Ingegnere elettronico, «rigattiere digitale» per vocazione e «spacciatore abusivo di musica rock» per passione. Beppe Carrella è una voce originale nel panorama della cultura d’impresa, capace di intrecciare la razionalità della tecnologia con la forza visionaria della letteratura, della filosofia e della musica.
Il suo è uno sguardo fuori dagli schemi, che invita a recuperare idee, esperienze e saperi apparentemente dimenticati per interpretare le trasformazioni del presente e immaginare il futuro. Perché, in un mondo sempre più governato da algoritmi, intelligenza artificiale e indicatori di performance, il vero valore dell’innovazione potrebbe risiedere proprio in ciò che non è misurabile: la creatività, il dubbio, la capacità di sbagliare e, soprattutto, l’umanità.
Non è un caso che tra i suoi riferimenti ci sia anche Pinocchio, il burattino più celebre della letteratura, simbolo universale di crescita, libertà e trasformazione.
Ed è proprio nel segno di Carlo Collodi, in occasione del bicentenario della sua nascita, che Beppe Carrella ha accolto il mio invito a partecipare a «Nel Ventre della Balena con Pinocchio: Un’immersione tra arte e lettura e performance», l’evento culturale da me curato, in programma il 19 novembre 2026 presso il Palazzo della Provincia di Salerno.
Lo ringrazio per aver aderito a questa iniziativa e per aver condiviso, attraverso questa intervista, riflessioni originali e provocatorie che attraversano il mondo del management, le sfide dell’intelligenza artificiale e il valore del tempo, con l’ironia di chi sa guardare alla complessità contemporanea senza rinunciare alla leggerezza.
Ne emerge un dialogo sorprendente, in cui Pinocchio incontra i Beatles, i KPI si confrontano con la poesia e il futuro delle organizzazioni torna a interrogarsi su una questione essenziale: come conservare la nostra umanità nell’epoca delle macchine intelligenti?

D- Il Rigattiere Digitale
Lei ama definirsi un «rigattiere digitale» perché raccoglie e rigenera idee da discipline apparentemente distanti come la scienza, la filosofia e l’arte. In un’epoca dominata da intelligenze artificiali e algoritmi predittivi, quali sono i «frammenti» del passato che le aziende rischiano di buttare via e che invece dovremmo recuperare per interpretare il futuro?
Le aziende buttano via tutto quello che non entra in una cella di Excel: il dubbio, la lentezza, il diritto di sbagliare, il collega di 58 anni che sa perché quella procedura esiste (e che hanno appena prepensionato). Poi si stupiscono che l’algoritmo non capisca il cliente.
Io faccio il rigattiere per deformazione professionale: sono ingegnere, non butto via niente che abbia ancora un connettore, pesco Collodi, Shakespeare, Cervantes, i Beatles e qualche cattivo maestro, e vedo se funzionano ancora. E per mia fortuna funzionano, con un’insolenza che i framework di management si sognano.
Il 19 novembre, a Salerno, per «Nel Ventre della Balena», tornerò a frequentare il mio rottame preferito: Pinocchio, uno dei primi esperimenti di intelligenza artificiale della letteratura; un pezzo di legno che parla, impara, disobbedisce e pretende di diventare umano. Con una differenza, fondamentale, rispetto alle nostre macchine: Geppetto non ha mai pensato di misurargli i KPI.
A proposito: gli organizzatori hanno scelto un titolo meraviglioso, «Nel Ventre della Balena». Io, da filologo da bar, devo fare una piccola precisazione: in Collodi non c’era una balena, ma un Pesce-cane. La balena arrivò con Disney, una specie di aggiornamento 2.0 della storia. Però, visto che il 19 novembre ci ritroveremo proprio «Nel Ventre della Balena», direi che l’aggiornamento ha funzionato: dopo quasi ottantasei anni, siamo ancora tutti lì dentro. E non abbiamo nessuna fretta di uscirne. Anzi, quel ventre è uno dei luoghi più sorprendenti della letteratura: un posto buio, pericoloso, dove però Pinocchio e Geppetto si ritrovano, si parlano, si raccontano. Per un momento il tempo sembra fermarsi. Altro che sala riunioni.
L’algoritmo predittivo è un ottimo studente: riconosce ciò che somiglia al passato. Il futuro ha la pessima abitudine di non presentarsi in divisa. Recupererei la domanda apparentemente stupida: quella che nessuno osa fare in riunione perché «non era in agenda». E un rigattiere non restaura: smonta, ibrida, e il comodino diventa un bar. In altre parole: l’algoritmo prevede il futuro che assomiglia al passato; il futuro che conta, invece, arriva spesso sotto forma di domanda fuori agenda. E un rigattiere non conserva il passato così com’è: lo smonta e lo ricombina, come un comodino che diventa bar.

