I fatti di Milano riaccendono i riflettori su una generazione allo sbaraglio. Ma dietro la violenza dei minorenni c’è il crollo delle figure genitoriali, tra iperprotezionismo cieco e modelli distorti diffusi sui social network.
Le immagini dei devastatori in azione a Milano hanno lasciato un senso di smarrimento e profonda inquietudine. Non soltanto per i danni fisici o per la cieca violenza esplosa nelle strade, ma per un dato anagrafico che non può più essere ignorato: una fetta consistente dei protagonisti di queste devastazioni è composta da minorenni. Giovanissimi, a volte poco più che bambini, proiettati in dinamiche di guerriglia urbana con la disinvoltura di chi crede di muoversi all’interno di un videogioco senza conseguenze.
Per comprendere come si sia arrivati a questo punto, tuttavia, è necessario guardare oltre la cronaca e spingere lo sguardo nelle case, nelle famiglie e nella quotidianità di questi ragazzi.
I “maestri” del nulla: l’incubo dei creator maranza
C’è un ecosistema digitale in cui i giovanissimi si abbeverano quotidianamente. È il mondo dei cosiddetti “creator maranza”, influencer con centinaia di migliaia di follower che sciorinano un’etica ribaltata. Il loro messaggio è martellante e seducente: l’ostentazione del guadagno facile, il culto del possesso di capi firmati come unico indicatore di valore sociale, l’esaltazione della prevaricazione e, soprattutto, il disprezzo aperto verso gli adulti e le regole.
In questa narrazione, la violenza diventa un marchio di fabbrica, uno strumento di affermazione personale e di appartenenza al gruppo. Un lavaggio del cervello continuo che trova terreno fertile in menti ancora in fase di formazione, prive degli strumenti critici per distinguere la finzione dalla realtà, il successo effimero dal rispetto di sé e degli altri.
Il crollo del patto educativo: quando i genitori proteggono i colpevoli
Se i social offrono cattivi maestri, il vero vuoto strutturale si consuma tra le mura domestiche. Il fenomeno drammatico di oggi è la tendenza dei genitori a sottovalutare sistematicamente i comportamenti devianti dei propri figli. Adolescenti e persino ventenni vengono trattati e tutelati come se fossero bambini indifesi, schermati da ogni responsabilità.
Questo cortocircuito ha radici profonde e parte da molto lontano, fin dai primi anni delle scuole elementari. Un tempo, il patto tra famiglia e scuola era ferreo: il principio del rispetto verso il “maestro” o il “professore” era un dogma indiscutibile. Quando un ragazzo tornava a casa raccontando di aver subito un forte rimprovero o una punizione a scuola, la reazione della famiglia era severa, perché il docente rappresentava una figura d’autorità da rispettare a prescindere.
Oggi la prospettiva si è completamente ribaltata. Alla prima nota o al primo richiamo, il genitore non chiede conto al figlio, ma si precipita a scuola per contestare l’insegnante, minacciare ricorsi o aggredire verbalmente (e talvolta fisicamente) il personale scolastico.
Il messaggio che il bambino prima, e il ragazzo poi, assorbe da questo atteggiamento è devastante: l’adulto investito di autorità non conta nulla, le regole sono negoziabili e la famiglia sarà sempre uno scudo per giustificare ogni errore.
La mancanza di rispetto verso il docente si trasforma così, inevitabilmente, in una mancanza di rispetto verso gli adulti in generale e verso le istituzioni. Le forze dell’ordine, i magistrati, le leggi dello Stato diventano ai loro occhi solo ostacoli da sfidare, poiché il ruolo naturale di autorità esercitato dagli “adulti” è stato scientificamente smantellato a casa.
Il paradosso del panino in Questura
La conferma di questa deriva iperprotettiva sta in un episodio emblematico avvenuto proprio all’indomani dei disordini di Milano. Mentre i ragazzi si trovavano trattenuti in Questura per accertamenti a seguito delle devastazioni, la preoccupazione primaria di diversi genitori arrivati sul posto non era comprendere la gravità delle azioni dei figli o l’eventuale commissione di reati, bensì accertarsi con ansia se il proprio ragazzo avesse potuto mangiare nelle ore di fermo.
Un dettaglio che descrive perfettamente il distacco dalla realtà: di fronte a fatti di una gravità inaudita, la priorità genitoriale rimane il “confort” del figlio, trattato ancora come un piccolo indifeso anziché come un soggetto che deve rispondere delle proprie azioni. E a rendere ancor più grottesca la situazione c’è il dato di realtà: in quella stessa giornata, negli uffici della Questura, erano stati preparati e distribuiti oltre duecento pasti per garantire la regolare e dignitosa assistenza a tutti i presenti.
Meno scudi, più presenza: la sfida del futuro
La responsabilità maggiore di questa deriva non può che ricadere sui genitori. C’è un’urgente necessità di fare un passo indietro nell’iperprotezione e molti passi avanti nel controllo e nella presenza educativa.
I genitori devono ritrovare il coraggio di essere educatori e non “amici” o “difensori d’ufficio” dei propri figli. Questo significa ripristinare il rispetto per la scuola fin dalle elementari, smettendo di contestare ogni richiamo dei docenti, e significa esercitare una reale supervisione sulle vite digitali dei ragazzi, monitorando quali canali frequentano e a quali modelli si affidano sui social.
Un segnale di consapevolezza istituzionale arriva intanto sul fronte normativo: tra le proposte in discussione a livello europeo vi è quella di vietare l’accesso alle piattaforme social agli under 13 e di fissare a 15 anni l’età minima per un account autonomo, prevedendo tra i 13 e i 15 anni la gestione tramite “mini account” sottoposti al controllo genitoriale.
I paletti legislativi, tuttavia, da soli non basteranno mai se non saranno accompagnati da un profondo cambio di rotta culturale. Togliere lo scudo protettivo ai figli non significa amarli di meno, ma fornire loro l’unica vera bussola per diventare adulti responsabili e cittadini consapevoli.
