Il concetto di religione come Opium des Volkes, ossia oppio dei popoli, è stato elaborato da Karl Marx fin dagli Annali franco-tedeschi, nel 1844. Per il filosofo tedesco «l’individuo non esiste in astratto, ma solo in quanto prodotto della società storica della quale è figlio»; motivo per cui egli si «distacca dalla visione di Feuerbach – secondo cui Dio sarebbe un feticcio creato dall’uomo stesso – per affermare che la matrice della religione deve essere ricercata nella società che, appunto, ospita gli esseri umani».
Goffredo Fofi, eccentrico intellettuale italiano scomparso lo scorso luglio 2025, ha ripreso questa nota espressione – la religione è l’oppio dei popoli – per sostenere, nel suo saggio-guida, che il narcotico più influente e alienante della nostra contemporaneità non è più la pratica del culto, bensì la cultura intesa come industria dell’intrattenimento, dell’informazione e dello spettacolo. Una vera e propria “fabbrica illusoria dell’Io”, dove l’autopromozione in stile social (io penso, io scrivo, io dico) sostituisce l’esperienza concreta e la condivisione della formazione.
In quest’opera, suddivisa in otto capitoli dedicati a vari argomenti, edita da Elèuthera nel 2019, il giornalista sottolinea che il Sapere, la cui funzione precipua – un tempo – era quella di favorire l’educazione al pensiero critico e analitico, si è trasformato in un prodotto di consumo di massa che distrae gli uomini dai problemi veri e dall’impegno civile, favorendo l’omologazione e l’impotenza.
«La stupidità si esalta di sé nel gridarsi, nel mostrarsi. All’opposto, la fatica della qualità comporta di pensare con la propria testa e di imparare a “leggere” la realtà che ci circonda».
Attraverso i media, l’editoria, i festival e la pubblicità, la Conoscenza ha smesso di accrescere la capacità di investigare situazioni in modo oggettivo e razionale per “propagare un invisibile napal che avvelena nei singoli – che conservano ancora un po’ di umanità – la voglia di cambiare il mondo”.
«La cultura, come oggi il Potere la intende e come noi abbiamo accettato che sia, non è più conoscenza, ma solo un raffinato strumento per ottundere le coscienze e renderci conniventi con il mondo così com’è. Ed è questo il nuovo «oppio del popolo», che ci viene elargito a piene mani per trasformarci in giocondi lotofagi».
Con questa disamina impietosa, Fofi ci obbliga alla riflessione. Ci spinge a porci in ascolto di chi soffre ed è a disagio con i luoghi comuni di questa nostra epoca, a non lasciarci più manipolare le coscienze “imponendo l’uso di beni e modelli, di merci e di idee-merce.” Di prestare orecchio alle inquietudini del Mondo per dare voce al bisogno di verità e di ribellione che va dissotterrato e declinato nella forma del “noi”, perseguendo l’obliata lezione dell’adorato Camus: “Mi rivolto, dunque siamo”.
Che fare, allora, per combattere la disillusione? La risposta è nelle sue quattro regole:
«Resistere, studiare, fare rete (ma non quella porcata che è il web) e, ultima cosa, rompere i coglioni, dare fastidio».
