Nel settembre del 1976 Lucio Lombardo Radice firma la Prefazione alla prima edizione italiana della “Storia della matematica” di Carl Beniamin Boyer, pubblicata nell’ottobre di quell’anno nella collana di Storia della scienza e della tecnica diretta da Adriano Carugo e Felice Mondella per l’Istituto Editoriale Internazionale (ISEDI) di Milano.
Edita nel 1968 negli Stati Uniti da John Wiley & Sons, l’opera di Boyer, tradotta magistralmente dall’inglese dal Carugo stesso, è destinata ad occupare a lungo un posto di rilievo sullo scaffale italiano e non solo, a portata di esperti e meno esperti, se si pensa che il libro – dopo la prima comparsa tra i Tascabili Mondadori nel gennaio del 1980 e dieci anni dopo tra i Saggi – è stato riproposto tra gli Oscar ancora di recente, nell’agosto del 2023, nella sottosezione Accademia.
La pubblicazione in Italia è salutata dal matematico e pedagogista siciliano come “un avvenimento culturale di notevole importanza”, giacché colma il vuoto editoriale generato dall’assenza di un’opera italiana di storia della matematica che fosse sistematica, completa ed aggiornata. Un’iniziativa editoriale, dunque, intrapresa con coraggio e sincero convincimento, ma che l’autore non può tuttavia apprezzare perché moriva di infarto a New York nell’aprile del 1976, sei mesi prima che la fortuna lo baciasse anche nel Bel Paese.
Lo statunitense Boyer è largamente elogiato da Lombardo Radice, innanzitutto per la capacità non comune di equilibrare le ragioni dell’analisi con quelle della sintesi, senza sacrificare la completezza delle informazioni: “Carl B. Boyer è riuscito a scrivere un’opera completa, sufficientemente analitica per soddisfare le esigenze di chi vuol andare abbastanza a fondo, anche dal punto di vista tecnico, e nello stesso tempo sufficientemente sintetica per risultare leggibile anche a chi ‘tecnico della matematica’ non è.”
L’opera del saggista americano contribuisce a divulgare su base storica i principi della logica matematica, a vantaggio di tutti e soprattutto di quanti – i docenti – quei principi debbono saper insegnare per contribuire alla democratizzazione della società.
È una sottolineatura che, in qualche modo, tradisce la vocazione pedagogica di Lombardo Radice e divelle la feconda matrice di un’influente visione maturata in famiglia: il padre Giuseppe e la madre Gemma Harasim, entrambi docenti e pedagogisti di chiara fama, ritenevano che l’insegnamento della matematica dovesse favorire nei discenti la libera intraprendenza nella ricerca personale, senza inibire l’indagine intellettiva con l’ossessione del calcolo esatto e senza ledere la loro intelligenza con l’apprendimento mnemonico di regole e formule. Il che significava, detto in breve, ammettere la possibilità di intraprendere sentieri imbattuti con benefica torsione interdisciplinare, per ricondurre osservazioni ed ipotesi, ragionamenti lucidi e conclusioni sostenibili in quell’interstizio corrente tra la gravità della speculazione astraente e le esigenze pratiche della cultura materiale che chiamiamo ‘realtà’.
Vale qui estrarre dalle mirabili righe prefatorie di Lucio Lombardo Radice – non meno di quanto si faccia più agilmente dalle sue stesse opere – qualche elemento en tranchant con cui ritrarne il singolare profilo intellettuale. Parafrasando il maestro Federigo Enriques all’Ateneo romano, lo studioso scrive nella prefazione al suo libro “Istituzioni di algebra astratta” (1965) di essere diventato matematico per una “infezione filosofica liceale”. Sì, filosofica. Non scientifica. E il contagio giovanile si sarebbe a quanto pare protratto con effetti ulteriori nella maturità, allorquando – tra incarichi accademici ed applicazioni operative, tra produzione saggistica e divulgazione scientifica – s’andò consolidando in lui la convinzione che la matematica fosse intimamente connessa con la cultura generale e la speculazione filosofica, non dunque comprimibile in una tecnica di calcolo, bensì esercitabile come norma per una vita saggia e razionale, universalmente riconosciuta per essere dunque praticata come “pensiero valido per tutti”.
Ma è il maestro prediletto Gaetano Sforza a mostrare al giovane Lucio che la matematica s’innesta in una tradizione umanistica tanto più influente ed innegabile in Italia, sicché nell’avvenire il matematico non farà altro che stornare l’eco sviante dell’idealismo crociano per espatriare dalla “provincia scientifica” e divulgare il valore della “scienza come cultura e pensiero di tutti.” È dopotutto significativa l’attenzione pressoché costante che lo studioso mostra per il sostrato filosofico della ricerca scientifica. Lo fa anche nel presentare Boyer agli italiani, quando afferma che la sua opera segue un felice svolgimento dialettico ed appartiene per questo più alla ‘storia interna’ della matematica che non alla sua ‘storia esterna’. E tanto basta a sottolineare il vincolo profondo che lega la scienza dei numeri alle ‘cose dello spirito’: “Carl B. Boyer, nel fatto, mostra di comprendere il rapporto dialettico scienza-società, matematica-filosofia: dedica sempre una attenta informazione alla organizzazione della scienza.”
Le pagine prefatorie all’opera di Boyer sono solo alcune delle tante vergate con eguale enfasi da Lombardo Radice lungo un itinerario intellettuale segnato da vivacità straordinaria, nell’allenamento costante e sfidante di una mente aperta al confronto e al dibattito delle idee, di quella che, in ultimo, lui stesso aveva definito “la nobile prassi di democrazia intellettuale”. Conforta non poco il costatare che la cronologia – anche quando è ridotta a conveniente pretesto cerimoniale – può dispensare efficaci occorrenze per invitare a rimettere piede nei passi dei giganti.
Può rivelare dunque qualche utilità l’appuntare che tra qualche mese, nel 2027, ricorreranno 65 anni dalla prima pubblicazione del volume “L’educazione della mente” (Editori Riuniti, Roma 1962) di Lucio Lombardo Radice. Sarà l’occasione per tornare ad interrogarsi a scuola e per la scuola sui fondamenti filosofici della didattica scientifica alla luce dell’insegnamento pedagogico di un “uomo disinteressato”. Un uomo che non ha mai smesso di esplorare ambiti di impegno apparentemente distanti, da quello didattico e accademico a quello pubblicistico e politico, nella ricerca tutta d’impronta umanistica dell’illimitata unità del sapere. Ne discenderà forse l’impulso ad innescare ancora una volta il dinamismo delle virtuose pratiche scolastiche in cui l’esercizio della matematica può affermarsi come momento a sé in quanto a dignità e ad autonomia operativa, eppure essenzialmente integrato – come Lombardo Radice sognava – in una più complessa tradizione culturale con cui il cittadino impara a preservare la propria libertà e s’allena a combattere le risacche autoritarie del potere.
