C’è un’illusione profonda, quasi infantile, che attraversa l’epoca in cui viviamo: l’idea che la cancel culture, la cultura della cancellazione, sia un’invenzione dei nostri giorni, un prodotto collaterale degli algoritmi di San Francisco o delle nevrosi da social network.
Non è così. L’essere umano, da quando ha scoperto il potere della parola e del simbolo, ha sempre manifestato una tentazione irresistibile: quella di rientrare nel passato con lo scalpello in mano. È un’esigenza antropologica, quasi un riflesso pavloviano del potere: per legittimare il presente, occorre che il passato smetta di essere ciò che è stato e diventi ciò che avremmo voluto che fosse.
Dal punto di vista sociologico, la cancellazione non nasce mai da un vuoto, ma da un’ansia di purezza, da una esigenza di austerità.
Vien quasi da dire che più gli uomini sono corrosi dal vizio e più cercano di darsi un contegno. Calzante assai per quest’epoca, no?
Ogni civiltà, a un certo punto della sua parabola, si guarda allo specchio, si scopre imperfetta e, presa da un panico morale, decide di purificare la propria genealogia.
Si prende la memoria collettiva, la si distende sul tavolo operatorio e si comincia a tagliare.
Si espungono i nodi problematici, si lisciano le asperità, si eliminano le contraddizioni. Il risultato non è mai la comprensione della storia, ma la sua riduzione a una favola rassicurante, un rito collettivo in cui il passato viene processato secondo il codice penale del presente.

Come la morale ottocentesca ha sbiancato il mito greco
Per capire come funziona questo meccanismo, dobbiamo fare un salto indietro e immaginare di camminare tra le strade di Atene o di Roma antica. Noi siamo abituati a pensare al mondo classico come a un tempio di marmo bianco e silenzioso, un luogo di algida e geometrica purezza.
Ma quella è un’invenzione intellettuale, un falso storico clamoroso. L’antichità era un’esplosione barocca e violenta di colori: le statue di Fidia e Prassitele erano dipinte con rossi accesi, blu profondi, ori vistosi.
I templi vibravano di una policromia che a noi, oggi, sembrerebbe quasi kitsch.Cosa è successo, allora? Succede che il tempo consuma i pigmenti, e sotto la vernice rimossa emerge il marmo nudo.
Ma il vero capolavoro di revisionismo avviene tra il Settecento e l’Ottocento, con il Neoclassicismo e storici come Johann Joachim Winckelmann.
L’Europa borghese, nel pieno della sua ascesa coloniale e imperiale, ha bisogno di un mito fondativo che trasmetta ordine, razionalità, superiorità morale ed estetica. Il marmo colorato viene associato al “barbarico”, all’esotico, all’impuro. Il marmo bianco diventa invece il simbolo della virtù, dell’armonia occidentale, di una purezza morale elevata a dogma.Nei secoli successivi, questa proiezione diventa così rigida che, quando gli archeologi trovano tracce inequivocabili di colore sulle statue, quelle tracce vengono deliberatamente ignorate o, in alcuni casi documentati nei musei dell’Ottocento, letteralmente grattate via con spazzole e acidi. Si sbianca il marmo per servire la morale dell’epoca. Si cancella la complessità cromatica della storia per farne il piedistallo ideologico di una presunta superiorità culturale. È la prima, monumentale operazione di cancel culture dell’era moderna: la realtà storica viene sacrificata sull’altare del decoro borghese.
Il patriottismo meridionale ridotto a brigantaggio
Se ci spostiamo nel XIX secolo, troviamo una dinamica identica, ma applicata alla carne viva di una nazione in costruzione: l’Italia.
Nel 1861 il Paese si unifica, ma l’unificazione non è un pranzo di gala; è un processo politico e militare traumatico. Nel Mezzogiorno, l’arrivo dello Stato piemontese, con la sua burocrazia estranea, le tasse sul macinato e la leva obbligatoria che sottrae braccia all’agricoltura, provoca una gigantesca rivolta popolare.
Migliaia di contadini, ex soldati borbonici e idealisti prendono le armi.
Qui scatta l’operazione linguistica e antropologica del potere vincente.
Quella resistenza, che in gran parte esprimeva un autentico, per quanto disperato, sentimento di patriottismo meridionale, di difesa della propria terra e della propria identità dall’invasione esterna, deve essere privata di ogni dignità politica.
