Robot viventi con sistema nervoso, una nuova forma di entità biologica creata interamente da cellule viventi, capace non solo di muoversi, ma di organizzarsi, comunicare internamente e modificare il proprio comportamento. Non sono macchine nel senso classico del termine. Non sono nemmeno organismi naturali. Sono qualcosa che sta in mezzo. E proprio per questo costringono scienziati, filosofi e ingegneri a rivedere concetti che davamo per acquisiti: vita, intelligenza, controllo, evoluzione. La svolta arriva da una serie di studi pubblicati tra marzo e aprile 2026 su Advanced Science, The Scientist, IEEE Spectrum e Phys.org, coordinati dai gruppi di ricerca del Wyss Institute di Harvard e della Tufts University, guidati dal biologo Michael Levin e dalla neuroscienziata Haleh Fotowat.
Robot viventi con sistema nervoso // Tutto comincia nel 2020 con gli xenobot, aggregati di cellule di Xenopus laevis (la rana artigliata africana) capaci di muoversi autonomamente sfruttando le ciglia, autoripararsi e, in alcuni casi, persino replicarsi in modo cinetico. All’epoca erano già stati definiti “i primi robot viventi”. Ma mancava un elemento decisivo: un sistema interno di coordinamento. Nel 2026 quel vuoto viene riempito. Gli scienziati introducono cellule progenitrici neuronali all’interno dei biobot in fase di autoassemblaggio. Il risultato sono i neurobot: robot viventi con sistema nervoso in grado di sviluppare neuroni maturi, sinapsi funzionali e attività elettrica spontanea. Non viene inserito alcun chip. Nessun software. Nessuna istruzione esterna. Le cellule fanno tutto da sole.

Neuroni che si organizzano senza istruzioni
Uno degli aspetti più sorprendenti è che il sistema nervoso dei neurobot non viene progettato. Emerge. Le immagini ottenute tramite microscopia e calcium imaging mostrano neuroni che migrano, si connettono tra loro e inviano prolungamenti verso le cellule ciliate responsabili del movimento. In altre parole: il sistema nervoso inizia a influenzare il comportamento del corpo che lo ospita. I neurobot si muovono in modo diverso rispetto ai loro predecessori: seguono traiettorie meno prevedibili, cambiano direzione, reagiscono in modo distinto a stimoli chimici. Non è “intelligenza” nel senso umano, ma è coordinamento funzionale adattivo. Ed è qui che i robot viventi con sistema nervoso smettono di essere una curiosità biologica e diventano un nuovo modello per studiare come nasce il comportamento intelligente.
Perché questa scoperta cambia le regole del gioco
Fino a oggi abbiamo studiato l’intelligenza seguendo due linee parallele:
- quella biologica, frutto dell’evoluzione naturale;
- quella artificiale, costruita dall’uomo attraverso algoritmi e hardware.
I neurobot aprono una terza via: sistemi biologici intelligenti, ma non selezionati dall’evoluzione. Corpi e cervelli che non hanno una storia evolutiva alle spalle. Come sottolinea Michael Levin, questi sistemi permettono di rispondere a domande radicali: quanto è flessibile un genoma? Quali forme di comportamento sono “possibili” anche senza milioni di anni di selezione naturale?

Dalla medicina alla robotica: applicazioni possibili
Le potenziali applicazioni sono vastissime, anche se tutte ancora in fase esplorativa:
- Modelli semplificati di sistemi nervosi, utili per studiare patologie neurologiche;
- Biobot terapeutici costruiti con cellule del paziente, per interventi mirati;
- Sistemi di robotica biologica capaci di operare in ambienti delicati;
- Nuovi paradigmi di programmable biology, dove si “indirizzano” comportamenti anziché scrivere codice.
Non a caso, la ricerca sui neurobot viene letta come un ponte tra bioingegneria, intelligenza artificiale e medicina rigenerativa.
Una domanda che va oltre la tecnologia
Ma l’interrogativo più potente sollevato dai robot viventi con sistema nervoso non è tecnico. È culturale. Se un sistema biologico può auto-organizzarsi, muoversi e mostrare comportamenti coordinati senza essere né una macchina né un animale, allora dove tracciamo il confine tra vivente e artefatto? E soprattutto: chi è responsabile del suo comportamento? Non è una risposta che arriverà solo dai laboratori. Ma è una domanda che, da oggi, non possiamo più ignorare.
Fonte articolo: Eurobots: Tiny living robots now use neurons to guide movement and behavior
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