D- Dal Capocantiere al Giardiniere
Nella sua visione, la leadership deve evolvere dal controllo assoluto (il capocantiere) alla creazione delle condizioni per far crescere le risorse (il giardiniere). Come si fa ad accettare il «rischio della crescita» in contesti aziendali ossessionati dalle metriche e dai KPI a breve termine?
Nessun giardiniere tira la pianta per farla crescere più in fretta. Noi, invece, lo facciamo ogni lunedì mattina, con un file condiviso. Il capocantiere è un mestiere nobilissimo, ma le persone non sono mattoni, e quando le tratti da mattoni stanno ferme dove le metti.
In Krazy Kat, Ignatz tira mattoni in testa al protagonista, che li scambia per dichiarazioni d’amore. A volte anche nelle aziende chi riceve un KPI sulla testa deve fingere di considerarlo un segno d’attenzione.
Il rischio della crescita non si elimina: gli si riserva un pezzo di orto dove i KPI non comandano. E una regola da bar: se sbagli in modo nuovo, il caffè lo offro io; se sbagli nello stesso modo per la terza volta, lo offri tu. E la domanda del lunedì cambia: non «quanto hai prodotto?» ma «che cosa hai imparato?». Se la risposta è «niente», quello sì che è un KPI.
Se un seme potesse leggere il proprio KPI settimanale, resterebbe sotto terra e chiederebbe una proroga.

D- Lo Spacciatore Abusivo di Rock
La musica rock ha sempre rotto gli schemi e sfidato lo status quo. Se dovesse scegliere una colonna sonora o un genere musicale per descrivere lo stato attuale della trasformazione digitale nelle imprese, quale sarebbe e perché?
Tomorrow Never Knows, Beatles, 1966. Già qui c’è da insospettirsi: per raccontare la trasformazione digitale del 2026 pesco un pezzo di sessant’anni fa.
Perché quattro ragazzi, invece di suonare gli strumenti come da manuale, decidono di usarli per inventare qualcos’altro: tape loop, nastri girati al contrario, Lennon che vuole la voce come un Dalai Lama su una montagna lontana. Non fanno la stessa canzone più veloce: cambiano cosa significa «strumento».
Le imprese, invece, infilano l’intelligenza artificiale nell’organizzazione dell’Ottocento: motore Ferrari sulla carrozza, stesso cocchiere, stessi cavalli. Metà della trasformazione digitale è una cover band con l’amplificatore nuovo.
Per le riunioni operative consiglio Help!. Per il comitato di direzione, Revolution 9: otto minuti di rumori, nessuno capisce niente, tutti annuiscono.
E c’è un dettaglio che, da napoletani, dovremmo rivendicare con orgoglio: dentro quel caos, a circa un minuto dall’inizio, Lennon ha nascosto un pezzo di Totò. Un dialogo dei fratelli Caponi con il mezzadro Mezzacapa, riciclato dalla versione inglese di Totò, Peppino e la malafemmina. In mezzo al rumore d’avanguardia più venduto della storia, c’è un frammento di comicità napoletana che nessuno capisce e tutti annuiscono. Come in tante riunioni, del resto.
D- Il paradosso del tempo liberato
Ha spesso fatto notare che l’IA e l’automazione ci fanno guadagnare tempo, ma che poi non sappiamo bene cosa fare di questo tempo liberato. Qual è il ruolo del leader nel ridefinire il valore del tempo per le proprie persone?
Un venditore presenta a una signora un aspirapolvere rivoluzionario: «Le dimezzerà il lavoro». Lei risponde: «Magnifico. Me ne dia due».
Con l’intelligenza artificiale rischiamo lo stesso: risparmiamo tempo e lo riempiamo subito di email, riunioni e presentazioni che un’altra IA riassumerà.
Il compito del leader è avere il coraggio di non occupare tutto: lasciare un pezzo di tempo senza ticket, senza owner, senza deadline, per pensare, litigare, perfino annoiarsi. Twain, in Tom Sawyer, lo diceva meglio: il lavoro è ciò che siamo obbligati a fare, il gioco è ciò che non siamo obbligati a fare.
E se una macchina fa in dieci minuti ciò che richiedeva due ore, a chi appartengono quei centodieci minuti? Oggi, a chi chiede per primo, cioè al capo con la riunione successiva. Proviamo a fare una cosa scandalosa: metà del tempo risparmiato all’azienda, metà alle persone. Senza chiedere loro di compilare un modulo per spiegare come lo useranno. La risposta non sta in un nuovo cruscotto di KPI.
Forse dovremmo ricordarci di quando Pinocchio dice al Grillo Parlante che vorrebbe mangiare, bere, dormire, divertirsi e fare la vita del vagabondo. Non propongo di trasformare le aziende nel Paese dei Balocchi. Ma nemmeno di trasformare ogni minuto risparmiato in un altro obbligo. Il gioco, la noia e il tempo per pensare non sono difetti da correggere. Sono una parte della nostra umanità.
«Abbiamo inventato macchine capaci di farci risparmiare tempo. Quando inventeremo organizzazioni capaci di lasciarcelo?»
