Tra Simenon e la madre non ci furono rapporti per quasi cinquant’anni. Quando la ricoverarono in ospedale, a Liège, lui andò a farle visita. Lei è a letto, ha 90 anni, è povera. Lui è lo scrittore celebre e ricchissimo. Gli occhi di lei lo fissano per un po’, poi la donna sussurra: “Perché sei venuto, Georges?”
Scritto nel ’74, è stato forse il suo ultimo grande libro. Maigret era già andato in pensione nel ’72 (il 20 settembre, per l’esattezza). La sua ultima avventura, Maigret e il signor Charles, era stata un mezzo fiasco. Anche i 12 volumi di memorie dettate al magnetofono si erano rivelati pressoché inconsistenti, un vuoto intellettuale, aforismi non privi di banalità: “L’uomo nasce, muore, è sostituito da altri…”, “Nella vita ogni cosa è legata all’altra…”. Altrettanto discutibili sono state certe prese di posizione politiche di Simenon, un certo anarchismo diventato di maniera. Una volta, parlando delle Brigate Rosse, affermò: “Se mi dicessero che c’è tra di loro il meglio della gioventù italiana, non farei fatica a crederlo.”
“Non mi considero né un borghese, né un intellettuale. Sarei desolato se mi giudicassero un pensatore”, diceva. E infatti non lo era.
Il confine della sua genialità era il momento in cui, sedendo davanti alla scrivania, nel silenzio assoluto della casa, cominciava a sudare e a scrivere in stato di grazia, cioè quasi in trance.
Quella sua scrittura semplice, nuda e suggestiva, nasceva così. Non più di duemila vocaboli, pochissimi aggettivi. “Se scrivo ‘tavolo’, tutti sanno cosa voglio dire. Se scrivo ‘sublime’, ognuno lo interpreta a modo suo”, ha detto. Con duemila parole è stato capace di tenere in vita per quasi cinquant’anni uno dei personaggi più umani che siano stati concepiti nel ‘900, Jules Maigret, commissario di polizia. Insieme a lui, sua moglie, il suo aiutante, i criminali e le vittime nelle quali Maigret si è imbattuto, una città, Parigi, un modo di vivere, di mangiare, di tornare a casa lievemente fiducioso, lievemente deluso, ma senza mai perdere la voglia di capire.
Insomma, con duemila parole Simenon si è fatto epigono di quella tradizione realista francese che risale a Flaubert e, nel suo caso, più ancora a Maupassant. La stessa umanità mediocre, lo stesso pessimismo, l’identica voglia di continuare e di far continuare il lettore fino in fondo, fino all’ultima pagina, e poi al romanzo successivo.
Una volta Simenon disse che i suoi non sono dei veri romanzi polizieschi perché il colpevole è spesso noto fin dall’inizio. La cosa è vera solo in parte e comunque ha poca importanza. Perché tra gli altri suoi meriti c’è quello di aver abbattuto il confine tra letteratura “gialla” e letteratura tout-court. Tante avventure di Maigret sono “soltanto” dei bei romanzi, e tanti romanzi dove non compare Maigret (penso a La finestra di fronte, L’orologiaio di Everton, Le campane di Bicetre, La neve era sporca, La Marie del Porto) sono sorretti da una tessitura narrativa che scrittori anche di livello superiore non hanno mai toccato.
Questo, dunque, è stato l’uomo; e questo lo scrittore che ci ha lasciati trenta anni fa.
Due entità distinte, come dicevamo all’inizio. O forse no. Forse erano la stessa cosa. Perché Teresa, la vera compagna della sua vita, ha tanti tratti in comune con la signora Maigret. E perché Georges Simenon, in fondo, è rimasto per tutta la vita un piccolo borghese come il suo Jules Maigret. Appena stordito, o traviato, lui, Simenon, dal troppo danaro.
