Adriana De Chiara è nata a Buenos aires ma il suo sogno è venire in Italia e soprattutto a Salerno, a presentare il suo singolare libro Pasta&Forchetta. Storia di una posata intrusa.
Il perché è presto spiegato: la posata protagonista dell’indagine serve maggiormente ad avvolgere gli spaghetti, principi della tavola italiana e campana. Ma l’autrice non si ferma qui e ci spiega da dove arriva la forchetta, chi l’ha inventata e come si è diffuso il suo utilizzo. Sappiamo che, per secoli, le dita erano sufficienti per mangiare, così l’arrivo della forchetta fu osteggiato per poi conquistare l’intero Occidente. La storia di questa versatile e creativa scrittrice spagnola smonta falsi miti e solleva nuove domande su ciò che resta ancora da scoprire. Adriana De Caria è cresciuta tra le pentole sfrenate delle sue nonne meridionali, immersa in una comunità di immigrati italiani sia del nord che del sud.
Si è nutrita dei loro piatti come delle lingue parlate in casa, per questo il suo libro è molto più di una ricerca sulla storica posata: è un ritorno alle memorie e gli affetti attraverso il potere sensoriale del cibo, della tavola e di tutti i dettagli che la compongono. Perché anche una posata ha la sua storia da raccontare e quella contenuta nel libro di Adriana de Caria è davvero sorprendente.
Con Pasta&Forchetta. Storia di una posata intrusa, Adriana De Chiara firma dunque un’opera che unisce divulgazione storica, racconto identitario e sensibilità letteraria. Il merito del volume sta proprio nella sua capacità di trasformare un oggetto apparentemente marginale in una chiave di lettura del costume, delle abitudini sociali e perfino delle trasformazioni del gusto. La forchetta, da semplice utensile, diventa così simbolo di civiltà materiale, di incontri tra culture e di piccoli grandi cambiamenti che hanno attraversato i secoli.
Nel racconto dell’autrice c’è il fascino delle storie che partono da un dettaglio per arrivare lontano. E quel dettaglio, in questo caso, tocca da vicino l’immaginario italiano, soprattutto meridionale, dove la pasta non è soltanto un cibo ma un rito collettivo, un gesto condiviso, una forma di appartenenza. Non sorprende, allora, che Salerno rappresenti per De Chiara una tappa desiderata e quasi naturale: terra di tradizioni forti, di cucina identitaria, di memoria viva.
Il libro si muove con leggerezza tra ricerca e narrazione, mantenendo sempre un tono accessibile, mai accademico, ma non per questo superficiale. Anzi, è proprio la chiarezza della scrittura a rendere ancora più incisiva la riflessione: ciò che usiamo ogni giorno senza pensarci custodisce spesso una storia lunga, complessa e inattesa. Ed è forse questo uno degli aspetti più riusciti del lavoro di Adriana De Chiara: restituire dignità narrativa agli oggetti quotidiani, mostrarne il valore culturale, farli uscire dall’ombra.
C’è poi una componente intima che attraversa le pagine e che rende il volume particolarmente coinvolgente. Le radici familiari, la presenza delle nonne, il lessico domestico dei sapori, i suoni delle case degli emigrati italiani in Argentina: tutto contribuisce a creare una trama emotiva che accompagna il lettore ben oltre la semplice curiosità storica. Il cibo, in questa prospettiva, non è solo nutrimento, ma archivio sentimentale, spazio di riconoscimento, ponte tra generazioni e geografie lontane.
In un tempo in cui si parla molto di identità gastronomica, Pasta&Forchetta offre uno sguardo originale e colto, capace di unire l’aneddoto alla riflessione, la precisione della ricerca al calore del ricordo. È un libro che incuriosisce, diverte e fa pensare. E che, soprattutto, invita a osservare la tavola con occhi nuovi: perché anche nei gesti più comuni si nascondono storie di viaggio, resistenza, invenzione e memoria.
L’auspicio è che Adriana De Chiara possa davvero arrivare presto in Italia e a Salerno, per presentare un lavoro che parla in modo così autentico al cuore della nostra cultura quotidiana. Perché la storia della forchetta, nelle sue pagine, finisce per raccontare qualcosa di più grande: il modo in cui gli oggetti accompagnano la nostra vita e, silenziosamente, ne custodiscono l’anima.
