SALERNO – Quando la parola poetica incontra il colore, i confini tra le discipline sfumano per dare vita a un linguaggio universale.
È questa la genesi profonda della collaborazione culturale e dell’amicizia tra la pittrice salernitana Anna De Rosa e la poetessa e scrittrice Francesca Patitucci.
Una sinergia che ha trovato il suo culmine ideale e più recente nella prima edizione del Premio Letterario Internazionale “Koinè – Intersezioni d’Arte”, svoltosi lo scorso 10 ottobre 2026 nella prestigiosa cornice del Salone dei Marmi del Palazzo di Città a Salerno.
Nel segno della parola Koinè — che evoca l’idea di una comunità e di un linguaggio comune — le due artiste hanno trasformato l’utopia in una vibrante realtà.
Il profilo dell’autrice: tra mare, lingue e denuncia sociale
Dietro il successo di Koinè c’è il percorso ricco e poliedrico di Francesca Patitucci. Calabrese d’origine — nata a Cosenza e cresciuta nella splendida cornice di Fuscaldo Marina — l’autrice porta dentro di sé la suggestione visiva e profonda del mare, da sempre sua musa ispiratrice. Trasferitasi a Salerno da adolescente per motivi di studio, vi risiede da anni, unendo la sua passione letteraria alla professione di docente di Lingue e Culture Straniere.
Operatrice culturale instancabile e paroliera pluripremiata, la Patitucci ha firmato negli anni rassegne di rilievo come “Fuscaldo Incontri di Versi”, “Cantami o Vate” e “di Madri e di Sirene”.
La sua produzione letteraria vanta opere di forte impatto emotivo, dalla silloge d’esordio “Nuda l’anima in risacca” fino alla raccolta “Dimensioni Parallele”, un volume intenso che esplora i dualismi dell’essere umano e i risvolti del dolore sociale, affrontando con coraggio temi complessi come il bullismo, il femminicidio e la disabilità.
Oggi, Anna De Rosa intervista Francesca Patitucci in un dialogo intimo e profondo che spazia dalle origini della sua vocazione poetica fino ai risvolti emotivi del Premio, segnato quest’anno dal sacro ricordo della Targa Antonello Patitucci, dedicata al fratello prematuramente scomparso questa estate.
Di seguito, l’intervista esclusiva.
D- Francesca sappiamo che hai iniziato a scrivere versi fin da bambina, portando sempre con te un taccuino tra le risacche di Fuscaldo. C’è un momento preciso della tua infanzia in cui hai capito che la poesia non era solo un passatempo, ma il tuo modo unico di respirare e stare al mondo?
Leggere e scrivere è stato sempre il mio passatempo preferito, sin da piccola.
Leggevo di nascosto per non sentire brontolare nonna perché la mattina dovevo andare a scuola e quindi la sera non dovevo attardarmi. Ma era più forte di me, dovevo e volevo entrare in mondi sconosciuti a sognare. E poi c’era il mio diario segreto dove appuntavo frasi, riflessioni intime e tutto ciò che volevo restasse impresso su carta, come fosse un’amica cara a cui mostrare l’anima.

D- Tu sei una stimata docente di lingue straniere. In che modo lo studio, la fonetica e l’insegnamento degli idiomi stranieri influenzano la struttura metrica, il ritmo o la scelta delle parole quando componi le tue poesie in italiano?
Lo studio di autori stranieri mi ha arricchita sicuramente, ne ho amati tanti, tra cui Virginia Woolf, Emily Dickinson, Baudelaire, Oscar Wilde, Verlaine ma, più che soffermarmi sulla loro metrica, cercavo di addentrarmi nella loro più profonda espressione lirica quale messaggio da carpire attraverso le righe dei loro scritti.
Non so sinceramente se hanno influenzato il mio stile, il mio modo di scrivere, sono un battitore libero, per quanto una certa formazione letteraria sia fondamentale, é il mio fremito interiore e le mie epifanie che fanno scattare l’urgenza di vergare il momento, un’esigenza personale che poi verrà consegnata agli altri, in cui ognuno troverà una diversa chiave di lettura. Ed è proprio questa la bellezza della poesia, quel dire e non dire, quel margine di sospensione che lascia aperta la porta a riflessioni ed emozioni molto soggettive.

