Fu così che il giovane e sconosciuto frate portoghese divenne predicatore famoso, ascoltato e ammirato, perché alla solidità della cultura umana e teologica seppe aggiungere la passione della fede e l’esempio di una vita integra di fedele discepolo di Cristo. Cosa inusuale in quei tempi, con un clero ad altissima percentuale di ignoranza e di non minore rilassatezza di costumi. Antonio predicatore famoso, dunque, capace di catalizzare l’attenzione delle masse, la pietà della gente del popolo ma anche di far breccia nel fitto muro di obiezioni e di interpretazioni inesatte che alcuni intellettuali di allora opponevano alla dottrina della Chiesa.
Con questi “eretici” Antonio si battè con onestà, con fierezza, con umiltà, mettendo sul piatto della bilancia oltre all’esposizione serrata e lampante della dottrina della Chiesa, l’esempio di una vita integra, sul modello proposto dal Vangelo e rivisitato da Francesco d’Assisi.
E molti episodi di vittorie clamorose ottenute da Antonio sugli eretici d’Italia e di Francia la tradizione popolare li ha tradotti in “miracoli” (la predica ai pesci sulle spiagge di Rimini; l’episodio della mula affamata che si inginocchia davanti all’eucarestia rifiutando la biada che l’eretico le offre; il bicchiere scagliato dall’alto di una torre che rimane intatto…). Miracoli sulla cui autenticità si possono nutrire dubbi, ma non sul significato che intendono trasmettere.
Dai pulpiti Antonio passò presto agli studi di teologia. Francesco che l’aveva salutato con il titolo di “nostro vescovo”, lo invitò ad insegnare teologia all’università di Bologna.
Nel 1227 Antonio raggiunse anche gli alti vertici della gerarchia conventuale come provinciale della Romagna, che a quel tempo estendeva la sua giurisdizione sulla Lombardia e sulle Venezie, oltre che sull’Emilia. Centro ne era Padova, dove Antonio giunse all’inizio del 1228. L’ultima tappa di un lungo peregrinare nei conventi della sua Provincia.
Padova, quando Antonio vi giunse, era un libero e prospero comune, intento a crescere e ad espandersi, nelle mani di ricchi e intraprendenti artigiani e commercianti che avevano soppiantato la vecchia nobiltà cittadina. Padova era anche un importante e vivace centro di cultura. Quando Antonio vi giunse, la città vantava già una fiorente università sorta sette anni prima per un esodo massiccio – come comunemente si sostiene – di maestri e studenti da Bologna in disaccordo con le autorità locali.
Ma Padova era anche impegnata in uno sviluppo edilizio notevole, il cui simbolo fu la costruzione del palazzo comunale, detto anche Palazzo della Ragione, perché era soprattutto il luogo dove si amministrava la giustizia, dove cioè si stabiliva chi avesse ragione o torto. Esso diverrà col tempo l’emblema della sovranità comunale. Attorno al Palazzo e nelle piazze adiacenti avevano trovato posto artigiani, commercianti e bottegai che esponevano e vendevano i loro prodotti tipici: nasce da lì la tradizione del mercato quotidiano che vige tuttora.
Anche la chiesa contribuiva allo sviluppo edilizio e all’espansione della città costruendo cappelle, chiese, conventi e monasteri: all’interno del perimetro cittadino e fuori di esso, richiamando dalle campagne e favorendo il sorgere di altre abitazioni.
Quando Antonio approdò a Padova, reggeva la città una borghesia ricca e avara, parte di questa riempiva i propri forzieri prestando soldi ad interessi folli, spremendo il sangue dei disgraziati che capitavano sotto le loro mani.
Contro costoro, e contro chiunque umiliasse i poveri, Antonio usò parole brucianti come sferzate, espressioni dure che testimoniano il coraggio, la fierezza morale e l’impegno civile del Santo e ci restituiscono di lui un’immagine diversa da quella che la tradizione popolare per secoli ha tramandato.
