C’è un momento, durante una serata riuscita davvero, in cui smetti di guardare l’orologio. Sabato 19 aprile, al Palapuglisi di Battipaglia, quel momento è arrivato presto e non se n’è più andato.
La terza edizione di TEDxBattipaglia ha scelto la parola giusta per sé: MATCH. Incontro, sfida, connessione, accensione. Tutto questo è stato, in una sala esaurita in ogni posto, con un Palapuglisi pieno in ogni ordine di posti, che ha scelto di passare la serata ad ascoltare idee invece di scorrere uno schermo.
Anna Scelza e Bruna Denza, le due founder, hanno costruito qualcosa che ha smesso da tempo di essere un semplice evento culturale. È diventato un appuntamento che Battipaglia aspetta, pianifica, per cui vale la pena arrivare da fuori. E lo dimostra il sold out – il terzo consecutivo, stavolta in uno spazio tre volte più grande di quello delle edizioni precedenti, ottenuto grazie alla licenza estesa conquistata con un viaggio ad Atlanta, nel cuore del TED originale.
Sul palco si sono alternati nove speaker, ognuno con la propria idea, la propria storia, la propria scintilla.

Edel Red – La prova costume non esiste
Edel ha aperto la serata smontando un mito potentissimo e silenzioso: la prova costume. Fitness trainer da anni, ha raccontato con ironia e precisione come la società ci abbia convinto che il valore di un corpo si misuri in tre settimane estive, e ci abbia lasciato in eredità un giudice immaginario – il Signor Costume – pronto a bocciarci ogni anno. La lesson learned: il vero match non è con il costume, ma con la propria identità.
Antonio Orvieto – Il potere delle domande nell’era dell’Intelligenza Artificiale
Antonio ha portato sul palco una domanda che brucia: cosa rimane di noi quando una macchina sa fare quello che sappiamo fare noi? Ricercatore di intelligenza artificiale, ha raccontato la notte in cui ha letto dell’uscita di ChatGPT e si è sentito, per la prima volta, quasi spacciato. La risposta che ha trovato – e regalato alla sala – è che nell’epoca delle risposte facili, ciò che diventa prezioso è saper fare le domande giuste. E quella capacità nessuna macchina può portarcela via.
Gabriella Grasso – Si può essere singoli e felici?
Gabriella ha fatto una cosa coraggiosa: ha preso la singolitudine, quella condizione che i pranzi di Natale trattano come un’emergenza da risolvere, e l’ha ribaltata. Giornalista e autrice, ha smontato uno per uno i pregiudizi sul vivere senza un partner fisso, mostrando come la narrazione dominante poggi su assunti falsi, e come esistano milioni di persone che vivono, amano e costruiscono esistenze piene senza seguire il copione della coppia. La domanda finale che ha lasciato in sala: invece di chiedere “hai trovato qualcuno?”, provate a chiedere “sei felice?”.
Massimo Baraldi – Siamo fatti di storie
Massimo ha fatto quello che sa fare meglio: raccontare storie. Tre, in particolare: quella di Rocky Mattioli, campione del mondo di boxe cresciuto tra sacrifici e pugni in Australia; quella degli uomini della Casa di Reclusione di Eboli, dove ha scoperto che i veri eroi erano spesso le donne che li aspettavano fuori; e quella di Mousa, un bambino siriano che gli ha mandato una poesia sul cielo. Tre storie per dimostrare che ognuno di noi è, in qualche modo, un campione. Anche senza saperlo.
Michele Amoruso – Quanto ci costa l’informazione che non paghiamo?
Michele, fotoreporter, ha portato in sala il peso di un mestiere che rischia di scomparire. Ha raccontato di essersi pagato di tasca propria il viaggio in Ucraina, di aver lavorato nella Terra dei Fuochi, nei campi profughi di Lesbo, tra le macerie del Marocco. E di come le redazioni stiano progressivamente rinunciando alla realtà in favore di contenuti più comodi, più veloci, più virali. Il suo talk ha avuto un prolungamento unico: una Conversation – formato inedito per TEDxBattipaglia – in cui alcune delle sue fotografie sono diventate il punto di partenza per un’intervista approfondita sul significato del fotogiornalismo oggi. Un momento di rara intensità.
Poi l’halftime, tra le novità di questa edizione, ispirata alla tradizione degli eventi sportivi americani. Performance, giochi con il pubblico, un respiro collettivo nel mezzo della serata. Non un’interruzione, ma un’amplificazione: perché anche il pubblico, in un match, non è mai solo spettatore.

Il secondo tempo ha portato altri quattro speaker.
Claudia Bevilacqua – La crisi è una domanda su chi sei
Claudia, pedagogista del lavoro, ha parlato di crisi, non come problema da risolvere in fretta, ma come soglia di trasformazione. Attraverso la storia di Sara, una paziente bloccata nel corpo e nell’identità, ha spiegato come la crisi evolutiva possa diventare uno spazio di apprendimento se si impara a sentirsi autori, e non spettatori, della propria vita. La domanda che ha lasciato in sala non era “come ne esco?” ma “chi mi chiede di diventare, questa crisi?”.
Dr. Leni – Sesso = Salute
Leni, psicosessuologa ha affrontato con coraggio e precisione scientifica un tema che troppe persone portano in silenzio per tutta la vita: la sessualità come componente della salute. Ha spiegato che una vita sessuale insoddisfacente genera uno “stress silenzioso” che indebolisce l’organismo, e che la soluzione non è nello scandalo ma nella conoscenza. Conoscere il proprio corpo, i suoi meccanismi, i suoi organi deputati al piacere: questo è il punto di partenza per una sessualità davvero sana.
Luca Simeone – In bici per cambiare la città
Luca è arrivato in bici. Ovviamente. E ha raccontato com’è pedalare a Napoli con due bambine sulla cargo bike, con un signore in SUV che suona il clacson. Ha parlato di Critical Mass, di ciclofficine popolari, di Michele Scarponi – campione del Giro d’Italia investito e ucciso su una strada che conosceva a memoria. E ha dimostrato come la scelta individuale di scendere dall’auto e salire su una bici non resti mai individuale: si vede, si sente, contagia. Le città non cambiano per ordinanza. Cambiano perché un numero sufficiente di persone comincia a usarle in modo diverso.
Stefania Sugarfree – Cercare di “tornare come prima” è l’errore più grande che puoi fare
Stefania ha chiuso la serata con la grinta che la contraddistingue. Ha raccontato l’anno in cui il suo corpo ha smesso di risponderle, quindici chili in più in tre mesi, una crisi identitaria profonda per chi del corpo aveva fatto la propria professione. Ha parlato del match tra quello che si sa e quello che si vive, di quanto sia difficile lasciar andare una versione di sé che non esiste più, e di come la vera svolta non sia tornare indietro ma trovare una nuova direzione. La sua: più forte di prima.
