Dai social network al dietro le quinte della musica internazionale, fino alle aule scolastiche. Il percorso professionale di Ludovico Aldasio racconta meglio di molti altri quanto sia cambiato, negli ultimi anni, il mestiere del comunicatore.

Conosciuto inizialmente sul web come “The Good Morning Man”, grazie a video comedy, contenuti di intrattenimento e parodie cinematografiche capaci di raggiungere un pubblico internazionale, Aldasio ha trasformato l’esperienza maturata nel digitale in una carriera nell’industria musicale. Dopo aver ricoperto anche il ruolo di Ambassador per UNICEF Italia, oggi lavora tra comunicazione, pubbliche relazioni e management al fianco di artisti di primo piano: è Tour Manager & Head of Communications di Gloria Gaynor e Artist PR Manager per Warner Music US.
Ma proprio la conoscenza approfondita delle dinamiche dei social network lo ha portato anche a interrogarsi sul loro lato più fragile e controverso, soprattutto quando a utilizzarli sono i più giovani. Da questa consapevolezza nasce “No al Bullismo”, il progetto fondato nel 2024 insieme a Riccardo Vatovec e diventato un percorso di sensibilizzazione e formazione rivolto agli studenti.
L’iniziativa ha fatto tappa anche a Salerno, coinvolgendo istituti storici come il Liceo Torquato Tasso, il Giovanni da Procida e il Francesco Severi, con incontri dedicati al cyberbullismo, all’empatia e all’uso responsabile delle piattaforme digitali. Non una lezione frontale, ma un confronto diretto con ragazzi che ogni giorno abitano quello stesso spazio virtuale nel quale consenso, identità, fragilità e aggressività finiscono spesso per intrecciarsi.
Con Aldasio abbiamo parlato proprio di questo: del rapporto degli adolescenti con i social, delle conseguenze reali della violenza digitale e della necessità di trasformare la comunicazione da possibile terreno di prevaricazione a strumento di consapevolezza e inclusione. Partendo dalle impressioni raccolte entrando nelle classi salernitane.

D- Ludovico, il tuo progetto nelle scuole superiori di Salerno coinvolge istituti storici come il Tasso, il Severi e il Di Procida. Entrando in classe, qual è stata la prima percezione che hai avuto degli studenti e quale timore pensi sia più diffuso tra gli adolescenti quando si parla di cyberbullismo?Sono stati molto educati e interessati all’ascolto e alla prevenzione. Soprattutto, ho incontrato ragazzi con valori e sani principi, desiderosi di impegnarsi per costruire il proprio futuro. Questo mi ha colpito positivamente e mi ha fatto capire quanto sia importante offrire loro occasioni di confronto e strumenti concreti per affrontare il fenomeno del cyberbullismo.
D- Il progetto “No al Bullismo” è nato nel 2024 e vanta il supporto di grandi nomi dello sport e dello spettacolo. Qual è il segreto per entrare in sintonia con la Generazione Z ed evitare che questi incontri vengano percepiti come la “solita noiosa lezione” istituzionale?
Sono felice di aver riunito moltissime celebrità appartenenti a diversi ambiti per lanciare un messaggio universale contro ogni forma di violenza. Credo che il segreto sia proprio quello di utilizzare linguaggi, testimonianze e figure che i ragazzi conoscono e sentono vicine. Quando un messaggio viene trasmesso attraverso persone che ammirano, diventa più diretto, autentico e coinvolgente. L’obiettivo non è impartire una lezione, ma creare un dialogo e dimostrare che anche personaggi di successo hanno affrontato difficoltà, paure e momenti di solitudine. In questo modo i ragazzi possono sentirsi compresi e trovare il coraggio di parlare.
D- Spesso i ragazzi non denunciano per paura dell’isolamento o di possibili ritorsioni sui social. Che tipo di risposta o soluzione pratica dai a uno studente che ti confessa, magari al termine di un incontro, di essere vittima di prevaricazioni online?
Gli consiglio innanzitutto di non rimanere in silenzio e di parlarne con una persona adulta di fiducia, come un genitore, un insegnante o un professionista. Se la situazione è grave, è importante rivolgersi alle forze dell’ordine e conservare le prove delle molestie, come messaggi, immagini, video o schermate dei profili coinvolti. Gli ricordo anche di non avere paura: anche quando si pensa di essere soli, in realtà non lo si è mai. Chiedere aiuto non è un segno di debolezza, ma un atto di coraggio. Nessuno dovrebbe affrontare una situazione di bullismo o cyberbullismo da solo.

