Il bambino che attraversa lentamente la piazza ha messo nella cartella i libri e la paura per la mattina che l’aspetta. Piega la testa con un movimento veloce verso la statua del santo, come se fosse un cenno d’intesa. Davanti alla basilica il cuore della città batte il ritmo della giornata.
Pigra, in una assolata mattina d’inverno, Padova non sembra poi molto diversa da tante altre città di provincia: ricca e un po’ annoiata, l’indice e il pollice a sorreggere la tazza del caffè. Come in molti altri posti, se non fosse per il Santo.
Santo, basta la parola. Al massimo cambia la preposizione che l’accompagna: “ci vediamo al santo”, per dire ci troviamo in piazza, “lo dico sul santo”, per dire te lo giuro.
Padova è anche questo, o forse soprattutto questo. Il suo patrono lo deve dividere con la devozione di oltre mezzo mondo, tanto da sembrarne quasi gelosa.
“Bada bene”, mi dice una collega, “noi non siamo solo la città del Santo. La stessa amministrazione, in qualche modo, ha cercato in passato di contrapporre alla figura di sant’Antonio quella di Giotto o della cappella degli Scrovegni. Niente da fare. Fiato sprecato.” Già, perché il Santo è comunque nel sangue di Padova. La città vive il suo Santo con la fede e il disincanto dei giorni nostri. Una giornata sulle tracce di sant’Antonio passa da questa piazza di venerazione e di degrado. C’è la faccia della speranza che ha il viso di una ragazza in jeans e giubbotto, con una candela in mano, da portare a casa; ci sono le macchine blu dalle targhe consolari che hanno parcheggiato a pochi passi dalla basilica; ci sono i pullman dei turisti (pochi, perché è inverno), che si aggirano stupiti come se avessero derubato il silenzio della chiesa, dove chi entra per dare a volte esce con l’espressione di chi ha avuto. Trovi sant’Antonio dovunque: sul cruscotto del tassista, sulle insegne di mezza città (dall’autoscuola alla lavanderia, dal negozio di abbigliamento alla banca), sull’etichetta dell’acqua minerale.
Da secoli la gente si rivolge a Lui per ottenere la grazia, sia che si tratti
dell’auspicata guarigione da una grave malattia propria o di un congiunto, sia che si chieda un intervento sovrannaturale per la penna finita sotto il tavolo e infilatasi chissà dove. Sono giustificate l’attesa e la speranza? Si direbbe di sì, al vedere quanti ex voto vengono recapitati alla basilica e quante lettere arrivano alla casa editrice del Messaggero di Sant’Antonio.
Sant’Antonio, nato in Portogallo, spedito dal caso o dalla Provvidenza, a morire a Padova, secondo indagini demoscopiche batte largamente quanto a popolarità, San Francesco, suo contemporaneo e maestro, che pure è il patrono d’Italia ed è, inoltre, italiano di nascita e di opere. Quest’anno, il 1981, poi, sarà l’anno del boom per il Santo superstar. Si celebrano nella basilica di Padova i 750 anni dalla morte con una serie di manifestazioni culminanti con l’arrivo del papa; si prevede che l’afflusso dei fedeli, o dei semplici turisti, batterà ogni record precedente. Tutto ha avuto inizio lo scorso anno, studiando a tavolino le iniziative per festeggiare la ricorrenza cinquantenaria, i frati minori conventuali hanno deciso che era giunto il momento di procedere ad una ricognizione delle spoglie del Santo. A suggerire l’iniziativa non era una curiosità mondana e un po’ macabra, ma piuttosto la necessità di verificare, a oltre seicento anni di distanza dall’ultima ricognizione, se il veneratissimo sepolcro di Antonio custodisse ancora nella loro integrità i suoi resti mortali. C’era un precedente che preoccupava, quello delle spoglie di san Francesco, riportate alla luce nel 1979 e ritrovate in cattive condizioni.