L’amore e l’interesse per i disgraziati che finivano nelle spire asfissianti dei creditori senza speranza di poterne uscire, lo indussero a far valere presso il Comune in loro favore tutto il peso della sua autorevolezza. Le leggi contro i debitori insolventi comminavano pene severissime, anche il carcere a vita o la loro esposizione – “alla gogna” – sulla pubblica piazza per più giorni. Decisioni logiche in una società dominata da una borghesia capitalista, preoccupata soprattutto di accumulare danaro. Ebbene Antonio riuscì a far sopprimere la vergognosa usanza della gogna e a commutare l’ergastolo con l’esilio. E non fu innovazione da poco, perché il carcere allora aveva asprezze intollerabili.
La decisione venne presa il 15 marzo del 1231, come risultato di una indimenticabile (estenuante per Antonio) quaresima, alla quale aveva partecipato in massa la cittadinanza, podestà e vescovo in prima fila. Il ricordo della morte di Cristo, del suo amore per l’uomo, aveva suggerito al frate confronti inquietanti con la scarsa misericordia, con lo spirito di vendetta e di rivalsa che guidavano i rapporti tra i cittadini; e in una predica, appassionata come sempre, aveva lanciato l’idea di un gesto clamoroso ma necessario di pietà. Gesto al quale i notabili non seppero sottrarsi.
Conseguenza di questo amore per i perseguitati fu il viaggio del frate alla corte di Ezzelino da Romano, signore di Verona., (uomo potente, temibile e crudele e fiero nemico del papa) per esortarlo alla pietà nei confronti di un gruppo di avversari caduti in un’imboscata e imprigionati dal tiranno in una delle sue tetre carceri. Per la loro liberazione, il Comune padovano, vista fallire ogni altro tentativo, aveva chiesto l’intervento dell’uomo più autorevole della città, frate Antonio.
La missione fallì. La parola del Santo non riuscì a far breccia nel cuore del tiranno. Antonio, profondamente amareggiato e spossato dal faticoso e inutile viaggio e dalla precedente quaresima, tornò a Padova con il cuore gonfio di amarezza e con il desiderio di concedersi un periodo di riposo.
Antonio accettò l’invito del conte Tiso, suo amico e convertito, che viveva a Camposampiero, il quale gli costruì, su sua richiesta, una specie di cella arborea dentro la chioma di un immenso noce (e fu proprio il conte Tiso che, scorgendo una notte una gran luce nella cella, temendo un incendio, corse a vedere: e con enorme stupore scoprì il Santo che teneva in braccio Gesù Bambino…). Lassù, sul noce, Antonio si ritirava a pregare e a studiare; scendeva soltanto quando la campana del piccolo convento suonava per il pranzo e la cena. Discese anche all’ora di pranzo del 13 giugno e si sedette a tavola con i confratelli, ma d’improvviso si sentì male. Confidò ai fratelli di essere prossimo alla fine. Le sue ultime parole furono: “Fratelli miei, io vedo Nostro Signore!” Non recava segni di sofferenza. Sorrideva radioso.
Dopo la morte di Antonio avvennero fatti incredibili: le monache Clarisse dell’Arcella non volevano che la salma fosse portata via dal loro monastero; i padovani esigevano che fosse portata in città; le autorità religiose e civili tergiversavano; ci fu il rischio di una lotta armata! Cose e tempi davvero incredibili, e strane follie. Comunque, alla fine tutto si placò: la salma di Antonio fu portata a riposare dove oggi sorge una delle più belle basiliche del mondo.
La fama della santità di Antonio era così grande e indiscussa che fu elevato agli altari pochi mesi dopo la morte.
La preghiera che papa Gregorio IX aveva rivolto al Santo durante il rito di canonizzazione, è stata certamente ascoltata. In questi circa otto secoli che ci separano dalla sua morte, il Santo ha continuato la sua missione di evangelizzazione e difensore dei poveri: per milioni di persone è stato, ed è, l’amico che presenta al Signore le attese, le richieste, le speranze e le difficoltà della vita. La sua tomba non è semplicemente il monumento ad un morto, sia pure famoso, ma la presenza di una persona viva e amica.
