, addetto almeno per qualche ora al giorno alla portineria, ebbe modo di parlare spesso con loro, di avere notizie di Francesco e della sua Regola severa e sublime.
Fernando, insomma, si sentiva nuovamente spinto da Dio ad una vita spiritualmente più viva e impegnata : e prese la sua decisione, motivata anche dall’arrivo a Coimbra dei corpi straziati di cinque martiri francescani uccisi in Marocco. Così un giorno, quando due francescani arrivarono al monastero per chiedere l’elemosina egli, “non potendo più nascondere i propri sentimenti, li trasse in un luogo appartato e disse loro:
“Fratelli carissimi, con tanto desiderio vestirei il vostro abito, purchè promettiate che, appena entrato a far parte del vostro Ordine, mi manderete nella terra dei Saraceni per essere anch’io partecipe della corona dei santi martiri”.
Di corsa i due fraticelli andarono al loro convento e tornarono con l’assenso del loro superiore e un saio per Fernando: il quale l’indossò, dopo aver avvisato il priore agostiniano che se ne andava per sempre. Un confratello che lo vide partire, non si sa se per scherno o per augurio, gli gridò: “Và, va pure, così diventerai santo!” Gli rispose Fernando : “Quando sentirai che lo sarò, ne renderai gloria a Dio!”
Trascorso qualche tempo nel convento francescano di Monte Olivares per ambientarsi e conoscere la regola, e cambiato il proprio nome in Antonio, il nuovo seguace di Francesco partì per il Marocco, con la speranza e la volontà di trovarvi il martirio. Ma non era quella la sua strada: appena raggiunta la missione, fu assalito da violenti e inspiegabili febbri (forse la malaria) che lo costrinsero a letto tutto l’inverno. Quando con la nuova stagione le febbri sparirono, si ritrovò in tale stato di prostrazione fisica che i confratelli gli suggerirono di ritornare in patria per rimettersi in forze.
Salpato dalla costa marocchina e diretto alla penisola iberica, la nave sulla quale Antonio si era imbarcato fu colta da una violenta tempesta, che la privò delle vele e del timone. Alla deriva sulle onde del Mediterraneo, la nave finì in Sicilia. Antonio sbarcò un po’ più a sud di Messina. Non si conosce il punto esatto, mentre è certo che trovò rifugio e ospitalità nel convento francescano della città, esistente già da una decina d’anni. Qui venne soccorso e curato.
Da quella primavera cominciò il grande viaggio di Antonio. Nel maggio 1221, al consueto appuntamento di Pentecoste, i frati minori dovevano convenire ad Assisi per il capitolo generale; e Antonio, non completamente ristabilito, si aggregò agli altri. A piedi, risalì la penisola fino all’Umbria: oltre al dovere, lo spingevano la curiosità e il desiderio di conoscere il fondatore dell’Ordine. Ad Assisi arrivò il 30 maggio: in tempo per assistere alla Porziuncola al “Capitolo delle stuoie”, che si svolse alla presenza di Francesco e con la partecipazione di circa tremila tra frati e novizi.
L’avvenimento meriterebbe una lunga descrizione, ma qui possiamo rilevare solo due fatti: il primo è che durante i nove giorni di preghiere e discussioni, quasi sicuramente Antonio non incontrò Francesco (lo vide forse soltanto da lontano); il secondo che quando frate Elia, sollecitato da Francesco, domandò ai frati se c’era qualcuno che voleva andare missionario in Germania, tra i novanta che si presentarono Antonio non c’era: forse perché la missione in terra straniera non lo interessava più? Chissà.
Finito il grande capitolo, i frati ripartirono, mentre Antonio restò nella sua capanna a pregare. Lì lo trovò frate Graziano, provinciale della Romagna, che gli chiese se era sacerdote. Alla risposta affermativa di Antonio frate Graziano fu felice, e lo portò con sé nell’eremo di Montepaolo, nei pressi di Forlì, dove Antonio, oltre a dire messa per i cinque o sei confratelli laici, passava ore in una grotta a pregare, dopo avere però assolto il suo compito principale. Infatti aveva chiesto in ginocchio al padre guardiano il favore speciale di lavare le scodelle e spazzare la casa. Favore concesso, che compiva ogni giorno con ammirevole cura, tra gli sguardi compiaciuti dei confratelli che lo ritenevano buono e attento, ma piuttosto incolto, anche se ce la metteva tutta per imparare la loro lingua, cioè il volgare.
Ma ecco il fatto rivelatore voluto dal buon Dio e avvenuto nel 1221 a Forlì, dove alcuni giovani frati si erano riuniti per ricevere gli ordini sacri. Arrivati al momento della predica, il padre superiore chiese che essa fosse tenuta da uno dei domenicani presenti: ma nessuno di essi era preparato, o aveva voglia di intervenire. Che fare? Ebbe un’idea: chiamò Antonio e gli chiese, per obbedienza, di fare lui la predica. Il frate portoghese cercò di sottrarsi a quell’impegno; ma alla fine, per le rumorose insistenze di tutti, e per obbedienza, iniziò a parlare. Tutti si aspettavano le classiche “quattro parole” di circostanza. Invece frate Antonio strabiliò tutti offrendo un saggio di grande classica eloquenza, di dottrina e di saggezza, dimostrando non solo la profondità della sua vita spirituale, ma una strepitosa conoscenza delle Sacre Scritture, della teologia e della mistica.
Quella predica improvvisata segnò per sempre il suo destino. Giorni dopo, sottratto al silenzio e alla meditazione, lasciava l’eremo di Montepaolo, inviato ad annunciare per le vie d’Italia e di Francia il messaggio evangelico di pace e di bene. Per Antonio era cominciata la “grande avventura” della predicazione popolare, che lo portò da Trieste a Cividale del Friuli, da Udine a Roma: dove papa Gregorio IX, colpito dalla sua eloquenza e dalla sua cultura, lo definì pubblicamente “arca del Testamento”, e dove sbalordì i pellegrini di diverse nazioni, poiché egli, parlando non si sa bene in quale lingua, veniva capito da ciascuno nella propria: come se ( ci sia permessa l’esemplificazione) lo Spirito Santo facesse una specie di traduzione simultanea. Un avvenimento clamoroso.