E’ chiaro che il buono o cattivo stato delle reliquie di un santo non interferisce e non deve interferire con il suo culto: tuttavia sembra giusto far sapere alla marea di folla che assedia questo o quel sepolcro come stiano veramente le cose di là dalle urne preziose, dalle teche scintillanti o, come nel caso di sant’Antonio, dalle pareti marmoree della tomba.
Per sant’Antonio si trattava inoltre di ricostruire, nei limiti del possibile, l’immagine storica di colui che la venerazione popolare conosce sotto le sembianze del giovane frate dalla larga chierica che vezzeggia un bambino. Ci hanno provato tutti, dall’anonimo quattrocentesco che ha affrescato una parete del presbitero della basilica al Tiziano, al Veronese, al Van Dyck, a darci un’interpretazione del Santo, partendo dall’unico dato che si tramandava di lui, e cioè che fosse di volto pieno.
L’operazione era stata autorizzata dal papa (la basilica dipende direttamente dal Vaticano), ma doveva svolgersi in segreto. Nessuno infatti sapeva cosa si sarebbe trovato: una leggenda diceva che le spoglie erano racchiuse in un’artistica urna d’argento; altre voci sostenevano che in realtà dentro non ci fosse nulla e che quindi le infinite mani dei pellegrini che per secoli avevano accarezzato l’arca avessero compiuto un omaggio inutile.
La ricognizione, condotta a partire dal 6 gennaio scorso, alla presenza e con il concorso non solo delle autorità religiose ma di anatomisti e antropologi di chiarissima fama, ha aperto strade nuove.
Con grande emozione si sono rimossi le colonnine e il marmo dell’altare: è apparsa una cassa di abete ricoperta da un drappo di seta rossa e gialla. Apertala, si è trovata una cassa più piccola, perfettamente conservata, in legno di ciliegio; all’interno, in tre scomparti, avvolti da tessuto di lino, le ossa, la tunica e un mucchietto di ceneri con alcune monetine.
Lo stato di conservazione dei resti di sant’Antonio è apparso eccellente; mancavano all’impalcatura scheletrica solo quelle parti, come la mascella inferiore e l’avambraccio sinistro, che la pietà degli antichi ricognitori le aveva sottratte per esporle nei reliquiari della cappella del tesoro. Si è avuta perfino un’appendice al cosiddetto “miracolo della lingua”, manifestatosi nel 1263, quando Bonaventura da Bagnoregio, futuro vescovo e santo, assistendo ad una prima ricognizione delle spoglie di Antonio, aveva recuperato dal teschio la lingua incorrotta. Il che venne interpretato come una testimonianza del gradimento divino per la predicazione antoniana : “O lingua benedetta che sempre hai benedetto il Signore e lo hai fatto benedire dagli altri, ora è a tutti noto quanti meriti hai acquisiti presso Dio”. Da allora, la lingua è esposta insieme con altre reliquie. Questa volta, però, sono venuti alla luce ancora conservati e ben riconoscibili gli organi della fonazione, cioè l’apparato vocale del Santo: due lamine della cartilagine aritenoidea e l’osso ioide con grossi frammenti cutanei della laringe.
Sulla base dei ritrovamenti si è anche potuta stabilire con buona approssimazione l’età in cui morì il Santo. Non i trentasei anni della tradizione, ma qualcosa di più: trentanove anni e nove mesi. Non è stata confermata, né si presumeva di poterlo fare, la causa della morte di Antonio: forse per idropisia (raccolta di liquido trasudatizio nelle cavità sierose (peritoneo, pleure, pericardio) ; ma nessuno oggi saprebbe dire che cosa si nascondesse dietro questo termine vago. I medici tendono ad escludere malattie come la cirrosi epatica o il blocco renale, che creano nel paziente uno stato di incoscienza al momento dell’agonia e sono quindi incompatibili con l’estrema lucidità con cui sant’Antonio è andato incontro alla morte; da scartarsi pure l’ipotesi di tumore intestinale che avrebbe lasciato tracce di metastasi nelle ossa.
