Giorgio Agamben e le sue Amicizie.
Il testo
“Amicizie” di Giorgio Agamben (Giulio Einaudi editore, 2025, Collana Gli struzzi – Nuova serie, pp. 136, € 15,00) è un breve saggio che indaga il tema della philía (dal greco antico φιλία) attraverso diciassette ritratti di scrittori a lui cari, protagonisti della cultura del Novecento che hanno segnato il suo percorso di vita.
Il contenuto
Nel delineare questo concetto, Agamben porta alla luce alcune sue lettere, gli appunti, i quaderni e le fotografie che testimoniano questi legami. Un sentimento sì privato, ma calato in una dimensione filosofica e politica che definisce la centralità del suo pensiero, ossia l’amico è un “alleato intimo e silenzioso che ci aiuta a comprendere la nostra esistenza”.
Gli amici
Il primo rapporto che il noto filosofo introduce è quello con Elsa Morante, descritto come “decisivo in ogni senso”. Agamben inizia a frequentarla appena ventunenne, nel 1963, accolto nel suo stretto circolo intellettuale. Di lei ricorda il suo essere «selvaggiamente seria, ma non di chi prende tutto per vero e con gravità, […] ma di chi è fin troppo consapevole che il mondo è soltanto apparenza». A riprova di questa sua caratteristica, viene citato un verso lirico della Morante che recita così: «Di te, Finzione, mi cingo, | fatua veste…» (tratto dalla poesia Alla Favola, in Alibi, 1958). In una lettera che le indirizza nel maggio del 1964, le scrive: «Cara Elsa, […] Ho molta nostalgia di rivederti. Ogni volta che vado fuori, una delle persone che mi mancano di più sei tu. In realtà tutto ciò è perfettamente naturale, perché tu sei la persona più straordinaria che io conosca, anche se quando sto con te finisco talvolta col non accorgermene».
Di José Bergamín narra della sua figura ariosa, «era come una brezza o una nuvola o un sorriso, assolutamente presente, ma mai costretto ad un’identità».
A Claudio Rugafiori riconosce una «immensa savana del sapere», mentre di Italo Calvino (un affetto durato anni) ritrae la sua straordinaria capacità di meditare sull’immaginazione, quest’ultima intesa come «repertorio del potenziale, dell’ipotetico, di ciò che non è stato né forse sarà ma che avrebbe potuto essere». In una missiva che il “paroliere” gli indirizza nel giugno del 1977 si legge: «Caro Giorgio, […] Quanto alla persona è il luogo dove avviene la salvezza o la condanna, o solo maschera che si toglie? Direi che nella teologia cristiana c’è una separazione tra la persona e le azioni. È nella persona che si decide se le azioni sono buone o cattive».
Nei suoi quaderni, descrive Giorgio Caproni (incontrato nel marzo del 1982) come il poeta maggiormente ammirato tra quelli conosciuti, «cioè considerato in ogni istante con assoluta meraviglia. Meraviglia di fronte a un uomo dall’apparenza semplice e dimessa, che ha poetato – e vissuto, se la vita è ciò che si genera nella parola e resta da essa inseparabile – esperienze inaudite». […] Tra i versi composti dal poeta livornese vengono ricordati quelli dedicati a Pasolini: «Anima armoniosa, perché muta | perché scura, tersa: | se c’è qualcuno come te, | la vita non è persa».
Una familiarità istantanea, una di quelle che non risentono della differenza di età né di autorevolezza, è quella che nasce con Pierre Klossowski, scrittore, traduttore e pittore francese. «Io non avevo che ventitré anni e Pierre sessanta, qualcosa […] si stabilì immediatamente tra noi. […] Mi piacerebbe definire il punto di convergenza – o, più esattamente, il punto di fuga – in cui i nostri pensieri riuscivano a incontrarsi».
Di Yan Thomas (giurista e storico francese) traccia la sintesi delle loro conversazioni: «Parlavamo di tutto, senza vincoli né remore, non solo di diritto, della teologia e della politica, ma anche delle esperienze che ci avevano condotto senza specialismi lui al diritto romano e me alla filosofia». La più viva espressione di ciò che l’adagio agostiniano vuole rappresentare: «Si conosce qualcuno solo nella misura in cui lo si ama».
Di Patrizia Cavalli, invece, rammenta il dono – benigno o spietato – dell’attenzione, «quell’attenzione di cui sono capaci innanzitutto gli animali e che qualcuno ha definito una forma di preghiera». Per questa sua peculiarità, Agamben scrive: «Perché Patrizia conosceva così bene l’amore? Perché la sua poesia è da cima a fondo un mare amoroso? Perché non si amava, perché sapeva che è per via della nostra impossibilità di amare che siamo condannati all’amore».
Con il pensatore francese Jean-Luc Nancy intrattiene uno scambio epistolare significativo proprio sul tema dell’amicizia, intesa come la «messa in scena» di un problema speculativo «che sembrava altrimenti sfuggire a una trattazione analitica».
Per mezzo di questi (ed altri qui non citati) ritratti, Agamben ci mostra il cuore pulsante delle sue riflessioni: l’amicizia non è la condivisione di qualcosa, ma è l’esperienza di essere vivi, insieme.
La citazione (Premessa, p. VII)
«È più semplice definire l’amore che l’amicizia, più facile dire «ti amo» sembrando sinceri, che di- re «ti sono amico» senza che il sospetto dell’impostura adombri le nostre parole. Per questo, la sola definizione dell’amicizia che mi pare accettabile è quella antica, che vede nell’amico un alter ego, un altro io – cioè qualcuno che rende amabile e grata la cosa più odiosa: il nostro io. Nel punto in cui percepisco l’esistenza dell’amico, quest’atroce inquilino che molesta e affligge i miei giorni si disloca e deporta verso quest’altro me stesso e in lui per miracolo diventa una presenza agile e benigna. E questa grazia si rispecchia subito in me: sentendo com’è dolce che lui esista, accetto e con- sento anche al mio esistere qui e ora, in quest’io un momento fa così esoso. L’amicizia è l’istanza di questo con-sentimento (o consenso) dell’esistenza dell’altro nel sentimento dell’esistenza propria. Un altro io, appunto, più attraente e cordiale. E quanto più è diverso da noi, tanto più la sua amicizia ci guarisce dal male di vivere. Ciò non significa che non vediamo lucidamente nell’amico tutti i suoi – i nostri – vizi e difetti, ma anche questi ci diventano cari, sono in qualche modo le nostre speranze, come l’amicizia è inseparabile dal presentimento di una vita felice e per così dire già salva. Per questo l’esistenza senza amici è impossibile, per questo non ho potuto e non posso vivere senza sentire che c’è in me e fuori di me un altro io – che io vivo in lui e lui vive in me, entrambi lieti e, tuttavia, inappagati. E proprio perché – come la vita – è in qualche modo sempre insieme esaustiva e incompiuta, puntuale e manchevole, l’amicizia esige la nostra testimonianza».
