«Sto raccontando una storia…». Esordisce così Marialaura Simeone quando le chiedo di parlarmi del suo nuovo libro, “Un grande fuoco. Bianca Garufi“, edito nel mese di gennaio 2026 da Les Flâneurs Edizioni, collana “Le Innominate”.
Conosco l’autrice da un bel po’ di anni, condividiamo da sempre la passione per certe narrazioni, per quei racconti che insegnano a porsi in ascolto dello spirito che li anima, per quel “respiro” che diventa corpo dentro le parole che diciamo e dalle quali siamo rivelati.
«Mi sta capitando continuamente di ritrovarmi nelle parole che leggo. Come quando Pavese consiglia a Garufi di non lasciarsi distrarre da troppe cose.
A rolling stone gathers no moss – Pietra che rotola non raccoglie muschio
Ma, adesso, non voglio lasciarmi distrarre da nulla. Voglio scrivere questo libro. Voglio parlare di Bianca, dare voce a un’innominata per tutte le innominate che ancora la aspettano».

Una “intima rilettura” della figura colta e rivoluzionaria di “Leucò” quale nodo simbolico di genealogie femminili rimosse e voce anticipatrice di una nuova coscienza di genere.
Sorprese da una pioggia violenta, ci rifugiamo presso la libreria Masone (realtà storica della nostra città, Benevento) e tra risate, piedi bagnati e un buon calice di vino rosso, ha inizio la nostra chiacchierata.
A.R.: Come nasce “Un fuoco grande” e cosa ha ispirato la scelta di Bianca Garufi tra “le innominate”.
M.S.: «Non è stata la scelta immediata. Sapevo di dover restituire la propria voce a una donna raccontata solitamente attraverso il legame con un personaggio maschile (è l’obiettivo che si pone la collana Le Innominate di Les Flâneurs a cura di Anna Chiara Biancardino). Avevo in mente un paio di nomi, poi mi è balenata in mente lei, Bianca Garufi, che viene ricordata unicamente in relazione a Cesare Pavese. Mi ha sempre colpito questo scarto: una donna partecipe del fermento culturale del suo tempo, autrice, poeta, traduttrice, attiva nella Resistenza romana, psicoanalista junghiana e interessata al movimento femminista, letteralmente confinata al margine di storie maschili. In lei convivono numerosi interessi, talento, passione, cultura e una profonda inquietudine, un fuoco grande che ho voluto riaccendere perché è anche il mio».
A.R.: Il titolo ha, in effetti, un significato fortemente simbolico. Cosa rappresenta per te “il fuoco grande”.
M.S.: «Il fuoco è energia creativa, desiderio, tensione verso l’assoluto. È passione amorosa e passione intellettuale. Ma è anche qualcosa che può bruciare, consumare, lasciare cenere, qualcosa che resta nascosto e va “rielaborato”. Nel libro, il fuoco grande richiama naturalmente il titolo del libro che Pavese e Garufi hanno scritto a quattro mani, ma rappresenta anche quella forza interiore che spinge ogni donna a cercare un posto nel mondo, a scrivere, ad amare, a esporsi, a ribellarsi. Volevo parlare di lei, assurgendola a simbolo di tutte le innominate della Storia, ma volevo anche parlare di me e di tutte le donne comuni, che in un’ideale genealogia femminile possano iscriversi nel presente e segnare (sognare?) un futuro diverso».

A.R.: Bianca Garufi viene citata e ricordata, come già sottolineato da te, quale musa ispiratrice di Cesare Pavese e coautrice dell’opera scritta, appunto, a quattro mani con il poeta piemontese. A tal proposito, conoscendo la tua instancabile attività di ricercatrice, se la Garufi avesse scritto “Fuoco grande” da sola, ti chiedo quali differenze avremmo colto nel “suo” testo rispetto al romanzo, incompiuto, pubblicato – per volontà di Italo Calvino – nel 1959 dalla casa editrice Einaudi.
