Ci sono mete che sembrano importanti perché promettono un arrivo. Un lavoro, un riconoscimento, una relazione, un progetto realizzato, una nuova condizione economica. Poi, quando finalmente vengono raggiunte, ci si accorge che il loro valore non stava soltanto nel risultato finale, ma soprattutto in ciò che è accaduto durante il cammino.
È questo uno dei significati più profondi di Itaca, la celebre poesia di Konstantinos Kavafis. Itaca è la destinazione verso cui Ulisse tende, ma diventa soprattutto il simbolo di un obiettivo capace di mettere in movimento la vita.
Kavafis invita a desiderare che il viaggio sia lungo. Non perché arrivare non sia importante, ma perché è durante il percorso che la persona cresce, conosce, incontra, sbaglia, cambia direzione e scopre parti di sé che prima ignorava.
In questa prospettiva cambia anche il significato della parola ricchezza.
Non si guadagnano soltanto soldi. Si guadagnano esperienze, competenze, relazioni, passioni, delusioni, intuizioni. Si guadagna persino attraverso ciò che non è andato come previsto, perché anche una sconfitta può modificare profondamente il modo di guardare la realtà.
Il viaggio diventa così una forma di patrimonio invisibile.
Kavafis introduce anche un altro elemento molto attuale. I mostri che Ulisse teme, i Ciclopi, i Lestrigoni, Poseidone, non rappresentano soltanto pericoli esterni. Possono diventare l’immagine delle paure che ogni individuo porta dentro di sé.
Molte volte, infatti, ciò che impedisce di iniziare un viaggio non è la mancanza di possibilità, ma la rappresentazione mentale di quello che potrebbe accadere. La paura del fallimento, del giudizio, della perdita di sicurezza può diventare più forte degli ostacoli reali.
È qui che il viaggio assume anche una dimensione interiore.
Ogni nuova esperienza costringe a confrontarsi con parti sconosciute di sé. Per questo partire significa inevitabilmente trasformarsi. Chi arriva non è più esattamente la stessa persona che aveva iniziato il percorso.
Ed è forse proprio questo il dono di Itaca.
La meta serve a dare una direzione, ma non può contenere da sola tutta la ricchezza accumulata nel cammino. Quando finalmente viene raggiunta potrebbe persino apparire più semplice, più piccola o meno straordinaria di quanto fosse stata immaginata.
Eppure non ha tradito nessuna promessa.
Ha avuto una funzione ancora più importante: ha spinto a partire.
È un’idea che riguarda anche il modo in cui vengono costruiti gli obiettivi personali e professionali. Spesso si pensa che la soddisfazione arriverà soltanto quando qualcosa sarà finalmente ottenuto. Ma se tutta l’attenzione viene concentrata sull’arrivo, si rischia di attraversare distrattamente proprio la parte più importante dell’esperienza.
Il viaggio, invece, chiede presenza.
Chiede di riconoscere ciò che si sta imparando mentre ancora non si conosce il risultato. Chiede di attribuire valore anche alle deviazioni, agli incontri inattesi e persino ai momenti in cui sembra di essersi allontanati dalla meta.
Perché qualche volta è proprio una deviazione a portare verso qualcosa che non si sarebbe mai potuto progettare.
Itaca continua per questo a parlare all’uomo contemporaneo. In una società che misura continuamente risultati, velocità e prestazioni, ricorda che non tutto ciò che ha valore può essere contabilizzato.
Esiste anche una ricchezza fatta di esperienza vissuta.
E forse, alla fine, la domanda più importante non è soltanto se si sia riusciti ad arrivare alla propria Itaca.
È chiedersi chi si è diventati durante il viaggio.
