L’Italia dell’ortofrutta si presenta in forze sui mercati internazionali, ma chiede condizioni più equilibrate per continuare a competere. È questo il messaggio principale emerso a Madrid durante Fruit Attraction 2026, uno degli appuntamenti più importanti al mondo per il settore.
La diciottesima edizione della manifestazione, organizzata da IFEMA Madrid e FEPEX dal 6 all’8 ottobre, ha riunito 2.500 aziende espositrici provenienti da 78 Paesi e oltre 121 mila operatori professionali da più di 150 nazioni, su una superficie di 162 mila metri quadrati distribuiti in dieci padiglioni.
Secondo IFEMA Madrid, l’evento ha generato per la capitale spagnola un impatto economico stimato in 419 milioni di euro, con oltre 3.100 posti di lavoro collegati alla manifestazione.
Italia prima presenza straniera
Particolarmente consistente la partecipazione italiana. Le aziende espositrici sono state 322, contro le 318 del 2025: un numero che colloca l’Italia al secondo posto assoluto dopo la Spagna e al primo tra le delegazioni estere.
Le imprese italiane hanno rappresentato circa il 13% di tutti gli espositori presenti, quasi una su otto. Di queste, 108 aziende e associazioni hanno partecipato al padiglione collettivo promosso da ICE-Agenzia.
Numeri che confermano il peso dell’ortofrutta italiana e, allo stesso tempo, la crescente necessità di presidiare direttamente i mercati internazionali, incontrando buyer, distributori e operatori commerciali.
Ma dietro la presenza massiccia delle imprese emerge anche un settore alle prese con difficoltà sempre più complesse.
Costi, clima e manodopera pesano sulla competitività
Il tema è stato al centro dell’incontro “Agroalimentare italiano: imprese, mercati e strategie. Tra crisi energetica e nuove sfide commerciali”, promosso dall’Ambasciata d’Italia a Madrid e ospitato al Consolato Generale.
Al confronto hanno partecipato rappresentanti di Unaproa, Confagricoltura, Confcooperative Agroalimentare e Pesca, Consorzio Edamus, Fruitimprese e Italia Ortofrutta, con le conclusioni affidate al sottosegretario all’Agricoltura Luigi D’Eramo.
Dal dibattito è emerso un quadro sostanzialmente condiviso. Il comparto italiano mantiene una forte capacità produttiva ed esportatrice, ma deve affrontare costi energetici e logistici elevati, rincari delle materie prime, carenza di manodopera e gli effetti dei cambiamenti climatici.
A tutto questo si aggiungono le preoccupazioni per le future politiche agricole europee e per un sistema di regole che, secondo le organizzazioni produttive, dovrebbe tenere maggiormente conto anche della redditività delle imprese.
Confagricoltura ha ricordato che nel 2025 il valore della produzione ortofrutticola italiana si è attestato intorno ai 18 miliardi di euro, circa un quarto dell’intera produzione agricola nazionale.
Aggregare l’offerta per pesare di più sul mercato
Uno dei punti più ricorrenti riguarda la frammentazione del settore.
Per Confcooperative, Organizzazioni di produttori e OCM Ortofrutta restano strumenti fondamentali per rafforzare il potere contrattuale degli agricoltori nei confronti della distribuzione.
Attualmente circa il 60% della produzione ortofrutticola europea è organizzato attraverso le OP. Un modello che il mondo cooperativo chiede di preservare e rafforzare anche nella futura Politica agricola comune.
La stessa logica del “fare sistema” ha caratterizzato la presenza dell’Italian Fruit Village, il format promosso dal Consorzio Edamus per sostenere l’internazionalizzazione delle imprese italiane.
A Madrid il progetto ha riunito diverse realtà produttive, affiancando agli incontri commerciali degustazioni, iniziative promozionali e momenti di dialogo con le istituzioni.
Per il presidente di Edamus, Emilio Ferrara, la capacità di presentarsi all’estero in maniera coordinata rappresenta una delle condizioni necessarie per rafforzare la presenza italiana. La qualità del singolo prodotto resta decisiva, ma sui mercati globali acquistano sempre più peso la riconoscibilità del sistema Paese, il legame con i territori e la capacità di costruire relazioni commerciali durature.
Sostenibilità, ma anche redditività
Nel confronto di Madrid è emersa anche una visione più ampia della sostenibilità.