Più probabile l’ipotesi di una morte dovuta a sfinimento, provocata cioè dalle fatiche e dalle penitenze cui Antonio si sottoponeva . Una conferma indiretta viene da certi rilevamenti condotti sulle spoglie: un ingrossamento delle ossa tibiali, indice di un’abitudine alla preghiera prolungata in ginocchio; e lo sviluppo accentuato dei femori, che denuncerebbe il ripetersi di lunghe marce di spostamento.
Altre cose ha rivelato la ricognizione: aveva il cranio lungo, volto stretto, occhi infossati, naso forte; ed era anche piuttosto alto per l’epoca : sul metro e settanta. Un perfetto esemplare della razza atlanto-mediterranea, è stato detto. E a questo punto non si è capito perché qualcuno abbia sentito il bisogno di essere ancora più preciso, sostenendo che Antonio doveva assomigliare un po’ a Luciano Lama. Riformare l’iconografia antoniana, sta bene, ma il salto ci pare veramente eccessivo. Proviamo a mettere una pipa in mano a sant’Antonio? Proviamo a infilare un giglio tra le dita del sindacalista?
Per un mistero che si attenua, altri permangono o addirittura si infittiscono. Sembra che la calda accoglienza riservata dai devoti alla notizia dell’esposizione pubblica dei resti del Santo abbia colto di sorpresa perfino i frati minori che prestano la loro opera all’interno della basilica. Il concorso di folla è stato tale che l’ostensione, prevista in un primo tempo per due settimane, ha dovuto essere prolungata di altre due settimane, fino al 1° marzo. Code di centinaia di metri si formavano all’esterno della basilica: gente che in gran parte veniva da fuori con viaggi non sempre agevoli. Tre cardinali, quindici vescovi, mille sacerdoti che hanno celebrato in basilica, 300 pellegrinaggi organizzati, 110.000 comunioni distribuite. E un ritmo incessante di confessioni: anche duemila in quattro giorni presso lo stesso sacerdote. Tutto ciò in una stagione turisticamente “morta”
Grazie a questo exploit fuori epoca e al prevedibile successo di massa della visita del Papa, è probabile che a fine 1981 si saranno superate le statistiche del 1980, le quali parlano di 23.100 messe, di 603.000 comunioni e di 4.603 pellegrinaggi organizzati, 2272 dei quali provenienti dall’estero, con rappresentanze di 48 nazioni. In testa per il nostro Paese, le regioni venete, la Lombardia e l’Emilia Romagna. Tra i devoti stranieri, primeggiano francesi, tedeschi, americani, spagnoli e polacchi: un turismo fatto in primo luogo di fedeli dalle poche pretese e dai pochi mezzi.
Ma che cosa avrà questo sant’Antonio da essere così amato? Che cosa ha fatto, che cosa continua a fare per attirare folle di devoti da ogni parte della Terra? Ecco una domanda che non finisce di inquietarci. Se la poneva già anni fa anche quel vivace esponente del cattolicesimo “liberal” che è padre David Maria Turoldo. In un suo scritto intitolato POVERO SANT’ANTONIO! continua a chiedersi: “Come si può spiegare il fenomeno antoniano nella nostra epoca? Capirei qualcosa se fossi uno del ‘300, del ‘400, del ‘500 al massimo… La Scrittura afferma che i santi vivono perpetuamente: che “non saranno toccati dal tormento della morte”. Ma allora, perché non è così, almeno nell’apparenza, di san Paolo, e di Gregorio e di Bernardo: perché non è così neppure di Francesco?” E più avanti : “Ma cosa mai ti è capitato, o Antonio? Chi eri, cosa sei stato? Che hai fatto per diventare così?” Domande che non trovano risposta, come prevede l’autore: “E’ forse ozioso cercare ragioni sufficienti. Perdonami.”