D- Dall’esordio con “Nuda l’anima in risacca” ( anche un mio libro si titola Dura Nuda e Cruda ) fino a “Dimensioni Parallele”, la tua scrittura affronta temi di profonda sensibilità e denuncia sociale, come il bullismo o la violenza sulle donne. Pensi che l’arte e la poesia abbiano oggi il dovere morale di essere “scomode” e di farsi carico del dolore del mondo per stimolare le coscienze?
3.-Nelle mie sillogi, nei miei versi, c’è sempre una nota malinconica che non è tristezza, attenzione, è piuttosto uno stato che è già insito nel nostro DNA, credo, un modo di osservare e sentire il mondo con una sensibilità superiore, un’arma a doppio taglio, direi.
Se da un lato è una dote importante, dall’altro può ferire profondamente, questa benedetta, o maledetta, esagerata sensibilità.
Una mia cara amica scrittrice che oggi non è più con noi, paragonava i miei scritti alla Melencolia del famoso Albrecht Dürer, bontà sua, intrisa di allegorie, metafore, il travaglio stesso dell’anima che scava… ma chi scava è il curioso, chi non si sofferma all’apparenza, e quest’operazione non è mai facile, anzi, è fonte di tante emozioni contrastanti, spesso dolorose.
Detto ciò, dico si, chi ha arte nel cuore e nelle mani deve farsi denuncia, deve portare alla luce i mali della società, in primis come dovere verso sé stessi e poi come umano contributo a sondare il buio, la sofferenza, soprattutto quella silente e che spesso non ha volto.
D- Durante la serata a Palazzo di Città, il momento più toccante e intimo è stato indubbiamente l’assegnazione della Targa dedicata a tuo fratello Antonello, scomparso improvvisamente quest’estate. Trasformare un dolore così fresco e lacerante in un premio all’eccellenza e alla memoria è un atto d’amore immenso. Cosa ha significato per te, come donna e come sorella, legare il nome di Antonello a questa prima storica edizione di Koinè?
Istituire una targa in memoria di mio fratello è qualcosa che non so se sono in grado di spiegare a fondo.

Un dolore forte, violento, improvviso, ha necessità di tempo per essere elaborato, a trovare un varco nella crepa sanguinante, che si trasformi in luce, in quanto non è accettabile da logica umana. Aver consegnato la targa Antonello Patitucci a una giovane ragazza che trova il coraggio di far sentire la sua voce, il suo “rumore del cuore” attraverso la poesia, mi ha regalato un pizzico di fiducia, affinché l’operato di mio fratello a disposizione della società, dei giovani e dei fragili possa aleggiare sempre nella memoria e sulla bocca di chi lo ha amato e di chi lo conoscerà strada facendo.
Certe emozioni vivano dentro e forse neanche la poesia riesce a trasmettere gli strati più profondi del bene e della mancanza, senza condizioni, quale può essere il legame verso il proprio fratello.
D- Francesca, la prima edizione del Premio Koinè ha dimostrato che la poesia e l’arte pittorica parlano lo stesso codice emotivo. Cosa pensa intimamente Francesca Patitucci dell’Arte visiva contemporanea? Pensi che oggi, oltre alla parola scritta, abbia ancora la forza trasformativa che avete cercato di evocare ed esprimere nel Salone dei Marmi?
La poesia e la pittura dialogano da sempre fra loro.
Ho scritto spesso guardando un dipinto, collaborando con alcuni pittori per vernissage e mostre personali; un’emozione libera, unica, un connubio di intenti che regala bellezza e armonia.
Ho sempre desiderato saper dipingere ma non rientra nelle mie capacità ma posso dire che, osservando una tela, ho anche pianto per la forte commozione che ho provato.
Nella I edizione di “Koiné Intersezioni d’Arte” ho voluto fortemente che le varie espressioni artistiche, insieme, diventassero magia, un’esplosione di colori, di amore, di passione convergenti tutte verso l’unico obiettivo di respirare ARTE, non c’è prevalenza dell’una sull’altra forma artistica, tutto ciò che è creativo si compensa e si immerge nella unicità dell’altra.
D- Il Premio Koinè a Salerno è stato un autentico trionfo di aggregazione, arte e bellezza. Guardando al futuro e tenendo sempre viva questa straordinaria scintilla, quali nuovi ponti culturali ti piacerebbe costruire? Ci sono già idee per una seconda edizione o un nuovo progetto editoriale nel cassetto?
Il Premio Koiné è stato, sin dalle iscrizioni, un boato di partecipazione, per il quale c’è stato un lavoro e un impegno di tanti mesi, che spesso non si percepisce a fondo. Ma la fatica ne è valsa la pena!
Ho ideato e organizzato altri Concorsi e devo dire, con un pizzico di orgoglio, che ho avuto sempre un bel seguito. Probabilmente arriva agli altri la mia passione, la mia disponibilità e il desiderio genuino di far crescere tanti talenti in ombra, soprattutto i giovani. Questo mi dà tanta soddisfazione.
Premesso che si può e si deve aspirare a migliorare sempre, sto valutando altre opportunità, per ora presenti solo nella mia testa, ma sempre affidati al “bene comune” perché sono convinta da sempre che “donare” sia molto più arricchente che ricevere.
È una scelta di vita.
La volontà non mi manca, né mi spaventa la fatica, le rinunce ma, se riesco a condividere i miei sogni e camminare insieme a chi mi sostiene e mi supporta, possiamo davvero fare tanto.
Da soli non si va da nessuna parte.
Allora, zaino in spalla, incamminiamoci su terra da seminare e far germogliare!