Non si può ammettere che il neonato Regno d’Italia stia combattendo una guerra civile contro i suoi stessi cittadini. Allora, la complessità di quel fenomeno viene ridotta a un’unica, rassicurante categoria criminale: il brigantaggio.Attraverso una narrazione scientifica e mediatica orchestrata dall’alto, e amplificata dalle assurde teorie antropologiche di Cesare Lombroso, che cercava nel cranio dei meridionali le stigmate dell’atavica criminalità, il patriota del Sud viene declassato a delinquente comune, a bestia mossa solo da brama di sangue e rapina.
La storia la scrivono i vincitori, certo, ma qui la scrittura diventa cancellazione: l’identità e le ragioni del Sud vengono espunte dal Risorgimento, trasformando una complessa jacquerie identitaria in una semplice operazione di ordine pubblico. Il Sud viene così colonizzato due volte: prima militarmente, poi storicamente.
Il mercato del consenso e la cultura Woke
Arriviamo così ai giorni nostri, dove la pulsione alla riscrittura non ha più le sembianze degli editti statali o dei trattati accademici, ma si nasconde dietro le logiche commerciali delle multinazionali dell’intrattenimento. Oggi la chiamiamo cultura woke, un termine nato dal lessico dell’attivismo afroamericano per indicare la “consapevolezza” contro le ingiustizie sociali, ma rapidamente sequestrato e sterilizzato dalle grandi piattaforme di streaming come Netflix e Disney.
Il meccanismo è sottile e profondamente commerciale. Queste aziende operano su mercati globali e globalizzati; hanno bisogno di un prodotto che non offenda nessuno e che, al tempo stesso, accarezzi la sensibilità morale del pubblico contemporaneo per massimizzare i profitti. Si assiste così a una strana forma di chirurgia retroattiva. Vecchi classici dell’animazione vengono marchiati con avvisi culturali che ammoniscono lo spettatore sulle “colpe” del passato, mentre la produzione di nuovi contenuti storici viene piegata a un’inclusività artificiale.
Vediamo così regine d’Inghilterra o nobili del Settecento europeo interpretati da attori di etnie storicamente inverosimili per quel contesto. L’intento superficiale è nobile, viene mascherato per inclusione, ma il risultato antropologico è devastante: è l’appiattimento della specificità storica. Invece di raccontare le storie straordinarie, dolorose e complesse delle culture non occidentali, si preferisce ricolorare il passato europeo secondo i canoni del politicamente corretto americano. È una cancellazione di ritorno: la storia non viene compresa nella sua alterità e durezza, ma viene trasformata in un parco a tema morale, un simulacro rassicurante dove il passato si adegua docilmente ai desiderata del marketing contemporaneo.
In definitiva, in questa epoca siamo stati capaci di fare cancel culture sul concetto autentico della cultura Woke e trasformare essa stessa in un sinonimo della riprogrammazione della storia, della cultura e della memoria collettiva.
Infatti la cultura woke delle origini è nata come un sussurro di autodifesa e di profonda consapevolezza tra le comunità afroamericane, un monito fraterno a “restare svegli” e vigili di fronte alle insidie della discriminazione razziale. Nel corso del tempo, questo faro di sensibilità sociale si è trasformato, espandendosi a livello globale per difendere ogni minoranza, finendo poi per irrigidirsi nelle dinamiche polarizzanti dei social media.
È in questo scenario digitale che la spinta inclusiva originaria ha incontrato la cancel culture, tramutando la vigilanza in sorveglianza e il desiderio di educare la società in uno strumento esecutivo di punizione, boicottaggio ed epurazione pubblica di chiunque violi i nuovi confini del politicamente corretto.

La sovrapposizione tra antisemitismo e antisionismo
Questa stessa ansia di semplificazione e cancellazione delle sfumature si sposta dal piano culturale a quello geopolitico, producendo cortocircuiti intellettuali drammatici, agendo altresì per complicità politiche, corruzione morale ed economica.
Uno dei tentativi più miseri e pericolosi del nostro tempo è lo sforzo sistematico di far convergere, fino a farli coincidere, due concetti radicalmente diversi: l’antisemitismo e l’antisionismo.
L’antisemitismo è una piaga millenaria, un crimine ideologico e biologico radicato nell’odio razziale, religioso e culturale contro il popolo ebraico. È l’orrore che ha condotto ai pogrom e alla Shoah.
L’antisionismo, al contrario, nasce come posizione politica: è la critica, legittima come ogni critica a un’ideologia politica, al progetto nazionalista e statuale del sionismo, e oggi si traduce principalmente nella contestazione delle scelte geopolitiche, militari e coloniali del governo dello Stato di Israele.
Cancellare la distinzione tra questi due termini significa compiere un’operazione di profonda disonestà intellettuale.
