Agnese Belardi è una stimata docente, scrittrice e poetessa lucana, fondatrice del Salotto Letterario “Donata Doni” e da sempre impegnata nella promozione culturale del territorio. Per chi nasce “Poeta”, “Scrivere” è una “urgenza”, è una necessità ed Agnese Belardi è nata Poetessa. Per il suo costante impegno contro le disuguaglianze di genere e il suo contributo intellettuale ha ricevuto prestigiosi riconoscimenti nazionali, confermandosi un punto di riferimento civile e culturale. Il suo costante lavoro per stimolare il cambiamento sociale e combattere le disuguaglianze le è valso prestigiosi riconoscimenti nazionali, tra cui il premio degli Stati Generali delle Donne e, più recentemente, il Premio “Notte in Note”, che ne celebrano lo spessore intellettuale e la rara sensibilità d’animo
“Cara Agnese, prima di iniziare con le domande, ci tengo a esprimerti il mio più profondo ringraziamento personale e a nome mio e di tutta l’Auser Salerno Centro di cui sono referente. Grazie per averci voluto dentro questo magico filo di margherite e per coinvolgermi sempre in eventi così densi di significato e di accecante bellezza, proprio come è stato per lo straordinario progetto della Coperta della Pace. La tua energia unisce i territori e guarisce le anime.” Anna de Rosa
Di seguito l’intervista rilasciata dalla scrittrice alla nostra Redazione:
D- L’Impegno e la Storia: Agnese, il Salotto Donata Doni è ormai un punto di riferimento nazionale. Da quanti anni dura il tuo impegno sul campo per i diritti delle donne, la cultura e la sensibilizzazione, e qual è stata la scintilla che ha dato il via a tutto?
Il mio impegno per i diritti delle donne, la cultura e la sensibilizzazione nasce dalla convinzione che nessuna donna debba sentirsi sola, invisibile o costretta a vivere in silenzio il proprio dolore.
Attraverso il Salotto Donata Doni ho cercato di costruire, negli anni, uno spazio di incontro, ascolto e condivisione, in cui la cultura non fosse soltanto un momento di crescita personale, ma diventasse anche uno strumento concreto di cambiamento sociale.
La scintilla è stata proprio il desiderio di dare voce a chi spesso non ne ha, di creare occasioni in cui le donne potessero raccontarsi, riconoscersi e trovare sostegno le une nelle altre. Credo profondamente che una parola possa aprire una porta, che una testimonianza possa cambiare uno sguardo e che una storia condivisa possa aiutare un’altra persona a trovare il coraggio di chiedere aiuto.
Il mio percorso è fatto di incontri, esperienze e relazioni umane. E se oggi il Salotto Donata Doni è diventato un punto di riferimento, è soprattutto grazie alle persone che hanno creduto in questo progetto e alla forza di tutte le donne che hanno scelto di esserci.

D- La Produzione Letteraria: Nella tua attività di scrittrice hai dato vita a diverse opere. Ci parli brevemente dei tuoi libri e di come la scrittura e la poesia possano diventare strumenti di cura e di riscatto sociale?
La mia produzione letteraria nasce dall’esigenza di raccontare l’essere umano, le sue fragilità, le sue ferite, ma anche la sua straordinaria capacità di rialzarsi. Nei miei libri e nella mia poesia cerco di dare spazio ai sentimenti, alle esperienze e a quelle realtà che troppo spesso rimangono ai margini della narrazione pubblica.
Per me scrivere significa dare un nome alle emozioni, trasformare il dolore in consapevolezza e offrire a chi legge la possibilità di riconoscersi nelle parole di qualcun altro.
La scrittura e la poesia non sostituiscono le cure mediche o il sostegno psicologico, ma possono diventare strumenti preziosi di elaborazione, vicinanza e riscatto. Ci permettono di rompere il silenzio, di sentirci meno soli e di comprendere che anche dalle esperienze più difficili può nascere una nuova consapevolezza.
La cultura, quando incontra la vita reale, non rimane qualcosa di astratto: diventa impegno, responsabilità e possibilità di cambiamento.

