In un mite pomeriggio di vent’anni fa moriva Bruno Lauzi. Era il 24 ottobre 2006. L’ultimo respiro del cantautore genovese, come l’ultimo verso di una sua canzone, veniva a scompigliare una volta ancora stereotipi e pregiudizi, dando prova che l’anagrafe non è la vita. Perché Bruno Lauzi a Genova, in verità, non è né nato né morto. Venuto alla luce ad Asmara, in Eritrea; spentosi a Peschiera Borromeo, in provincia di Milano. Eppure, ha legato il suo nome e la sua storia, l’arte, la lingua, gli amici e gli amori alla Città della Lanterna, nelle cui acque ha tenuto a battesimo canzoni di straordinaria bellezza, tracciando per almeno quarant’anni anni la gloriosa parabola della musica in Italia.
E non fu solo musica. Bruno Lauzi ha scritto molte canzoni, ma anche varie poesie, un romanzo giallo ed un’autobiografia (postuma). La bibliografia ufficiale accoglie almeno otto titoli. Ed è il segno, questo, di una fiducia incontenibile nell’arte della scrittura, sperimentata senza tregua come espressione polimorfa del sé e del mondo. Facendone dono agli altri artisti, al suo pubblico.
Nel volume “Esercizi di sguardo”, in stampa per le Edizioni Marittime di Milano nel 2002, Bruno Lauzi annotava: “Il bisogno di raccontarsi non s’annuncia, ma prepotentemente si presenta sul limitare dell’anima, entra senza bussare e inizia da subito a farla da padrone…” Una verità sul segreto dell’ispirazione artistica che illumina il ‘raccontarsi’ genuino di un’intera vita, eppure non immune talvolta da innocenti strategie retoriche.
Basti considerare la celeberrima “Ritornerai”, incisa nel 1963 sul lato A del 45 giri pubblicato da Galleria del Corso di Teddy Reno. La canzone compare su quello che è già il quarto singolo del cantautore (sul lato B reca l’altra traccia “Fa’ come ti pare”), uscito tra il disco “Sto cicchetton de un Gioan” dello stesso anno ed il vinile successivo “Viva la libertà” del 1964.
Il topos letterario della separazione amorosa, con una lei che s’affranca da un lui gabbato, torna in quello che Riccardo Donati, nell’esaminare di recente l‘Elegia sanremese’ dell’abruzzese Tommaso Ottonieri (Milano, 1998), ha definito uno “spettrale bolero”. Lauzi dà forma ad una profezia o forse ad una minaccia: “Ritornerai / lo so, ritornerai, / ma non potrai lasciarmi più…”
Siamo in tutt’evidenza lontani anni luce da “La speranza di pure rivederti” nel sesto dei ‘Mottetti’ delle ‘Occasioni’ di un altro grande genovese, Eugenio Montale, dove il poeta al contrario si consuma nella paura di non veder ritornare Clizia, l’amata Irma Bardeis. E diverso ancora è il ritorno di un’altra lei, l’Olga scomparsa e trasfigurata quasi in una più elevata (e perciò rimpianta) presenza nella “Cronistoria” del livornese Giorgio Caproni, dove in versi d’intensa intimità diaristica il ‘coup de cloche’ della morte torna a scuotere la vita, illuminando la caducità d’ogni cosa: “ritornerai, negata / nel tuo viso vitale.”
Lauzi – è noto – ha ammirato e studiato la chanson francese di Georges Brassens e Charles Aznavour. Ora, a chiudere nel suo più famoso brano la sequenza delle previsioni coniugate al futuro “ritornerai – scoprirai – riderai” giunge perentoria alla quarta quartina una certezza assoluta, a mo’ di sentenza: “Ti senti sola / Con la tua libertà”.