Ozioso no, ma certamente vano. Il mistero di Antonio e del suo successo non sembra oggi più vicino alla soluzione di qualche secolo fa. La ricchissima bibliografia antoniana non ci viene incontro, non ci aiuta, anzi finisce col complicare la questione. Si continua a sapere poco della vita e delle opere di Ferdinando di Buglione e Tejero, nato a Lisbona da nobilissima famiglia sul finire del XII secolo. E quel poco è incerto e mal datato.
Entrò in religione che era poco più che un ragazzo, prima tra i canonici regolari del monastero di san Vincenzo de Fora, presso la città natale, poi a Coimbra, nel monastero di Santa Croce. Qui venne a contatto con un gruppo di francescani, portatori di un nuovo messaggio religioso. “Convertitosi” al francescanesimo, lasciò il Portogallo, tentò una breve avventura missionaria in Marocco, vagò a lungo per l’Italia, incontrandosi (forse) nel 1221 ad Assisi con san Francesco. Presto si fece conoscere come uomo di cultura ed eccellente predicatore. Nei suoi confronti, san Francesco mise da parte la propria diffidenza verso gli intellettuali. Lo chiamò “suo episcopo” e gli affidò il delicato incarico di insegnare teologia ai frati minori. Da allora, la sua attività non conobbe soste. Gli furono affidati, probabilmente non desiderati, incarichi amministrativi. Girò per l’Italia settentrionale e la Francia e solo nel 1227 prese a trascorrere periodi sempre più lunghi a Padova, dove prediligeva il convento di Santa Maria. Negli ultimi anni della sua vita si occupò anche della stesura dei suoi Sermones e svolse incarichi che potremmo definire di tipo diplomatico e politico. Ottenne dal comune di Padova che non infierisse sui debitori; avvicinò il feroce Ezzelino da Romano per chiedergli un gesto di clemenza verso i prigionieri politici.
Verso la fine di maggio, esausto, cercò un po’ di riposo e di solitudine a Camposampiero, poco fuori Padova, nelle terre del conte Tiso, suo amico, che per compiacerlo gli approntò una minuscola cella tra i rami di un noce. A Camposampiero, nella mattinata del 13 giugno, Antonio fu colto da malore e chiese di essere riportato in città. Lo accontentarono, caricandolo su un carro di campagna trascinato da due buoi. Ma Antonio non avrebbe più rivisto da vivo la sua cara chiesetta dedicata alla Vergine. Quando il convoglio giunse in vista della città, all’Arcella, apparve evidente che la fine era prossima. Lo trasportarono nel piccolo convento locale, lo sistemarono in una nuda cella. E qui si spense con serenità la sera stessa.
Non sappiamo se in vita Antonio avesse veramente compiuto tutti i miracoli che gli attribuiscono: pittoreschi ed ecologici, come la predica ai pesci di Rimini ; di denuncia sociale, come il ritrovamento del cuore dell’avaro nel forziere; di umana compassione: il piede riattaccato, la paternità legittima confermata.
L’Assidua, che è la prima biografia di sant’Antonio e segue di poco la sua morte, accenna solo ad un miracolo, sia pure importante: la resurrezione di una bambina. Bisognerà attendere biografie più tarde ( la Benignitas, l’Anonima e la Raimondina) per leggere gli episodi prodigiosi.
Eppure è storicamente accertato che la fama di santità di Antonio si diffuse istantaneamente. A cominciare da Padova, dove i ragazzini diedero notizia della sua scomparsa percorrendo le strade al grido di “E’ morto il Santo!”. A questa beatificazione a furor di popolo fece seguito, caso più unico che raro nella storia della Chiesa, la quasi immediata canonizzazione ufficiale. Undici mesi dopo la sua morte, Antonio era già santo e i suoi confratelli potevano avviare la costruzione di un tempio che avrebbe conglobato la vecchia chiesa di Santa Maria, entro le cui mura Antonio era stato sepolto.