D- Tu conosci l’algoritmo e le dinamiche dei social dall’interno. Nelle tappe del tuo tour parli spesso della “finta perfezione ostentata sul web”. In che modo questa estetica dell’impeccabilità distorce l’autostima dei ragazzi e può alimentare il bullismo verso chi non si adegua?
Molti giovani sono esposti quotidianamente all’ostentazione di personaggi noti sui social, che mostrano una vita apparentemente perfetta, fatta di successo, ricchezza, bellezza e risultati immediati. Il problema è che spesso questi contenuti non raccontano la realtà nella sua completezza: mostrano soltanto una parte della vita, selezionata e costruita per ottenere attenzione. Questo può trasmettere agli adolescenti messaggi sbagliati, come l’idea che sia necessario raggiungere rapidamente determinati obiettivi per avere valore o essere accettati. Chi non riesce a conformarsi a questi modelli può sentirsi inadeguato, sviluppare una bassa autostima o diventare bersaglio di commenti e giudizi. È importante aiutare i ragazzi a comprendere che il successo richiede tempo, impegno e sacrifici e che ogni persona ha un percorso diverso.
D- Molti creator basano l’interazione sul “dissing” o su una comicità tagliente che rischia di trasformarsi in offesa. Qual è il confine etico che chi ha milioni di follower non dovrebbe mai oltrepassare e in cosa consiste, oggi, la vera responsabilità digitale di un influencer?
Il confine etico viene superato quando l’ironia diventa umiliazione, quando si colpiscono caratteristiche personali, fragilità o aspetti della vita privata di qualcuno e quando il pubblico viene spinto a partecipare a un’aggressione. Avere milioni di follower significa avere una grande responsabilità, perché ogni parola può influenzare il comportamento di migliaia o milioni di persone. La vera responsabilità digitale consiste nel comunicare con consapevolezza, verificare ciò che si pubblica, rispettare gli altri e comprendere le conseguenze dei propri contenuti. Un influencer non deve rinunciare all’ironia o alla libertà di espressione, ma deve saper distinguere tra intrattenimento e violenza verbale, evitando di normalizzare l’odio e la derisione.
D- Il tuo percorso è eccezionale: sei partito dai video comedy e dalle parodie cinematografiche, arrivando a essere Artist PR Manager per Warner Music US e Tour Manager di un’icona come Gloria Gaynor. Come hai applicato l’istinto del content creator alla gestione strategica dell’immagine di una leggenda mondiale della musica?
Il percorso da content creator mi ha insegnato a conoscere il linguaggio del pubblico, a comprendere ciò che cattura l’attenzione e a trasformare un’idea in una comunicazione efficace. Realizzare video comedy e parodie cinematografiche mi ha permesso di sviluppare creatività, ritmo, capacità narrativa e sensibilità verso i diversi linguaggi dell’intrattenimento. Successivamente ho trasferito queste competenze nel campo della comunicazione e del marketing artistico, mettendole al servizio di Warner Music US e di Gloria Gaynor. Lavorare con un’artista di questo calibro significa valorizzare la sua storia, la sua identità e il suo messaggio, senza snaturarli. La comunicazione deve essere creativa, ma anche strategica: ogni contenuto, intervista, evento o apparizione pubblica deve contribuire a rafforzare il rapporto tra l’artista e il pubblico. Nel caso di Gloria Gaynor, è fondamentale raccontare non solo la grande interprete, ma anche la donna e il simbolo di forza e resilienza che rappresenta per milioni di persone.
D- La colonna sonora della tua assistita Gloria Gaynor è “I Will Survive”, un inno globale alla resilienza e alla rinascita. C’è un legame ideale tra questo messaggio e il coraggio che cerchi di trasmettere ai ragazzi che devono affrontare difficoltà e violenze psicologiche o digitali?
Sì, il legame è molto forte. “I Will Survive” racconta la capacità di rialzarsi dopo un momento difficile, di ritrovare la propria forza e di non permettere agli altri di definire il proprio valore. È un messaggio particolarmente importante per i ragazzi che subiscono bullismo o cyberbullismo, perché spesso arrivano a sentirsi sbagliati, isolati o senza possibilità di uscita. Attraverso il progetto cerco di trasmettere loro l’idea che ciò che stanno vivendo non determina chi sono e che chiedere aiuto è il primo passo per tornare a sentirsi liberi. La resilienza non significa affrontare tutto da soli, ma trovare il sostegno necessario per superare le difficoltà e ricominciare.
D- Guardando al futuro, in che modo intendi far evolvere il progetto “No al Bullismo”? Pensi che l’industria dell’intrattenimento e della musica internazionale, nella quale lavori oggi, possa diventare un veicolo ancora più forte per finanziare e amplificare questi messaggi sociali?
Vorrei far evolvere il progetto attraverso un coinvolgimento sempre maggiore delle scuole, delle famiglie, delle istituzioni e dei professionisti che lavorano nel campo dell’educazione e della salute psicologica. È importante non limitarsi a un singolo incontro, ma creare percorsi continuativi di prevenzione, ascolto e formazione. L’industria dell’intrattenimento e della musica internazionale può certamente diventare un veicolo molto potente, perché riesce a raggiungere un pubblico vastissimo e a parlare ai giovani attraverso emozioni e linguaggi che conoscono. Artisti, influencer e professionisti dello spettacolo possono contribuire a diffondere messaggi positivi, sostenere campagne di sensibilizzazione e raccogliere fondi per progetti concreti. La popolarità, però, deve essere accompagnata da responsabilità e continuità: non basta pubblicare un messaggio, bisogna impegnarsi affinché quel messaggio produca un cambiamento reale.