Italia Ortofrutta ha presentato l’esperienza di “Generazione Ortofrutta”, progetto che coinvolge 28 Organizzazioni di produttori pilota, presenti in 18 regioni, con 6.246 produttori e circa 35 mila ettari coltivati.
L’obiettivo è costruire uno standard di settore capace di misurare in modo verificabile le diverse dimensioni della sostenibilità e trasformarle anche in un elemento di valorizzazione commerciale.
Il principio emerso è chiaro: la transizione ambientale può funzionare soltanto se le aziende che devono sostenerla restano economicamente solide.
Per il settore, quindi, sostenibilità ambientale e sostenibilità economica non possono essere considerate due questioni separate.
Export, più valore ma meno prodotto venduto
A rendere ancora più evidente la pressione sulla competitività sono i dati del commercio estero.
Secondo le elaborazioni di Fruitimprese su dati ISTAT, nel primo semestre del 2026 le esportazioni italiane di frutta e verdura fresca sono cresciute del 4,4% in valore, ma sono diminuite del 3,4% in quantità.
Contemporaneamente, le importazioni sono aumentate dell’1,6% in volume e del 7,1% in valore. Il risultato è stato un saldo commerciale negativo per circa 20,4 milioni di euro, mentre in termini quantitativi le importazioni hanno superato le esportazioni di quasi 300 mila tonnellate.
L’andamento cambia da prodotto a prodotto. Le mele hanno registrato una flessione del 4,34% nei volumi esportati e dello 0,79% in valore. Il kiwi è invece cresciuto del 12,32% nelle quantità e del 16,93% in valore. Segno positivo anche per le fragole, con volumi in aumento del 15,76%.
I dati mostrano quindi un settore che continua a creare valore sui mercati esteri, ma nel quale l’aumento del fatturato non coincide necessariamente con una crescita dei volumi né, soprattutto, con un miglioramento dei margini per le imprese.
La richiesta: reciprocità per le importazioni extra Ue
È proprio sul rapporto tra competitività e commercio internazionale che si concentra una delle principali richieste del settore.
Le imprese non chiedono la chiusura del mercato europeo, ma condizioni di concorrenza comparabili.
Il problema riguarda soprattutto i prodotti provenienti da Paesi extra Ue, dove possono essere applicati standard ambientali, sanitari, sociali e produttivi diversi da quelli imposti agli agricoltori europei.
Il sottosegretario Luigi D’Eramo ha sintetizzato il tema richiamando il principio della reciprocità.
«L’Europa deve portare avanti una scelta assolutamente chiara, attuando pienamente il principio della reciprocità», ha affermato.
Secondo D’Eramo, i prodotti importati dovrebbero offrire garanzie comparabili a quelle richieste alle produzioni europee. In caso contrario, il rischio è che le aziende sottoposte agli standard più stringenti finiscano per essere penalizzate proprio sul piano della concorrenza.
Nel suo intervento il sottosegretario ha inoltre sottolineato il ruolo degli investimenti e dell’innovazione tecnologica per aiutare le aziende ad affrontare l’aumento dei costi, le tensioni internazionali e gli effetti dei cambiamenti climatici.
La sfida dopo Madrid
Fruit Attraction restituisce dunque l’immagine di un’ortofrutta italiana ancora molto presente sui mercati mondiali, ma chiamata a rafforzare le proprie basi per non perdere competitività.
Le 322 aziende italiane arrivate a Madrid dimostrano capacità produttiva, propensione all’export e volontà di investire sull’internazionalizzazione. Allo stesso tempo, il confronto tra imprese e istituzioni ha messo in evidenza problemi che vanno oltre la singola campagna commerciale.
Aggregazione dell’offerta, innovazione, costi di produzione, manodopera, futura PAC, accesso ai mercati e sostenibilità economica saranno alcune delle questioni decisive per i prossimi anni.
Su tutte resta il tema della reciprocità.
L’ortofrutta italiana non chiede mercati chiusi, ma la possibilità di competere con regole comparabili. Una questione che riguarda la tutela delle imprese, ma anche la trasparenza per i consumatori: se all’agricoltura europea vengono richiesti standard elevati in materia di sicurezza, qualità, ambiente e tracciabilità, la sfida sarà fare in modo che quegli stessi standard non diventino un handicap competitivo.