In ogni caso i miracoli post mortem non si fecero attendere, tanto che ad un certo punto fu necessario disporre il sepolcro del Santo in posizione elevata, appoggiato a quattro colonne, perché i malati potessero trovare posto al di sotto.
Rapidamente, Antonio divenne il “Santo delle grazie” per eccellenza. Così famoso che, almeno a Padova, non fu più necessario indicarlo altrimenti che con il solo aggettivo sostantivato. La chiesa del Santo, il convento del Santo, la città del Santo; e perfino la strada del Santo, nome ufficialmente riconosciuto della statale che collega Padova a Castelfranco Veneto. E’ la strada che sant’Antonio percorse a ritroso la sera della sua agonia.
Eppure (anche questo è un altro dei paradossi antoniani), per legato che sia il nome di Antonio a quello di Padova, non c’è tra Santo e città quel legame quasi carnale e simbiotico che esiste, per esempio, tra Napoli e San Gennaro; e, su un piano diverso, tra san Francesco e Assisi . Nel tessuto, e anche nel vissuto della città, il Santo fa corpo a parte. E’ un altro mondo, quello in cui si entra quando si abbandona il Prato della Valle e ci si avvia verso la basilica. C’è un’atmosfera diversa da quella del vero centro della città: più raccolta, più modesta, più provinciale. Un quartiere per pellegrini, e neppure per pellegrini ricchi, dove si mangia ancora con poco, i negozi somigliano a bazar e gli ambulanti ti rincorrono (ma senza troppa petulanza) offrendoti rosari e candele. Siamo, politicamente parlando, nella città più chiacchierata d’Italia, la città “nera” di Freda e Ventura, ma anche la città “rossa” di Toni Negri, e degli autonomi, dove occulte forze nemiche si fronteggiano con un odio che ha lasciato dappertutto le sue tracce. Ma questa davvero è un’altra Padova, e sant’Antonio è santo universale.
Il santuario che gli hanno dedicato, fondato nel 1232, è il più bello e il più ricco d’Italia. Sembra fatto per accontentare tutti, gli esteti e le anime semplici, è insieme orientale e occidentale, e accoglie mille opere d’arte. E così è del culto antoniano che vi si pratica. Nessuno si scandalizza dei pellegrini che vengono a depositare intorno alla tomba del Santo i loro ex voto, gambe, orecchie, cuori d’argento, volanti d’automobile, avanzo di incidenti che avrebbero potuto trasformarsi in strage, stampelle ormai inutili. Arrivano anche gli studenti universitari e depositano qui il loro cappello da goliardo; arrivano le spose e lasciano l’abito nuziale; le mamme e lasciano il completino da battesimo.
Ma c’è anche l’altro sant’Antonio, quello dei confessionali con la fila, come non si vedono in nessun’altra chiesa d’Italia; quello delle comunioni ad ogni ora. E ci sono anche le opere collaterali, l’opera del pane dei poveri, le missioni, la casa editrice che pubblica il mensile più diffuso d’Italia, Il messaggero di sant’Antonio, 83 anni di vita e un milione e mezzo di copie, distribuito solo per abbonamento. E’ una pubblicazione di impegno religioso, che evita di sfruttare ogni facile devozione. Rifiuta di catalogare le grazie ricevute, anche se i suoi redattori non possono nascondere il fatto che buona parte della corrispondenza (circa 6000 lettere al giorno) riguarda proprio grazie ricevute. Considera con occhio di riguardo il Terzo Mondo, incoraggia la condivisione con gli sfortunati.
Si cercano, dunque, e si trovano motivi nuovi per un’antica figura di santo. Invocare sant’Antonio perché ci aiuti a trovare gli oggetti smarriti non è proibito e neppure sconsigliato (sono in moltissimi a farlo); ma siamo tutti invitati ad approfittare di questo anno per riscoprire un po’ dell’altro Antonio, quello che nei suoi sermoni si scagliava contro gli avari, i corrotti, i prepotenti.
Così si rinnova un culto.
(Padova, marzo1981)
