Parigi trattiene il respiro. Ottantamila anime silenziose, appese alla traiettoria sghemba di un pallone ovale. Thomas Ramos prende la rincorsa, il tempo si dilata, l’Inghilterra spera nel miracolo inverso. Poi, il tonfo sordo dello scarpino. La palla si alza, fende l’aria fredda di marzo, passa chirurgica in mezzo ai pali. È finita. La Francia è campione. Il Sei Nazioni 2026 si tinge di Bleus al culmine di un Crunch che sa di epica moderna, di battaglie infinite e di liberazione.
C’è l’estasi, lassù a Saint-Denis. Ma c’è anche il rimpianto, scendendo più a sud, dove l’azzurro è di un’altra tonalità. L’Italia chiude con una sconfitta che brucia, che lascia addosso un senso di vuoto proprio perché, questa volta, il sapore della grandezza lo avevamo assaggiato per davvero. Non è più il tempo delle pacche sulle spalle e delle vittorie morali, ed è per questo che fa più male. Eppure, una volta asciugate le lacrime, l’orizzonte non è mai stato così luminoso. Questa è una Nazionale viva, feroce, che ora incute rispetto e timore. Il prossimo Sei Nazioni sarà un’altra arena da conquistare, ma è al Mondiale che ora possiamo, e dobbiamo, guardare con l’ambizione sfacciata di chi sa di non essere più la cenerentola di nessuno.
E in questo valzer di gioie e dolori, di fango e gloria, un pensiero vola a Edimburgo. Alla Scozia dei miracoli a metà, bellissima e incompiuta. A quel trofeo che continua a scivolare via tra le dita come sabbia gelida del Mare del Nord: sfiorato, sognato, mai afferrato. L’augurio, sincero e romantico, è che l’anno prossimo il vento di Murrayfield possa finalmente spingere i cardi oltre l’ultimo, maledetto ostacolo. Per alzare al cielo una coppa che la loro storia, e il loro rugby coraggioso, meritano da troppo tempo.
Oggi, però, la corona resta a Parigi. Nel boato di uno Stade de France che canta, piange e si scopre, ancora per una notte, ombelico del mondo ovale.
P.S. E a proposito di stile (non di gioco, eh), un piccolo, affettuoso consiglio ai nostri cugini transalpini: la prossima volta, per lavare le maglie, provate a usare un po’ meno candeggina. Quel blu cielo sbiadito e quasi grigio delle nuove divise… insomma, diciamo che non è esattamente la tonalità della gloria. Per il Mondiale, magari, ridateci il vero ‘Bleu’.