D- Il Libro “Vite Segnate”: Questo volume tocca corde sensibilissime, dalla malattia oncologica alla violenza di genere. Qual è la storia, tra quelle raccolte, che ti ha segnato di più come curatrice e come donna?
Vite Segnate è un libro che mi sta particolarmente a cuore perché non affronta soltanto il tema della malattia oncologica, ma apre una riflessione più ampia sulle ferite che una donna può portare dentro di sé, comprese quelle provocate dalla violenza.
La violenza non lascia soltanto segni visibili. Può generare paura, ansia, sofferenza profonda e conseguenze importanti sul benessere psicologico e fisico. Per questo è fondamentale parlarne, senza semplificazioni e senza attribuire alla violenza una responsabilità diretta nell’insorgenza di ogni malattia oncologica. È però necessario riconoscere quanto la sofferenza e lo stress possano incidere sulla salute e sulla qualità della vita.
D- La cosa che più mi ha colpita, come curatrice e come donna, è il silenzio che per tanto tempo ha accompagnato queste esperienze. Donne che hanno nascosto la malattia tra le mura domestiche, che hanno affrontato la paura senza riuscire a chiedere aiuto, che hanno vissuto la violenza come una vergogna da custodire invece che come un’ingiustizia da denunciare.
Per questo non riuscirei a indicare una sola storia come quella che mi ha segnata di più. Ogni testimonianza porta con sé una ferita, una dignità e un coraggio diversi. Ogni donna ci consegna qualcosa che merita rispetto.
Oggi, fortunatamente, si parla di più di malattia, prevenzione, violenza e salute delle donne, anche se c’è ancora tanta strada da fare. E soprattutto sta crescendo una consapevolezza fondamentale: le altre donne non devono essere nostre rivali, ma possono diventare sorelle, alleate, presenze capaci di sostenerci nei momenti più difficili.
Vite Segnate è anche questo: un libro di speranza, di prevenzione, di vicinanza e di rinascita. Vuole dire a ogni donna: non devi vergognarti della tua malattia, non devi nascondere la tua sofferenza e non devi affrontare tutto da sola. Chiedere aiuto è un atto di coraggio. E trovare una mano tesa può fare la differenza.

D- L’Attivismo sul Territorio: il 30 novembre 2026 assistiamo all’arrivo a Salerno di un intero pullman da Lagonegro, con le Signore del Lago nei loro abiti tradizionali. Quanto sono importanti il folklore, le radici locali e la memoria storica nel tuo modello di attivismo?
Credo che le radici, le tradizioni e la memoria storica siano fondamentali in ogni percorso culturale e sociale. Accogliere a Salerno un pullman di donne provenienti da Lagonegro, le Signore del Lago, nei loro abiti tradizionali, significa portare con sé una parte viva della nostra identità.
Il folklore non è soltanto una manifestazione esteriore o un richiamo al passato. È memoria, appartenenza, trasmissione di valori e riconoscimento del lavoro delle generazioni che ci hanno precedute. Nei costumi, nei racconti e nelle tradizioni delle comunità ci sono storie di donne, di sacrifici, di dignità e di forza che meritano di essere conosciute.
Per me fare attivismo significa anche questo: mettere in relazione territori, persone e culture diverse, creando occasioni in cui ciascuno possa sentirsi parte di una comunità più grande.
Quando le donne si incontrano, portando con sé la propria storia e le proprie tradizioni, costruiscono ponti. E quei ponti possono diventare strumenti di solidarietà, inclusione e crescita collettiva.
La cultura e l’impegno sociale devono camminare insieme, perché una comunità che custodisce la propria memoria è anche una comunità più capace di guardare al futuro.

D- Il Futuro del “Filo di Margherite”: Questo evento unisce idealmente 130 donne in tutta Italia. Quali saranno le prossime tappe di questo cammino e quale messaggio speri che i cittadini salernitani portino a casa dopo l’incontro a Palazzo della Provincia?
Il Filo di Margherite rappresenta simbolicamente un legame che attraversa l’Italia e unisce idealmente 130 donne, ciascuna con la propria storia, la propria sensibilità e il proprio contributo.
Mi piace pensare a questo filo come a una rete di solidarietà: ogni donna è una margherita, con la propria identità e la propria bellezza, ma insieme alle altre diventa parte di un disegno più grande. Un filo che non deve spezzarsi davanti alla malattia, alla violenza, alla solitudine o alle difficoltà della vita.
Il nostro obiettivo è continuare a creare occasioni di incontro, testimonianza e sensibilizzazione, coinvolgendo sempre più persone e territori. Vogliamo che questo cammino non si esaurisca in un singolo evento, ma diventi un percorso capace di lasciare un segno concreto nelle coscienze e nelle relazioni.
D- Dall’incontro a Palazzo della Provincia mi auguro che i cittadini salernitani portino a casa soprattutto tre messaggi: l’importanza della prevenzione, il dovere di non voltarsi dall’altra parte davanti alla violenza e la consapevolezza che nessuna donna dovrebbe sentirsi sola nel momento della malattia o della sofferenza.
Vorrei che ciascuno comprendesse che ascoltare, accogliere e accompagnare qualcuno non richiede gesti straordinari: a volte basta esserci, credere alla sua parola e aiutarla a trovare il sostegno di cui ha bisogno.
Il Filo di Margherite vuole essere proprio questo: un abbraccio collettivo, un invito alla speranza e un impegno a trasformare le parole in gesti concreti.
Perché una donna che trova sostegno può ritrovare la forza di rialzarsi. E quando una donna aiuta un’altra donna a non sentirsi sola, non sta compiendo soltanto un gesto di solidarietà: sta contribuendo a costruire una società più giusta, più umana e più consapevole.
Donata Doni (pseudonimo di Santina Maccarrone, 1913-1972) è stata una raffinata poetessa, scrittrice e intellettuale lucana, nota per l’intensa sensibilità e la profonda spiritualità della sua lirica. Oggi la sua figura, riscoperta e valorizzata nel panorama culturale italiano, è un simbolo di fiera identità letteraria e di un’eredità artistica senza tempo, celebrata da premi e sodalizi che portano il suo nome.