Il modo indicativo, si sa, è il modo verbale della sicurezza: l’amante dapprima illuso ora esprime tutt’intera una convinzione soggettiva. Lei tornerà da lui, perché la libertà che ha presunto di aver ritrovato non è altro che una solitudine subìta. Ma il modo indicativo esercita in ambito giuridico la funzione assertiva di definire la realtà al di là del soggetto che l’enuncia. In quel “Ti senti sola / Con la tua libertà” è di fatto concentrata la ‘ratio decidendi’, diremmo la motivazione da cui scaturisce il dispositivo finale: “Ed è per questo / Che tu / Ritornerai” equivalente senz’indugio al P.Q.M. che campeggia al centro pagina d’ogni decreto giudicante.
Nell’ascoltare la canzone di Lauzi, anche gli studenti più distratti s’accorgono che non si tratta del ritorno di Laura interiorizzato dal Petrarca in una memoria consolatoria. E non si tratta dell’evocazione nostalgica di Silvia che il Leopardi eleva in accorati versi, non senza soffrirne, per sanare “l’apparir del vero” della Natura distruttrice.
Qui l’armonia discende da una ‘trattativa’ ricomposta al tavolo di un ricucito dialogo tra amanti, in una dimensione psicologica che vede una rivalsa incompiuta cedere finalmente il posto ad un indennizzo apparente, talvolta iniquo come l’amore, comunque risolutivo e perenne: “non potrai lasciarmi più…”
Lauzi dosava con sapienza le parole che gli era dato cogliere sul limitare dell’anima. Lo faceva con sensibilità ed ironia, con originalità ed eleganza. Cresciuto com’era in quella “scuola genovese” di amici e cantanti – da Umberto Bindi a Sergio Endrigo e Gino Paoli – che vera scuola in fondo non è mai stata.
Aveva ragione ad ogni buon conto l’astigiano Paolo Conte – dei cui brani come “Onda su onda” e “Genova per noi” Lauzi sancì il successo – quando, nel salutare vent’anni fa il trovatore rivierasco scomparso, ebbe a definirlo “un intenditore e un esteta”.
Sì, lui che – versatile e spontaneo come chi non ha bisogno di farsi imbalsamare per apparire ancora vivo – era stato da giovane tra i banchi al liceo con Luigi Tenco e seppe nella maturità trovare cuore e parole finanche per i bambini, donando alla loro (alla nostra) infanzia canzonette simpaticissime come “La tartaruga” e “Johnny bassotto”.
Bruno Lauzi forse è stato uno tra gli ultimi testimoni di un’italianità diffusa nei club e nei teatri nel segno di un’arte cantautorale in grado di coniugare la raffinatezza ideale con la libertà espressiva. Cantando e scrivendo controvento, nel tempo incalzante di una musica fattasi a poco a poco omologata, ascoltata ormai in franchising, divenuta oggi cifra penosissima della décadence ideologica e della bruttezza estetica performativa.
E sincero, in quest’impeto di denuncia, era anche il suo anticonformismo, quasi a bilanciare la dimensione lirica delle canzoni d’amore con il contrappeso di una realtà storica da cui prendere le distanze. Quando lo intervistavano, bastava qualche battuta appena per capire che Bruno Lauzi non le mandava a dire; quando lo si ascoltava alla radio o in TV, ci si accorgeva poi che l’opposizione politica lui la faceva cantando, affidando musica e parole all’energia persuasiva del sentimento e confidando nella nobiltà del gusto che quello suscitava.
Tra un anno esatto sarà trascorso mezzo secolo dalla composizione – era l’ottobre del 1977 – della storica canzone “Io canterò politico”, con cui Lauzi lanciava la coraggiosa invettiva contro i cantautori di sinistra. Politicizzati a suo dire per convenienza, gli apparivano docili al potere ed incapaci di esprimere il dissenso. Lui, che si definiva liberale di ‘centro’ e l’“unico ad andare contromano”, denunciava: “I miei finti colleghi che fan rivoluzioni seduti sopra a pacchi di autentici milioni”. Integro era rimasto, a suo avviso, solo “il candido e poetico Puccini.”