M.S.: «L’impianto è nato da un’idea di Bianca e, a mio avviso (ma lo si deduce anche dallo scambio epistolare dei due), è stata lei a “dettare” principalmente lo stile. È pur vero che senza il filtro dello sguardo maschile non avrebbe la stessa forza. La scrittura a due è stata un campo di tensioni feconde, un conflitto che necessariamente deve nutrirsi reciprocamente. E anche questo è un tema sottinteso e importante del libro. Ritorno spesso sul tema dell’Animus e dell’Anima di matrice junghiana».
A.R.: Animus e Anima, archetipi. Attraverso Bianca, quale percorso interiore hai affrontato per indagare il tuo vissuto, per bilanciare il dato autobiografico, presente in questo “ritratto”, con quello storico e narrativo.
M.S.: «Ogni scelta narrativa implica sempre un coinvolgimento personale. In questo caso, al di là dei richiami puramente autobiografici (sempre mediati da una scelta narrativa precisa) si è trattato di trovare delle risonanze particolari. Nel raccontare Bianca ho interrogato anche me stessa: il rapporto con la scrittura, il bisogno di legittimazione, il dialogo (talvolta conflittuale) con le figure maschili, ma anche i luoghi che abitiamo e che ci abitano. Sono motivi che torneranno anche nelle prossime pubblicazioni. Alcuni elementi, poi, sono venuti fuori scrivendo. Durante la ricerca sono venuta a conoscenza di particolari della sua vita che prima ignoravo, ho incontrato altri libri (Da parte di madre di Federica De Paolis, Eroine di Kate Zambreno, ma anche La psicologia dei tarocchi di Laura Valli) che come tasselli di un puzzle si sono incastrati alla perfezione. Nel libro confluiscono tante suggestioni…».
A.R.: Scrittrici come Bianca Garufi hanno perseguito una forma di libertà, lucida e consapevole. Ma che tipo di emancipazione hanno potuto vivere realmente queste donne sulla propria pelle.
M.S.: «Si sono prese molti spazi, ma non la libertà di essere riconosciute pienamente. Le donne della sua generazione hanno vissuto un momento particolare: abbastanza emancipate da desiderare un’autonomia, ma ancora immerse in strutture sociali che le volevano ancelle o muse. La loro libertà è stata una conquista difficile e forse anche fragile a giudicare quanto ci sia ancora da lavorare…».
A.R.: Un’ultima domanda. Qual è il messaggio principale che desideri trasmettere ai tuoi lettori nell’omaggio che dedichi a Bianca Garufi.
M.S.: «L’invito a guardare oltre le narrazioni consolidate. La storia letteraria è fatta anche di molte presenze laterali che, tuttavia, hanno contribuito in modo decisivo alla cultura del Novecento. È un lavoro, questo, che porto avanti da anni (con Fuoricanone, webinar per le scuole e #leintrovabili, focus sulle scrittrici da riscoprire) sia a livello accademico sia divulgativo. Restituire la voce a queste figure significa anche ridefinire il nostro immaginario (non a caso, a un certo punto nel libro racconto della riscrittura de La Sirenetta!). Bianca non è solo “la musa”: è una donna che ha cercato un proprio spazio in un tempo che alle donne concedeva ruoli limitati. Il mio omaggio vuole essere un atto di nemesi (e anche qui c’è un indizio di una prossima pubblicazione…)».
Nell’attesa di conoscere questi nuovi progetti (ammetto che qualche “anticipazione” mi è stata concessa, ma non posso dir nulla!), mi preme sottolineare che il merito di Marialaura Simeone è di essere riuscita a “ricostruire” la produzione letteraria e intellettuale di Bianca Garufi anche attraverso le parole della stessa letterata romana, donandoci una accurata bibliografia che permetterà – ai più curiosi – di rintracciare e rivalutare le sue opere, tra cui le liriche e i vari scritti inediti o dispersi.
Un contributo prezioso che porta alla luce una voce femminile complessa – e spesso dimenticata – del nostro Novecento.
Post Scriptum: Per chi volesse seguire la prima presentazione del book tour di “Un fuoco grande. Bianca Garufi” di Marialaura Simeone, segnalo che si terrà domani, lunedì 23 febbraio, alle ore 18.00, presso “Luce – Libreria Emotiva”, nel cuore del Vomero, a Napoli, in dialogo con Isabella Pedicini.