Quando si accusa automaticamente di antisemitismo chiunque critichi le violazioni dei diritti umani o la politica di violenza genocida di un governo in carica, si persegue un duplice, perverso obiettivo: da un lato si depotenzia e si banalizza l’antisemitismo reale, usandolo come uno scudo retorico per silenziare il dissenso geopolitico; dall’altro si cancella lo spazio del dibattito democratico.
È la riduzione del pensiero critico a una tifoseria binaria, dove la complessità della tragedia mediorientale viene sacrificata per proteggere precisi e subdoli assetti di potere che devono essere disinnescati.
Il mito del fascismo estinto nell’Italia di oggi
Infine, torniamo a guardare dentro casa nostra, all’Italia contemporanea, dove la cultura della cancellazione si manifesta nella forma più subdola: l’anestesia della memoria storica. Da decenni la retorica pubblica, pigra o dolosamente complice, ci ripete una rassicurante filastrocca: il fascismo è morto nel 1945, è un fenomeno confinato nei libri di storia, una parentesi racchiusa tra due date che non può ritornare perché mancano le condizioni storiche strutturali.
Questa narrazione rassicurante è, in realtà, la più grande operazione di revisionismo politico del nostro presente. Definire il fascismo “estinto” significa confonderne la coreografia con l’essenza, anzi fa schifo tanto quanto si stesse affermando che la mafia non esiste. Certo, non vedremo più le camicie nere marciare su Roma o i discorsi dal balcone di Piazza Venezia; il potere contemporaneo ha imparato a essere più fluido. Ma il fascismo, prima di essere un regime, è un’attitudine antropologica: è il disprezzo per il dissenso, l’occupazione militare delle istituzioni culturali e informative, la colpevolizzazione delle minoranze, il culto della forza e la progressiva erosione dei contropoteri democratici.
Oggi, in Italia, assistiamo a una rimonta pericolosa e strisciante di queste dinamiche. La tolleranza sorniona verso manifestazioni nostalgiche, il tentativo continuo di riscrivere la storia della Resistenza equiparando i partigiani ai repubblichini di Salò in nome di una finta “pacificazione nazionale”, e la sistematica criminalizzazione di ogni forma di opposizione sociale sono i segnali di un fascismo che si è tolto gli stivali ma ha mantenuto intatta la mentalità. Dire che non esiste più è il modo migliore per permettergli di agire indisturbato, anestetizzando gli anticorpi della società civile attraverso la cancellazione della vigilanza antifascista.
A non voler essere allusivi, c’è da riflettere molto sulla coincidenza delle iniziali del partito fondato dal criminale Junio Valerio Borghese nel ’68 e quello di Vannacci, se di coincidenza si tratta.
La fantasia interpretativa, poi, si riduce drasticamente quando l’attuale presidente del consiglio, colei che ha giurato sulla Costituzione, afferma che “oggi il fascismo è una cosa. Se l’ avessimo visto standoci in mezzo l’avremmo percepito diversamente…”

La complessità come atto di resistenza
In fondo, che si tratti di lavare il colore dalle statue greche, di rubricare i contadini meridionali come criminali, di modificare i film per non turbare i consumatori o di silenziare il dibattito politico e la memoria antifascista, il filo rosso resta lo stesso.
La cancel culture, in ogni sua declinazione, ha un unico grande nemico: la complessità e per complessità si intende non soltanto la capacità di generare un pensiero autonomo, possibilmente articolato, ma condirlo con il dubbio, il buonsenso, la responsabilità sociale e il coraggio civile.
La storia non è un tribunale morale in cui distribuire patenti di bontà ai defunti secondo i nostri criteri odierni. La storia è un territorio aspro, tragico, contraddittorio e spesso feroce.
Pretendere di purificarla significa non volerla capire, ecco perché l’umanità, ciclicamente, ne dimentica le severe lezioni.
Difendere il colore sui marmi, le ragioni degli sconfitti, la distinzione dei concetti politici e la memoria dei crimini passati non è un esercizio di stile, ma un atto di autentica resistenza intellettuale.
E la resistenza intellettuale va esercitata con la coscienza di non voltarsi dall’altra parte quando si compiono i crimini del presente.
Solo accettando il passato nella sua intera, problematica verità possiamo sperare di conservare gli strumenti critici per difendere la nostra libertà nel presente,
È necessario scansare assolutamente l’idea di scordarci del passato, proprio per evitare il rischio certo di doverlo rivivere. In fondo, come diceva Francisco Goya, il sonno della ragione, aggiungasi pure la cancel culture, genera mostri.
